Riflessioni nel concetto di spazio e tempo nella creazione delle immagini della realtà di sé stessi.

Fabio Piccini

 

Introduzione

In questo articolo, vorrei soffermarmi sull’interpretazione dei concetti di tempo e di spazio e sul modo in cui questi possano essere utilizzati quando cerchiamo di esplorare la realtà mediante strumenti fotografici.

Nel parlare di autoritratti fotografici, restringerò, seppure arbitrariamente, il campo a quelle immagini che raffigurano il soggetto e il suo ambiente circostante, escludendo per semplicità di esposizione i video e in generale le altre tecniche di autoraffigurazione.

Lo spazio e il tempo sono, dopo la luce, gli elementi basilari di qualsiasi fotografia e determinano il modo in cui l’immagine finale ci apparirà, ovvero condizionano le modalità in cui la realtà viene rappresentata in una fotografia.

Intendo in questo modo indagare un possibile rapporto tra la costruzione delle immagini esteriori e di quelle interiori e dimostrare come la fotografia possa essere un utile strumento per ri-vedere tanto la realtà esterna quanto quella interna.

Passerò ogni tanto dal piano teorico al piano pratico ingenerando forse un po’ di confusione nel lettore, ma non temete, è intenzionale…

Delimitazioni di campo

Una fotografia può essere letta in molteplici modi, ma possiamo dire che fondamentalmente essa consiste di un contenuto e di un messaggio relazionale, entrambi riferibili al rapporto che il fotografo (che nel caso di un autoritratto coincide anche con il committente e spesso con il soggetto della fotografia) ha con la realtà che intende trasformare in immagine e con gli eventuali osservatori esterni di quest’ultima.

Come ho già chiarito, lo scopo di queste riflessioni è innanzitutto quello di mostrarvi come il contenuto della fotografia ed i suoi significati relazionali possano essere influenzati, consapevolmente o meno, dalle coordinate spaziali e temporali che hanno contribuito alla sua creazione e come queste corrispondano alle lenti percettive del fotografo.

Non entrerò invece nel merito di altri parametri fisico-chimici importanti per l’attribuzione di significati ad una fotografia, quali la presenza di colore o meno, o il fatto che questa venga stampata o soltanto visualizzata su schermo.

Non entrerò infine neanche nel merito delle scelte stilistiche ed estetiche che determinano la realizzazione della fotografia.

Questa delimitazione di campo è del tutto arbitraria ed è motivata unicamente dalla necessità di semplificare, a scopo didattico, l’esposizione degli argomenti trattati.

Il fotografo pittore

Parlando di arti visive, si usa dire che il pittore ha davanti a sé una tela bianca su cui raffigurare una realtà ordinata, mentre il fotografo ha davanti a sé una realtà disordinata che può decidere come ordinare e ri-comporre mediante il ricorso a diversi obiettivi, che in tutto e per tutto corrispondono a delle lenti percettive.

Personalmente non sono tanto d’accordo con questa definizione, ma mi fa buon gioco usarla qui, pertanto me ne approprierò per il solo tempo necessario allo sviluppo della mia tesi.

E’ sicuramente vero che l’obiettivo, in quanto occhio della macchina fotografica, ci permette una grande varietà di scelte compositive basate innanzitutto sul tempo di scatto e sulla profondità di campo (o spazio focale).

I contenuti formali dell’immagine risultante sono infatti talmente dipendenti da queste caratteristiche da aver portato alcuni studiosi a definire concetti quali l’ inconscio ottico e l’inconscio tecnologico per spiegare l’imprevedibile prevedibilità del risultato di uno scatto fotografico (un’immagine mossa, o sfocata, o tagliata, etc.).

Ed è allorché tale imprevedibilità entra in gioco che il fotografo, il quale sta tentando di fare del suo meglio per articolare una narrazione della propria realtà autobiografica, torna ad essere pittore (astrattista, per di più), per quanto a sua insaputa. E nel far questo si ritrova a scoprire immagini nuove ed impreviste della realtà e di sé stesso.

Non dimentichiamo infatti che, a meno che un fotografo (ogni fotografo) non lavori all’interno di un attrezzatissimo studio fotografico, egli si trova letteralmente di fronte ad una realtà che cambia aspetto ad ogni suo movimento; una realtà che si sposta, la cui luce cambia, il cui sfondo si modifica, etc.

E su tutti questi cambiamenti egli ha un controllo a dir poco … precario, più o meno come sul suo soggetto, anche quando questi è egli stesso.

L’inquadratura

La scelta dell’obiettivo è condizionante, in particolare, per la selezione dell’inquadratura da dare al soggetto della fotografia.

Inquadrare significa letteralmente mettere in cornice; in primo luogo nella cornice dello schermo di messa a fuoco della fotocamera, ma anche e soprattutto nella cornice mentale che deve racchiudere e comunicare (mettere in risalto) il significato dell’immagine che si vuole ottenere.

Inquadrare significa dunque anche creare dei margini, delimitare visioni e contenuti.

L’inquadratura definisce la struttura di un’immagine che può iniziare e finire all’interno dell’immagine stessa, o viceversa iniziare nell’immagine e portarci fuori da essa, alla ricerca degli elementi mancanti mettendo così al lavoro la funzione immaginale della mente di colui che la osserva.

Un’inquadratura può essere studiata, ma essere influenzata comunque dal caso e questo può dipendere ad esempio dall’intervento del tempo di scatto (un tempo troppo lento può permettere ad un soggetto di uscire dall’inquadratura, o viceversa un tempo troppo rapido può raffigurare il soggetto quando ancora non ha nemmeno iniziato la sua azione).

Ma anche lo spazio ha la sua importanza, sarà infatti la profondità di campo impostata dal diaframma di apertura dell’obiettivo a stabilire quale fetta di spazio sarà inclusa nella nostra immagine e quale sarà invece esclusa.

Ma procediamo con ordine.

Il concetto del tempo

Di che cosa parliamo quando parliamo di tempo in fotografia?

Parliamo della velocità con cui si apre (e si chiude) il diaframma dell’obiettivo di una fotocamera, certo, ma in pratica questo che cosa significa?

Un ottomillesimo di secondo, per esempio, è un tempo di scatto capace di congelare il movimento di una Formula Uno sul rettilineo di Monza, e quindi di fermare il tempo della realtà permettendo all’osservatore di vedere un’immagine che nemmeno i suoi occhi possono vedere senza l’ausilio di una fotocamera.

Un secondo sembra un tempo breve, ma contiene infiniti movimenti; difficile evitare il mosso in un ritratto il cui tempo di scatto dura un secondo, perché la realtà sembra muoversi comunque più veloce e l’immagine finale apparirà mossa, o sfuocata.

Un minuto è un tempo infinito per scattare una fotografia; un tempo in cui i punti di luce divengono striscioline colorate e le persone ombre in movimento; le stesse microfascicolazioni muscolari della mano del fotografo rendono impossibile ottenere una fotografia nitida senza uno stabilizzatore di immagini.

Qual è il vostro tempo ideale? Qual è il tempo di scatto che preferite?

Ve lo siete mai chiesto?

Vi piacciono più le foto dai soggetti congelati, o quelle sempre un po’ mosse?

Questa domanda vi porta inevitabilmente a riflettere sul modo in cui impostate il tempo nella vostra vita.

Vivete i millesimidisecondo, o i mmiiiiiiinuuuuuutiiiiiii?

E avete mai pensato di provare a modificare i vostri tempi preferenziali?

Se la risposta è no, la fotografia vi permette di farlo. Almeno per gioco. Per qualche decina di scatti.

Provate e non ve ne pentirete; sono certo che i risultati vi suggeriranno domande e le domande troveranno risposte. Non abbiate paura di cambiare le regole, le regole rigide servono solo a chi non si sa regolare…

La gestione dello spazio fotografico

La gestione dello spazio è un altro elemento fondamentale in fotografia. Abbiamo detto che una fotocamera vede la realtà attraverso un occhio che viene definito obiettivo, e un obiettivo ha una focale, il che significa una capacità di mettere a fuoco le immagini, che è strettamente dipendente dalle sue caratteristiche ottiche.

Un obiettivo ha la capacità di tagliare la realtà a fette, suddividendola cioè in piani focali, dirigendo quindi l’attenzione dell’osservatore verso quella specifica parte della scena che risulta a fuoco.

Per dirla con le parole di David Alan Harvey (Magnum Photos), un obiettivo raffigura la scena del reale come un palcoscenico teatrale diviso in una gerarchia di quinte e ne seleziona una (o alcune) mettendo in risalto quanto vi accade, delineando in questo modo un soggetto dell’immagine.

Un obiettivo è ben lungi dall’essere obbiettivo, ma al contrario è fortemente soggettivo, nel senso che ciò che vede sarà deciso (almeno in teoria) dalle sue caratteristiche ottiche.

In questo modo diversi obiettivi costringono l’occhio di colui che osserva a vedere, o ignorare, parti del contenuto dell’immagine e a guardarla secondo un percorso visivo predeterminato, azzerando o esagerando gli elementi prospettici, condizionando la direzione e la velocità di messa a fuoco dell’occhio che osserva l’immagine finale, etc.

L’attenzione dell’occhio che guarda la fotografia graviterà inevitabilmente verso il piano di messa a fuoco, dunque la scelta di un obiettivo potrà cambiare radicalmente il modo in cui la scena verrà vista dall’osservatore.

Adesso chiedetevi qual è il vostro obiettivo preferito quando fotografate. Prendete cento fotografie che avete scattato e cercate di identificare il tipo di focale scelta.

Si tratta più spesso di un grandangolare o di un teleobiettivo?

Vi è mai capitato di pensare che alla vostra fotocamera mancava proprio un bell’obiettivo (un 20mm., o forse un 300mm.) per poi magari andarvelo a comperare e non riuscire quasi ad usarlo?

Vi siete mai chiesti il perché?

O ancora, vi è mai capitato di avere un obiettivo con l’autofocus difettoso e di scoprire che usandolo facevate delle foto molto più belle (o più brutte) del solito senza riuscire a spiegarvi il perché?

Perché tanto spesso nelle fotografie non appare la stessa realtà che i vostri occhi vedono?

La risposta è semplice; perché voi usate i vostri occhi come un obiettivo (gli occhi sono di fatto un potente obiettivo zoom dotato di raffinatissimo autofocus) e vi abituate ad usare i vostri occhi in un modo piuttosto che in un altro, facendo uso di determinate focali piuttosto che di altre.

Avete mai sentito parlare di miopie, o presbiopie psicosomatiche?

Secondo voi, è un caso che certe persone guardino i dettagli e altre i panorami?

Lo spazio mentale

Vedo che cominciate a capire …

Nel corso della crescita, e dello sviluppo psicofisiologico, ciascuno di voi si è abituato a guardare il mondo in un certo modo, usando un determinato piano focale piuttosto che un altro, ingrandendo i particolari, o viceversa ampliando la visione fino a racchiuderne un numero infinito.

Pian piano alcuni di voi si sono abituati a non vedere più al di qua e al di là del proprio piano focale, restringendolo al livello di un teleobiettivo da 500mm. Altri hanno imparato a usare una visione grandangolare che addirittura deforma la realtà.

E questo succede perché la messa a fuoco dell’occhio corrisponde alla messa a fuoco dell’attenzione e rappresenta il collegamento tra la visione del mondo esterno e la sua trasformazione in immagine interiore, che è dapprima fissata nella retina e poi immagazzinata nella mente.

Ciascun fotografo si abitua ad usare prevalentemente uno o due obiettivi di solito di tipologia similare, ed è rarissimo trovare fotografi (e parlo qui di professionisti) che si siano abituati ad usare indifferentemente tutta la gamma degli obiettivi disponibili sul mercato.

Lo stesso vale per la visione e la gestione del tempo in fotografia; vi sono fotografi che scattano solo con il cavalletto come Sebastiao Salgado (Magnum Photos) e altri che non lo hanno mai posseduto; chiedete a Josef Koudelka, o a Paolo Pellegrin (Magnum Photos)…

Vi sono fotografi cioè che immobilizzano i loro soggetti e altri i cui soggetti, e la cui realtà, non stanno mai fermi.

Certo, si usa dire che quel modo di vedere è lo stile di quel fotografo, ma si usa anche dire che un certo modo di vedere la realtà è un atteggiamento di quel dato individuo.

Vedete il punto di contatto?

Un nuovo spazio interiore

Il modo in cui i fotografi costruiscono le immagini è modulato sul modo in cui si sono abituati a guardare la realtà e sui parametri di spazio e tempo mediante cui la vivono.

La loro percezione dello spazio e del tempo finisce per definire uno stile individuale che poi, mediante la tecnica, si raffina fino al punto di diventare unico e inimitabile.

Questo significa che la fotografia può permettervi di scoprire nuovi particolari su voi stessi, soprattutto sul modo in cui percepite la realtà, il modo in cui ve la raffigurate ed il modo in cui costruite le vostre immagini interiori.

Va da sé che questo diviene anche per voi, come nel caso dei fotografi, uno stile individuale che finisce per definire la vostra unicità.

Ma perché non provare ogni tanto a capovolgere un po’ questa regola?

Torno a porvi la stessa domanda.

Voi, che fotografi siete? Qual è il vostro stile di visione preferito?

Una volta che avrete risposto a questa domanda, vi propongo di giocare un po’ con gli stilemi fotografici.

Provate a fare un po’ di fotografie radicalmente diverse da quelle a cui siete abituati.

Se vi piace complicarvi la vita, potete mettere addirittura il vostro mondo circostante (la casa, gli amici, il partner, o voi stessi) davanti all’obiettivo e realizzare in questo modo una serie di autoritratti ma, come abbiamo detto, una serie assolutamente diversa nelle scelte stilistiche rispetto a quanto avevate mai fatto prima.

Provate …

Potrebbe essere l’inizio di una serie di scoperte interessanti.

 

FABIO PICCINI

Medico e analista junghiano, membro ordinario IAAP, vive e lavora tra Rimini e Sansepolcro, e si interessa da molti anni degli utilizzi terapeutici dell’autoritratto fotografico.

 

Letture consigliate

  • Patterson F., Photography and the Art of Seeing. Key Porter, Toronto. (2004).
  • Freeman M., The Photographer’s Eye. Elsevier, Oxford (2007).
  • DuChemin D., Within the Frame. New Riders, Berkeley (2009).
  • Piccini F., Tra Arte e Terapia. Cosmopolis, Torino. (2010).

 

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febbraio 1, 2017 - Arti Visive e Plastiche, foto-videoterapia - Tagged: , , , , , , , , , - no comments