ESPLORANDO L’IMMAGINARIO
Rosella De Leonibus
Articolo pubblicato sulla rivista Artiterapie, N°5-6, 2003
… L’immaginazione dà corpo a cose sconosciute, la sua penna le cambia in forme e all’aereo nulla dà un luogo in cui vivere e un nome.W. Shakespeare
PREMESSA
Lo scopo di questo lavoro è fornire un quadro di operatività che, ponendosi su un piano “meta” rispetto alle competenze sulle tecniche, permetta di individuare strumenti che in larghissima misura sono utilizzabili nel contesto del lavoro terapeutico individuale che di gruppo, e che possono inoltre offrire anche un’ occasione di esplorazione e crescita per i più diversi tipi di gruppi esperienziali e di percorsi formativi.
Andiamo ad esplorare l’immaginario, quella facoltà della mente che, prima e accanto allo sviluppo delle competenze logiche e linguistiche, rappresenta il primo gradino dei processi di pensiero, il primo luogo di elaborazione delle emozioni, il primo luogo di espressione in cui l’essere umano racconta il mondo a partire dal suo punto di vista, a partire da una funzione psichica che “si rappresenta” e “rappresenta” la realtà, varcando lo spazio tra l’esperienza interiore, il mondo esterno, e rendendo l’esperienza interiore comunicabile. Prima di partire, mi sta a cuore sottolineare che solo un operatore che abbia accolto e sviluppato in se stesso questa area psichica, che l’abbia nutrita con adeguati strumenti, sarà in grado di coglierla e valorizzarla nelle persone con cui lavora ogni giorno. Solo attraverso questo passaggio di esperienza diretta si può attivare la consapevolezza della enorme portata dei processi comunicativi, relazionali ed emotivi che attraverso questo tipo di lavoro si mettono in movimento. Il lavoro di esplorazione dell’immaginario permette di realizzare alcuni importanti obiettivi:- Accesso al proprio spazio di immaginario e consapevolezza delle proprie potenzialità di creatività- Esplorazione e arricchimento dell’espressione personale attraverso il linguaggio delle forme, dei materiali e dei colori- Utilizzazione di questi strumenti per elaborare e comunicare sentimenti, relazioni, rapporti.- Trasposizione di queste esperienze dall’ambito terapeutico a quello formativo e di crescita umana ed esistenziale, per accogliere, risvegliare e valorizzare la creatività delle persone ed aiutarle a trovare “forme” per esprimersi.
METODOLOGIA DI RIFERIMENTO
Gli strumenti e le riflessioni su questo lavoro sono tratti dalla elaborazione della Gestalt Psicosociale, svolta all’interno della Scuola di Formazione della Fondazione Italiana Gestalt, relativamente alla griglia dei cinque livelli dell’esperienza, con particolare riferimento alle tecniche del livello immaginativo. Un percorso di esplorazione, sia in terapia, che in ambito formativo, può essere articolato intorno ad alcuni temi/stimolo, che permettono un’esperienza pratica diretta, sulla base della quale si va a sviluppare la consapevolezza personale, l’attitudine all’osservazione fenomenologica, la discussione e il confronto empatico con le esperienze degli altri membri del gruppo.- Il limite, il caso e la creatività - Simboli universali e immagini del mondo interiore - L’immaginario e la relazione interpersonale- Le immagini e i ruoli, le immagini e il gruppo Il livello Immaginativo, ci permette di leggere l’esperienza attraverso forme che includono l’uso del simbolo, della fantasia e dell’immaginazione. F. Perls, il fondatore dell’approccio gestaltico, reputava la fantasia non un potenziale di crescita, ma una pericolosa via di fuga dalla realtà: affermava che spesso le esperienze nagative già vissute o l’ansia del futuro inducono a rinunciare ad un contatto attivo e pienamente consapevole con il presente, e allora si dà fortemente la possibilità di scambiare per la realtà gli scenari e le rappresentazioni che abbiamo costruito col nostro immaginario. Ma l’immaginario e la fantasia sono anche la forza che è capace di connettere tra loro i diversi elementi e le diverse angolature percettive del reale, e rappresentano quindi una forza di propulsione che costruisce nuove elaborazioni e nuove possibilità di contatto con il mondo reale. Al mondo immaginativo appartiene anche la sfera del simbolico, con la sua “scia infinita” di echi ed emozioni, e la sfera del fantasmatico, tutto ciò che non è stato ancora elaborato, tutto ciò da cui facciamo fatica a distaccarci, e anche tutto ciò che ancora vive nel limbo della mente in attesa di diventare possibilità viva di contatto col mondo. E al mondo immaginativo è strettamente connessa da un lato la sfera emotiva, e dall’altro le possibilità pressochè infinite del pensiero creativo. E allora l’esplorazione dell’immaginario è spesso anche, con la sua apertura sull’area emotiva della nostra esperienza umana, la migliore porta di accesso ai moti più profondi dell’animo, specialmente quando la porta principale è sbarrata. Attraverso l’esplorazione immaginativa, le emozioni si fanno materia, forma, storia, e diventano più facilmente visibili, accettabili, contenibili. Attraverso l’esplorazione immaginativa si attivano nuove strade per la eleborazione concettuale, e l’elaborazione analogica genera nuovi percorsi per la mente, più flessibili e aperti rispetto alle forme spesso irrigidite del ragionamento logico. “Nulla si sa, tutto s’immagina” (F. Fellini)
LA POTENZA DELL’IMMAGINE
La coscienza, nel manifestarsi e nell’incontrare l’inconsapevole, deve mantenere una qualità molto attiva, una intenzionalità comunicativa chiara, una tendenza forte all’intersoggettività. Di fronte all’intenzione creativa, che sorge e si sviluppa come una forza autonoma, è infatti possibile compiere azioni, opere visibili e comunicabili, congiungendo così il piano soggettivo e quello intersoggettivo. Diventa quindi importante quale forma assume l’immagine, il prodotto col quale culmina il processo di espressione creativa, non solo perché l’immagine permette di cogliere in una sintesi “ben formata” ciò che la coscienza ha incontrato nella sua esplorazione dell’inconsapevole, ma anche perché l’immagine tiene insieme gli opposti, e quindi alleggerisce le tensioni psichiche, crea la “sintesi magica” tra sentimenti anche opposti, e anche perché l’immagine dice ciò che ancora le parole non possono cogliere, e anche perché l’immagine è di per sé “riparatrice”. L’immagine ha poi la caratteristica preziosa di essere condivisibile, permette lo spostamento dal piano soggettivo a quello intersoggettivo, e allora io e l’altro possiamo incontrarci, e attivare una comunicazione altamente evocativa, altamente emozionale, non mediata dal linguaggio logico. L’immagine, che è il prodotto del processo creativo, si produce quindi nella dimensione intermedia che congiunge la “confusività del linguaggio notturno” alla “distintività del linguaggio diurno” (v. F. Fornari) e li trascende entrambi, aprendo infiniti spazi possibili.
L’INCONTRO CON I MATERIALI
C’è una fase di immersione, di contatto sensoriale profondo, che fa nascere un senso di fusione con i materiali che serviranno all’espressione. E poi c’è l’emozione connessa al fatto di aver dato forma a qualcosa che stava dentro, e che è diventato ora un oggetto esterno. L’immagine contiene forma, contenuto e processo, è nello stesso tempo simbolo, messaggio comunicativo e prodotto del mio lavoro. Nell’immagine prodotta riconosciamo un tentativo di unire ed integrare stimoli, memorie, fantasie e sensazioni che provengono sia dal mondo interiore che dall’ambiente esterno. Il mezzo artistico ha questa doppia natura, di poter essere assimilato come parte di noi, prolungamento della mano o parte del nostro corpo, o di essere trattato come materia esterna, oggetto esterno, e quindi osservato, soppesato, sperimentato. Il modo in cui il materiale creativo viene trattato parla di una speciale relazione, della facilità o meno con cui la realtà esterna può essere esplorata, conosciuta e riconosciuta nelle sue caratteristiche, utilizzata, manipolata e assimilata, resa parte di noi.
IL SENSO DELL’ESPRESSIONE CREATIVA
La creatività è un processo che si alimenta essenzialmente della possibilità di superare da un lato la rigidità del linguaggio logico, e dall’altro lato la semplice e diretta espressione delle emozioni. E essa stessa si pone come mediatrice tra questi due livelli, e nel momento in cui si esprime come immagine, ha anche operato una elaborazione molto importante sui contenuti del mondo interiore. La creatività si muove in quello spazio immaginale che essa stessa rende possibile e comunicabile, e su quella sottile linea di confine / contatto che essa stessa crea tra l’io e l’altro. Le sensazioni e le emozioni possono tradursi in rappresentazioni condivisibili, e consentire così la comunicazione ad un livello molto intimo, molto profondo, molto reale, ma nello stesso tempo molto personale, molto libero, molto rispettoso di ciò che ognuno vuole o deve mantenere nell’ombra del suo spazio intimo. L’intenzione creativa è qualcosa su cui la persona si pone in un atteggiamento che è nello stesso tempo di ricezione passiva (l’attesa dell’intuizione, dell’idea, nel “vuoto fertile”), e di intenzionalità, esplorazione, produzione molto attiva. Ciò che ne risulta non è solo un’opera originale, una soluzione creativa, ma sarà lo stesso “farsi” della nostra anima, l’estendersi libero e profondo della nostra attività di costruzione dei significati. La creatività non proviene solo dall’inconscio, ma non è neppure un prodotto dell’Io consapevole. Non è solo il prodotto dell’emisfero destro, per usare una metafora che tanto successo ha avuto negli ultimi anni, ma per la natura estremamente complessa e raffinata del processi sensoriali, motori, emozionali e cognitivi che sono coinvolti, l’atto creativo è un processo di codificazione globale, dove tutta l’attività neuronale è in gioco. Tutto il nostro essere viene espresso nell’atto creativo, che in forma ologrammatica contiene la persona che l’ha prodotto: il suo mondo interno, ma anche il suo sentire, il suo essere in rapporto col mondo esterno, e la qualità di questo rapporto, e la forma del contatto che è attivabile proprio qui, proprio adesso, in questo specifico contesto. Col procedere dell’esplorazione dello spazio immaginale, appare alla luce una dimensione dell’essere, e dell’essere nel mondo, che prima era nascosta, o ignota, e viene espressa da un linguaggio che la rende comprensibile e comunicabile. E non c’è il punto finale di arrivo, perché la creatività sarà sempre un’azione che si rinnova continuamente, in quanto: “i confini dell’anima, nel tuo andare, non potrai scoprirli, neppure se percorrerai tutte le strade: così profonda è l’espressione che le appartiene” (Eraclito)
LE IMMAGINI COMUNICANO
Quando esploriamo questa dimensione, chiediamo all’Io di farsi prima un attimo da parte, e poi lo richiamiamo in campo perché legga la traccia, la forma, che la mano ha prodotto, scelto, formato, plasmato. L’emergere di una forma, e la attribuzione di un significato coincide col formarsi di una immagine riconoscibile, e trasforma il gesto cinestesico, già espressivo, ma solo per se stessi, in gesto comunicativo, espressivo anche per l’altro. La consapevolezza dell’immagine prodotta si sviluppa quando, ripercorrendola con lo sguardo, si recupera in modo esplicito l’intenzione che nel gesto era implicita, e di cui il gesto stesso è testimonianza visibile, concreta, nel tempo e nello spazio condivisi. Spesso tutto ciò avviene serenamente, col clima della scoperta, della condivisione, del gioco. Altre volte emergono tracce che recano con sé emozioni più forti, più intense, più complesse da esprimere e da comunicare. Altre volte ancora si resta sorpresi dalla chiarezza, dalla evidenza assoluta, ineluttabile, che emerge dall’immagine prodotta. In tutti i casi, la rielaborazione consapevole dell’immagine e la condivisione nel gruppo permettono quel percorso a onde, a ponte tra mondo esterno e mondo interno, che fa del processo creativo la “sintesi magica” tra linguaggio notturno e linguaggio diurno, tra inconscio e coscienza, tra introiezione e proiezione, tra il mio mondo intimo e la realtà che sta là fuori. “Spesso accade che le mani sappiano svelare un segreto intorno a cui l’intelletto si affanna inutilmente” (C. G. Jung)
RICONOSCERE IL SENSO, COSTRUIRE IL SIGNIFICATO
Davanti all’opera creativa, la mente logica deve arrestarsi, e deve entrare in scena la mente narrativa, la mente che osserva, che descrive, che racconta, che allude e evoca, che cerca il senso, ma lo cerca anche nelle emozioni condensate nell’immagine, e in quelle che prova quando la mostra, e la descrive, e la racconta agli altri, lo cerca anche nell’emozione che gli altri manifestano. Allora il significato si forma non come un dato che devo decodificare, non come un rebus da risolvere, non come una griglia di concetti e regole da applicare. Si forma come addensamento di senso, come coagulazione di emozioni, come aggregato di altre immagini, ricordi, evocazioni, che dall’opera creativa nascono, come sviluppo narrativo di me che mostro la mia opera e degli altri che mi chiedono, che sentono, vivono, il significato che io stesso trovo, cerco, costruisco. E’ straordinario come (superate le prime resistenze dovute all’abitudine ad attendersi una lettura, o meglio una interpretazione del significato da parte dell’ “esperto”), l’autore o l’autrice, ma il gruppo intero anche, diventa fine, attento, sensibile, e vede, coglie, e rispetta il limite dell’esporsi, perché ha imparato passo passo ad accogliere e rispettare, ad essere attento e curioso di ciò che l’immagine porta con sé. La attenzione fenomenologica è lo strumento di questo processo, una attenzione carica di calore, carica dell’esperienza condivisa, viva e attiva, ma sempre cauta davanti al limite del mistero che ogni individuo ha il diritto di conservare per sé.
I LINGUAGGI DELL’IMMAGINARIO NELLA FORMAZIONE
E’ a questo punto evidente quale può essere la funzione di questo tipo di esperienza nei contesti formativi e nei contesti di crescita personale. Le immagini vengono create nel “forno alchemico” del gruppo, spesso in situazioni di interazione, e ciò produce sia una valenza di coesione e condivisione, sia una possibilità di evidenziare le dinamiche e le relazioni interne al gruppo, nel loro stesso contesto e nel momento in cui si producono. L’opera concreta e visibile che viene prodotta può essere vista, e di conseguenza, focalizzata: l’attenzione del gruppo, direttamente stimolata dalle immagini, si concentra su argomenti e temi specifici, senza rischiare l’ ”aboutismo” che spesso rallenta e diluisce le interazioni esclusivamente verbali. L’attribuzione di una forma concreta e visibile a temi psicologici e ai modi di stare in relazione consente una più rapida e focalizzata autoapertura ed autoesplorazione. L’uso delle immagini può mettere in evidenza questioni complesse inerenti il proprio lavoro, e può permettere una libertà di espressione maggiore rispetto al linguaggio verbale. L’attivazione della creatività del gruppo può nutrire l’autostima del gruppo stesso e dei suoi membri, può sostenerne il talento e sviluppare un atteggiamento creativo anche nella soluzione dei problemi quotidiani. E c’è di più: le attività creative svolte in gruppo sviluppano molto gli atteggiamenti cooperativi, la sospensione del giudizio, la capacità di esporsi anche personalmente. Sono un potente attivatore della relazione interpersonale nella fase del team building, per esempio, o nelle fasi di stagnazione delle idee, o di impasse comunicativa. E ancora: i linguaggi delle immagini permettono di esplorare con delicatezza problemi anche molto profondi e difficili di relazioni, sia all’interno del gruppo stesso, sia con gli utenti, sia con le istituzioni e l’ambiente esterno. E’ evidente che in questo contesto diventa del tutto secondario il valore di“prodotto” delle esperienze creative, mentre diventa rilevantissimo il processo di produzione, la condivisione emotiva, la costruzione relazionale dei significati. “L’immaginazione è la più scientifica delle facoltà, perché essa sola comprende l’analogia universale” (C. Baudelaire)


