A cura di Pierluca Santoro
Mi è capitato molto spesso di pensare che la “sedia vuota”, oltre che una tecnica psicoterapeutica, potesse essere presa come metafora della riluttanza con cui il gestaltista o l’arte-terapeuta si pone di fronte alla scrittura. Il valore dato all’esperienza, intesa come globalità dell’agire terapeutico e formativo, e al lavoro sulle emozioni come cardine filosofico e pragmatico della fenomenologia tecnologica gestaltista e arte-terapeutica in generale, è come se ponesse la teoria su uno sfondo concettuale solo di rado evidenziato in primo piano. Nulla esce dalla relazione dialogica tra due individui, la parola perde di valore se non comunicata empaticamente. In questo senso, anche la didattica soffre dello stesso limite e di conseguenza diventa, se non raro, quantomeno difficile trovare nelle librerie un buon libro di arte-terapia ad orientamento gestaltico. E, attenzione, non è un problema di erudizione, o di mancanza di interesse nei confronti della scrittura tout court, almeno nella maggior parte dei casi, ma la risultante di un atteggiamento fondamentalmente centrato sul rapporto umano e sul qui e ora della relazione che sulla carta perderebbe tutto il proprio vissuto pragmatico. È inevitabile pensare invece che un libro si ponga per definizione in un contesto “lì e allora” e che il gestaltista vero, o il counsellor, si senta come uno straniero in terra straniera. Se vogliamo, anche la critica stessa che si fa della psicanalisi e dei suoi modelli teorici da un punto di vista epistemologico può essere inserita nella prospettiva di contrasto che si genera tra un approccio basato sull’esperienza, la gestalt appunto, ed uno basato sull’interpretare, vero giardino dell’Eden della parola scritta. È evidente la mole di contributi letterari prodotti in altri contesti psicoterapeutici che vanno da quello cognitivo-comportamentale a quello sistemico-relazionale. Gli unici contributi di un certo rilievo che solo di recente riescono a imporsi all’attenzione anche in ambito gestaltico, sono invece quelli generati dall’uso dell’arte-terapia. Come mai? Perché si trova più interessante spostare l’asse dell’elaborazione concettuale sui mediatori artistici piuttosto che sui concetti e le tecniche di una psicoterapia quantomai viva e prolifica di pratiche eterogenee? L’idea che mi sono fatto, in anni di formazione, lettura ed esperienza diretta, è che l’arte-terapia, o comunque la mediazione artistica, riesca a produrre e fertilizzare quell’ambiguo rapporto tra il gestaltista innamorato del suo lavoro e la sedia calda dello scrittore; che riesca a generare una rete semantica di parole e concetti immediatamente comprensibile e non identificabile come mera speculazione teoretica da porre inevitabilmente a distanza rispetto all’esperienza. L’arte, infatti, è di per sé esperienza, un territorio in cui il gestaltista, forse, può muoversi con maggiore sicurezza ontologica.
Lo sguardo e l’azione, invece, è proprio un libro di gestalt. Gestalt in azione, appunto. Oliviero Rossi riesce nella difficile operazione di raccontarsi e raccontare, prescindendo e riducendo quella distanza tipica tra le due sedie, quella del terapeuta e quella dello scrittore, di cui si parlava prima. È un lavoro che sintetizza un’esperienza, la videoterapia, affrontata sia da un punto di vista tecnico che da un punto di vista personale.
Cos’è arte e cos’è terapia? Qual è il confine che ne separa i contesti e ne rende possibile al contrario l’integrazione? In che modo l’arte entra nella terapia e la terapia si fa arte del prendersi cura? Quali sono i meccanismi dinamici che scandiscono l’azione dell’arte-terapeuta da un punto di vista tecnico? Sono solo alcune domande a cui si fa riferimento nel testo di Oliviero Rossi (e che ho avuto l’opportunità di porre direttamente all’autore) e sulle quali vengono declinate alcune possibili risposte. Personali, ovviamente.
Comincia con la prefazione di Bruno Callieri, omaggio senz’altro gradito e prestigioso, che delinea i confini contestuali all’interno dei quali inserire il corpo del testo. Ed è un testo appunto per certi aspetti decisamente “tecnologico” e innovativo, dove per tecnologico ci si riferisce, non solo alla materialità oggettuale evocata dagli strumenti della video e fototerapia, quanto a un “saper fare” terapia proprio dell’arte-terapia e nuovo per ispirazione e motivazione. Lo sguardo e l’azione non è tanto un libro di arte-terapia applicata, come semplicisticamente si potrebbe pensare riferendosi alle tecniche descritte e tornando nel merito dell’incipit di questo articolo, bensì un libro sull’arte della terapia, o meglio della relazione d’aiuto. Non è un caso infatti che la maggior parte dei riferimenti bibliografici vada a scomodare autori come Roland Barthes o Susan Sontag, perchè il senso proprio di tutta la narrazione, più che nell’enunciazione di metodi terapeutici, sta nell’evocazione di nuovi sguardi sulla persona mediati dalle immagini.
Potrebbe apparire una tendenza contemporanea quella di centrare l’attenzione sull’immagine come nuovo e invadente filtro percettivo della nostra società, ma in questo caso l’occhio va più nel profondo. Quello che interessa a Oliviero Rossi non è tanto il valore estetico della percezione, ma il suo proprio nesso storico-esperienziale con l’essere nel mondo della persona. Non la parvenza, ma l’individuazione.
Superando, quindi, e sperando di aver sciolto, i primi equivoci che potrebbero sorgere ad una lettura distratta, entriamo più nel merito delle questioni affrontate da Oliviero Rossi.
Il testo alterna senza soluzione di continuità due registri semantici intrecciati: quello più biografico ed esperienziale e quello più teorico e tecnico. Il dialogo tra i due livelli è forse l’elemento narrativo più significativo, perché permette al lettore una reale esperienza di quello che viene proposto. Sono infatti raccontate, illustrate e spiegate diverse situazioni terapeutiche o didattiche, all’interno delle quali il lettore può muoversi con curiosità e avere un contatto diretto con i contenuti proposti. Partendo dalla propria biografia, poi, Rossi ci introduce al contatto con l’immagine fotografica, primum movens della sua ricerca tecnica, da questa al movimento della ripresa video, per giungere al senso del raccontare e del raccontarsi attraverso di esse.
A una presentazione romana del libro di Oliviero, in conseguenza di un piccolo dibattito nato in merito all’uso dell’immagine nella relazione come fonte di possibili manipolazioni e distorsioni dovute ai mezzi di ripresa e alle più o meno inconsapevoli intenzioni dell’operatore, stigmatizzata non senza ironia da un giornalista curioso e probabilmente in preda a qualche piccolo senso di colpa, era nata in me la curiosità di approfondire il senso etico intrinseco all’uso di un mediatore artistico come l’immagine nella relazione d’aiuto e il rapporto che nasce dall’incontro con la persona portatrice di cultura artistica e tecnologica proprie. Quale è il confine tra l’indurre e il dedurre un certo profilo immaginativo basando la comunicazione su un’immagine che per forza di cose detiene un certo potere estetico? Come si fa a usare uno strumento cosi potente come l’immagine, sia essa fotografica o in movimento, senza fare i conti con l’inevitabilità degli effetti emotivi ed estetici della persona che si coinvolge? Non si può, ed è proprio questo il punto centrale della forza terapeutica del mezzo e della persona che se ne impossessa con responsabilità e perizia professionale. Oliviero Rossi tenta quindi, raccontando la sua esperienza arte-terapeutica, di non cadere nel facile errore di astrarre dal contesto una teoria della relazione o piuttosto una teoria della cura, facile tentazione di affermare una verità data. Bensì riesce, non senza difficoltà e imprescindibili racconti dettagliati di sedute e metafore terapeutiche, a portare il lettore verso la com-prensione dell’esperienza, più che la sua spiegazione, verso il personale dell’agire piuttosto che verso l’astrazione teorica. Arte-terapia, in fondo, sembra significare proprio questo, andando a vedere l’implicito veicolato da tutto il testo: un agire che cura; un modo proprio di agire che racconta di una cura possibile.
Ci sono probabilmente infiniti modi di guardare un’immagine, tanti quanti sono gli occhi di chi ha il coraggio di farlo con onestà intellettuale e con la voglia di scoprire. Ma anche qui va fatta una precisazione: saper guardare non significa interpretare, scoprire non si traduce in analizzare. Ogni fotografia genera e porta con sé uno sguardo sulla memoria, sul ricordo. Ma quello che spesso accade, nel momento in cui si guarda una vecchia fotografia, è proprio l’oblio del momento presente. È come se il passato si materializzasse a coprire il presente, a renderlo vacuo, inerme di fronte all’infinito dell’evocazione. Ed è qui che si inserisce, come un chiavistello sottilissimo, l’azione terapeutica: a rendere fecondo nel presente lo sguardo sul passato, spostarlo verso il futuro, e dilatando, in un continuo gioco tra le polarità dialogiche dell’essere umano, la percezione dell’attuale.
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