INTERVISTA A LUISA LOPEZ

Incontro Luisa Lopez nel suo studio, presso il Villaggio Eugenio Litta, Centro per le disabilità di sviluppo, con sede a Grottaferrata. Il luogo ti cala subito in una dimensione di diagnosi e cura ma il clima asettico è mitigato da tanti particolari che ti mettono poi a tuo agio. Ambiente sanitario sì, ma con richiami alle persone prese in cura e in particolare ai bambini, che rimandano ad una dimensione di attenzione e considerazione attraverso giochi, foto di volti sorridenti, cartoline, oggetti che creano un calore e una storia. Conoscevo di fama Luisa Lopez, per averla sentita ad un convegno all’Auditorium, in un incontro dedicato a neuroscienze e musica. Mi documento e dal suo curriculum scopro che è nata a Città del Messico, specializzata in neurofisiopatologia in Italia, con esperienza di ricerca negli Usa. Da dieci anni responsabile medico del settore non residenziale Neuropsichiatria infantile del Centro Litta, è Scientific Advisor per il Progetto Neuroscienze e musica della Fondazione Mariani di Milano, e docente di Neurologia clinica e neuro riabilitazione presso diverse università tra cui l’università di Roma Tor Vergata. Le sue pubblicazioni su neuroscienze e musica, nate anche da collaborazioni con progetti scientifici con colleghi in ambito internazionale, sono un punto di riferimento per chi si occupa di ricerca in questo ambito.

Mi ero da tempo ripromessa di contattarla. L’interesse ad un’intervista è personale, prima di tutto. Essendo io stessa un’operatrice sul campo in musicoterapia, è particolarmente arricchente poter dialogare con chi, da persona di scienza, sta coniugando questo campo con la musica e la sua applicazione nell’ambito della relazione d’aiuto.

Il clima è amichevole fin dall’inizio e le domande che mi ero preparata, saranno solo una traccia su cui si snoda un discorso appassionante per entrambe.

Prof. Lopez, mi piacerebbe che questa conversazione mettesse in luce che rapporto c’è tra neuroscienze e musica nell’ottica della reciproca influenza e utilità. Inizierei da un argomento centrale nelle sue pubblicazioni: la multimodalità della musica rispetto alla modularità del cervello. Può illustrare questi concetti?

R. Una bella domanda… Quando parlo di multimodalità mi riferisco ai sensi colpiti dalla musica. L’entrata di uno stimolo sonoro, il cogliere questo, la memoria che lo stimolo può evocare e l’attività motoria che ne può derivare, tutta l’attività coordinata che ne consegue. Per non parlare poi della parte emotiva, del piacere. In questo senso sono tantissime le parti e le aree cerebrali che vengono attivate da uno stimolo sonoro. Siccome noi siamo un’integrazione di tante aree, tutto questo lo possiamo utilizzare a nostro vantaggio, cioè usare una via d’accesso per stimolarne altre. Questo è quello che hanno cercato di fare alcuni ricercatori, sia nello sviluppo normale di alcune abilità , sia nel recupero di queste abilità il cui sviluppo non c’è stato o si è perso a causa di una lesione, e quindi nella riabilitazione vera e propria.

Nello sviluppo normale moltissimi ricercatori, i gruppi di Sandra Trehub e Laurel Trainorsi dedicano allo studio delle abilità musicali e facendo questo hanno scoperto nel corso delle loro ricerche che lo sviluppo delle abilità musicali è parallelo allo sviluppo delle capacità cognitive. Per capacità cognitive indichiamo aspetti quali la flessibilità, quindi oggetti non misurabili, però a volte anche aspetti misurabili, come per esempio le abilità visuospaziali, la memoria a breve termine. Si è visto che aumentava la memoria di lavoro in bambini che avevamo studiato violino per un anno secondo il metodo Suzuki. Ritorna centrale il discorso della multimodalità di come apprendiamo: metodi che propongono ai bambini sia la parte sonora che teorica contemporaneamente sono più efficaci di quelli che insegnano prima la teoria e poi successivamente la pratica. L’efficacia di questi metodi ( quali quelli ungheresi e giapponesi), in cui c’ è immediatamente la produzione e la scelta dello strumento, è stata dimostrata. Importante è anche la scelta dello strumento, e qui viene a proposito il concetto di identità sonora: uno sceglie lo strumento non in base a decisioni della famiglia, ma in base alle sue corde, a come si sintonizza nel suo interno con lo stimolo sonoro. Nell’ultimo convegno organizzato dalla Fondazione Mariani a Montreal ‘The Neurosciences and Music III Disorders and Plasticity’ del giugno 2008, si è cominciato a parlare di sincronia , finalmente un ritorno alle neuroscienze di base. La domanda posta era: Se è vero che aumentano le attività cognitive, come si spiega questo a livello scientifico? Secondo Laurel Trainor e Christo Pantev, che lo hanno presentato, si può far risalire al sistema delle oscillazioni ad alta frequenza (40 hertz). Queste sono oscillazioni delle onde elettriche del sistema nervoso centrale. (noi tutti funzioniamo per onde elettriche), che si sincronizzano e in base a questa sincronicità noi possiamo osservare l’attività cerebrale. La musica è in grado di stimolare queste oscillazioni a questa frequenza (20, 40 hertz, la cosiddetta banda gamma). Questo era piuttosto scontato per chi si occupava di apprendimenti, (cioè che gli apprendimenti dovessero passare attraverso queste oscillazioni) ma non è scontato per chi non se ne occupa. Ci si può chiedere se esista un. oscillatore interno. E’ come se le cellule nervose avessero bisogno di questo sistema di stand by su cui poi si inseriscono gli stimoli e se il sistema di stand by non è sincrono, lo stimolo fatica di più a passare. Sia la Trainor, sia Pantev ognuno per suo conto, hanno trovato che in bambini che studiano musica, dopo un periodo da 6 mesi a un anno, si osserva una coerenza maggiore dei potenziali elettrici all’elettroencefalogramma. Dal punto di vista delle neuroscienze vediamo l’influenza della musica su un sistema ritenuto fino a poco tempo fa molto legato alla percezione sensoriale pura senza altre implicazioni. Per non parlare poi di quello che succede quando ci emozioniamo con la musica. I famosi brividi, li sentiamo in alcuni casi soltanto, perché ognuno di noi ha delle reazioni personali ed individuali, legati alla sua storia e personalità. Che cosa succede con queste reazioni organiche, tipo il brivido, il pianto? Se uno osserva perché la musica fa questo, nota che da una parte c’è un evento autobiografico importante, legato alla storia personale, ai vissuti individuali, e dall’altra delle vibrazioni nell’aria. Certe musiche come le sinfonie, o musiche di coro, si mettono in sintonia con il nostro corpo, che risuona come una cassa armonica, e quella è una componente importante del brivido che sentiamo. Dobbiamo ancora capire molto, ma la multimodalità della musica e la sua contemporaneità di attivazione è affascinante. E molto diversa da un altro tipo di stimolo, per esempio la modalità visiva non è così efficace.

Diceva all’inizio che questo aspetto della multimodalità è importante nel funzionamento ‘normale’. Cosa succede con la patologia?

Infatti questo discorso è centrale per l’apprendimento, ma anche nella patologia e quindi in riabilitazione. Per es. i pazienti con il Parkinson, – anche questo è stato citato a Montreal – se esposti ad un ritmo esterno, una specie di temporizzatore, come un metronomo, sono in grado di svolgere le azioni in modo più efficace. Questo di base, poi se vengono allenati a farlo, ciò diventa molto più efficace, anche in assenza di musica. Se capissimo come funziona questo meccanismo, saremmo in grado di usare meglio lo stimolo musicale per fare questo entrainment, come viene definito. Nel Parkinson quello che manca è la regolazione della programmazione motoria. Esiste una possibilità di riorganizzarla, almeno in parte attraverso uno stimolo esterno e con la musica possiamo favorire un’armonia di movimento, che prima non c’era.

Tutti i musico terapisti avranno notato che la musica favorisce il movimento, la danza in persone con queste patologie motorie. Però se questo lo attribuiamo soltanto al piacere, o alla memoria autobiografica, cogliamo soltanto un aspetto. In realtà facendo ricerca su questo ci si rende conto che lo stimolo agisce anche sul meccanismo biologico e allora posso utilizzare la musica con consapevolezza, perché possiamo scegliere gli elementi specifici di quella musica che facilitano quella funzione.

D: questo aspetto della patologia e della riabilitazione con la musica è particolarmente interessante per chi utilizza questo mediatore nella relazione d’aiuto, perché apre orizzonti molto grandi ed affascinanti. A che livello e in quale momento si può intervenire in ambito riabilitativo?

Ci sono vari aspetti della riabilitazione, perché una cosa è riacquisire delle funzioni a causa di una lesione, che interrompe dei circuiti che prima funzionavano e un’altra è quando certi circuiti non si sono mai sviluppati . Nel primo caso è relativamente più facile e sappiamo quanto sia importante intervenire nei primissimi tempi dopo la lesione, perché c’è più facilità di ripresa . Pensiamo allo stroke, ovvero all’ischemia o emorragia cerebrale: Eckart Altenmüller, Direttore sell’Istituto di Psicologia e Medicina della Musica dell’Università di Musica e Spettacolo, di Hannover sta lavorando proprio sulla riabilitazione post stroke attraverso l’insegnamento di sequenze musicali su strumento. Quindi una metodica molto innovativa e sperimentale.

Diverso è intervenire con chi non ha mai acquisito certe funzioni: pensiamo al bambino nato pre-termine, che ha subito un’ emorragia, e ha avuto una lesione. I circuiti non si sono ancora sviluppati, in questo caso noi dobbiamo abilitare e non riabilitare. Non abbiamo circuiti ‘prestampati’, ma abbiamo un cervello molto più fluido perché a quell’età si è molto più plastici. Quindi abbiamo uno svantaggio e un vantaggio insieme, che dobbiamo sfruttare il prima possibile. Abilitando i movimenti e la sensazione che ogni singolo movimento dà al sistema propriocettivo, possiamo arrivare ad un recupero e la musica può intervenire, perché a sua volta può dare l’abilità di ritmo. A volte il tono muscolare è alterato , ma sappiamo che il mantenimento del tono dipende anche da un regolatore centrale di frequenza che invia impulsi ai centri midollari , anche in questo caso la musica può fare molto. Tutti questi aspetti possono abilitare , ma non viene fatto molto in questo campo dove invece si potrebbe fare di più.

D: mi colpisce quello che sta dicendo, perché finalmente torniamo a parlare degli elementi fondanti, basilari della musica e del suono: la vibrazione, l’intensità, il ritmo, aspetti che spesso sono sottovalutati o non abbastanza indagati nel processo musicoterapeutico. Invece mi sembra che lei, anche da un punto di vista scientifico, sta sottolineando il valore ‘terapeutico’ della musica attraverso la sua peculiarietà prima di tutto fisica e poi, mi viene da aggiungere ‘di relazione’

R, Si. E lo sanno tutte le mamme del mondo, senza averlo studiato. Pensi agli elementi fondanti delle ninna nanne. Sono quelli semplici, basilari. Le mamme , non riempiono le ninna nanne di elementi complessi. I ritmi, le intensità, le altezze, sono in range tonali semplici, con una repetitività. Da un punto di vista evolutivo abbiamo selezionato determinati elementi e tutto questo avrà un senso e una funzione.

Al congresso di Montreal ho avuto una grande impressione quando ci hanno fatto vedere un video con i bambini sordi dalla nascita , con impianto cocleare, che cantano. Utilizzano la voce in un range corretto. E sentono le vibrazioni dall’interno e traggono visibilmente piacere da questo.

D: Tutto quello che lei sta dicendo mi sollecita una domanda su un tema ‘scottante’ nell’ambito della musicoterapia e in generale dell’arteterapia: la ricerca. Gli studi, le esperienze, sviluppano molto la dimensione della relazione, con modelli di riferimento e metodologie sempre più approfondite. Per la mia esperienza e per quello che osservo nei vari modelli lo studio e la lettura dei fenomeni è rivolta alla centralità della relazione, che può portare a sottolineare l’aspetto regressivo in un’ottica psicodinamica piuttosto che alla relazione empatica in ambito umanistico. Se questo è centrale e basilare nel nostro intervento, manca spesso la possibilità di ‘spiegare’ e di rendere condivisibile il processo terapeutico e i risultati, talvolta eccellenti, in ambito scientifico. Si rischia così, specialmente in Italia, di tenere separati e non comunicanti, due ambiti, quello medico e quello della relazione d’aiuto, che dovrebbero invece dialogare o essere due facce della stessa medaglia dal momento che condividono lo stesso obiettivo: la cura e la guarigione di un paziente. A questo proposito, cosa si auspica come sviluppo nella musicoterapia?

R: .che le scuole di musicoterapia facciano attenzione ai percorsi di ricerca. Io insegno in una scuola di musicoterapia e mi fa piacere sottolineare questo aspetto. Le persone che si dicono terapisti, dovrebbero aver fatto un percorso di ricerca e conoscere la metodologia. Le loro tesi non devono essere su un caso clinico e basta, basata sulle loro impressioni, ma frutto di un lavoro da cui si evince il metodo e la riflessione sui risultati. Non devono necessariamente poi dedicarsi a questo, ma devono capire che affrontare la ricerca nel percorso formativo non porta alla perdita di identità o di creatività. Altrimenti si rischia il ritorno all’autoreferenziale. La metodologia è l’aspetto più delicato ma ci porta dei risultati che possono servire per andare avanti e approfondire.

Supervisiono spesso video ed esperienze, anche significative, emozionanti, vedo spesso la tendenza narcisistica del terapeuta che trascina i pazienti, ma il processo terapeutico non è soltanto questo. È vero che l’intuito può funzionare, ma la scuola deve trasmettere anche metodi. Io conosco dei direttori molto capaci, ma poi a volte non c’è passaggio di competenze e metodi e quindi le cose riescono magicamente ai caposcuola, ma non agli allievi. Bisogna riflettere su quello che si è fatto, approfondire la riflessione sul meccanismo che si è prodotto, fare ipotesi e contestarle fino a che non si arriva ad una tesi sostenibile. Sono contenta di aver visto un cambiamento, poi però deve diventare esperienza condivisibile. A volte le scoperte si fanno per caso, ma poi è importante comprenderle, renderle spiegabili e riproducibili.

D. è un messaggio forte per chi si trova in formazione e per chi la fa. Mi viene in mente la frase di Einstein ‘ l’ immaginazione è più importante della conoscenza’.

Mi sembrano anche questi due aspetti che si integrano e completano a vicenda. Come l’arte e la scienza. Grazie prof. Lopez!

Silvia Ragni, psicoterapeuta, musicoterapeuta, Roma

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