La comunicazione e la regolazione delle emozioni nelle Arti-terapie

di Roberto Caterina

 

D.to di Psicologia

Università degli Studi di Bologna

 

1) Introduzione

In questo mio scritto vorrei delineare due aspetti relativi alle modalità in cui “il fare arte” può avere un valore terapeutico. Vorrei distinguere una situazione in cui l’artista sembra beneficiare di quanto attraverso la sua creatività riesce ad esprimere – questa situazione può essere assimilata ad un’auto-terapia ed ha un valore soprattutto catartico – da una situazione – più vicina alle modalità di setting presenti nelle varie forme di psicoterapia – in cui è soprattutto l’analisi dell’interazione terapeuta-paziente a costituire il principale fondamento terapeutico dell’intervento. Le arti-terapie si basano sulla possibilità di creare attraverso del materiale artistico un dialogo prevalentemente non verbale tra paziente e terapeuta. In questo dialogo la condivisione di elementi emotivi e la capacità di saperli metabolizzare ed interiorizzare costituisce un fattore fondamentale di crescita individuale per il paziente e di riflessione per il terapeuta. Anche gli aspetti catartici, tuttavia, possono avere un ruolo di una certa importanza nella definizione dei moduli terapeutici.

Come le emozioni non riguardano soltanto l’universo privato delle persone che le provano ma possono caratterizzare eventi e manifestazioni che riguardano gruppi di persone all’interno di una collettività, così il valore terapeutico delle arti-terapie non deve essere confinato agli obiettivi privati di un paziente e ai suoi progressi, ma deve in qualche modo riguardare anche come le altre persone accoglieranno il paziente nella società e gli spazi che gli potranno essere offerti. In questa ottica “il fare arte” e le arti-terapie possono essere degli strumenti di sicuro valore per capire il valore sociale della regolazione e della condivisione delle emozioni.

2) Le emozioni come processo di trasformazione

Le risposte emotive non sono degli insiemi statici ed immutabili ma sono dei processi, rappresentano delle situazioni in continua evoluzione e trasformazione. Questo punto è affermato sia nella tradizione degli studi psicologici (ad es. nei modelli di Scherer, 1987, 2001 e di Frijda, 1986) sia nella tradizione psicoanalitica (Bion, 1962, Winnicott, 1971). Secondo la tradizione psicologica le emozioni rappresentano un’interfaccia tra organismo e ambiente che modula tale rapporto, determinando alcune risposte comportamentali tipiche e appropriate come quelle di lotta e fuga. Le emozioni, in particolare le cosiddette emozioni fondamentali – come la felicità, la tristezza, la rabbia, la paura, la sorpresa e il disgusto – che sarebbero universalmente espresse e riconosciute e che apparterrebbero anche al mondo animale non umano (Darwin, 1872; Ekman, 1992), sono strettamente legate alla sopravvivenza e al benessere individuale. Secondo alcuni autori (Frijda, 1986;  Bion, 1962), sia pure sotto diverse prospettive teoriche, le emozioni rappresenterebbero delle forme elementari, primitive, di pensiero e di elaborazione di strategie comportamentali di azione per ottenere determinati scopi. Nelle teorie psicoanalitiche queste forme primitive di pensiero sono state studiate soprattutto nelle fantasie che popolano la vita mentale del bambino piccolo o molto piccolo e nel passaggio da queste fantasie ad un rapporto reale con l’altro, a partire dall’adulto significativo di riferimento. Questo passaggio comporta da parte del soggetto un allargamento del proprio mondo mentale – detto anche mondo interno – la possibilità di tollerare delle frustrazioni e di tenere dentro di sé delle emozioni intense e a volte dolorose (il cosiddetto “dolore mentale”, Bion, 1962). La direzione della trasformazione va nel senso dell’elaborazione delle emozioni da esperienze sostanzialmente esterne ad eventi significativi e interni al mondo mentale delle persone: i processi di regolazione delle emozioni consentono in sostanza un recupero del significato relazionale e di comunicare in maniera efficace con gli altri. Al termine di questo processo le esperienze emotive non sono vissute più passivamente, ma costituiscono un mezzo efficace per interagire con le persone che ci circondano.

In altri termini le emozioni si trasformano in strumenti che ci aiutano a pensare e a dare un valore simbolico, non solo concreto alle nostre fantasie e ai nostri pensieri.

Il valore e il successo delle artiterapie si basano precisamente su questi processi trasformativi all’interno delle esperienze emotive che hanno sia dei riscontri privati, in termini di una maggiore competenza nell’espressione e nella regolazione delle proprie emozioni, sia dei risvolti sociali in termini di una maggiore possibilità di comunicare e di essere accolti all’interno di una struttura che sappia ascoltare e fare proprie quelle comunicazioni.

3) Catarsi, emozioni ed artiterapie

Nel definire i meccanismi di controllo e regolazione delle emozioni bisogna dire che essi si applicano un po’ a tutte quelle che sono considerate le componenti dell’esperienza emotiva (Scherer, 1987) e, cioè, la componente relativa alle risposte fisiologiche (all’attivazione corporea), quella espressivo-motoria (che riguarda le espressioni facciali e i movimenti corporei), quella cognitiva (relativa all’elaborazione dell’informazione sull’ambiente esterno), quella motivazionale (relativa ai piani e agli scopi per raggiungere determinati obiettivi) e, infine, la componente soggettiva o del vissuto emotivo (relativa alle emozioni che noi effettivamente proviamo). Ognuna di queste componenti ha, si diceva, i suoi meccanismi di controllo e di regolazione: così a titolo di esempio l’espressione facciale di un’emozione può essere intensificata o attenuata a seconda delle circostanze (si tratta delle “regole di esibizione” descritte da Ekman e Friesen, 1969 in base alle quali si evita di ridere ai funerali o avere espressioni tristi ai matrimoni), le risposte fisiologiche possono essere controllate attraverso delle tecniche comportamentistiche di biofeedback e così via. Particolare interesse riveste il controllo del vissuto emotivo, ovvero dell’esperienza soggettiva di provare una determinata emozione. Negli studi di origine psicoanalitica il controllo di questa componente dell’esperienza emotiva è stato particolarmente analizzato, soprattutto nei suoi aspetti nevrotici e patologici: si pensi al concetto di “rimozione” presente fin dagli albori della psicoanalisi nel modello catartico (Breuer e Freud, 1895) e poi ancora sviluppato in termini di meccanismi di difesa dell’Io (A. Freud, 1936; Ellenberger, 1970) con finalità non necessariamente patologiche. Il concetto di rimozione è strettamente legato a quello di inconscio (pur non esaurendolo) e di strategia di inganno e autoinganno. Nei loro studi sull’isteria Breuer e Freud (1895) videro come recuperando e riportando alla coscienza dei contenuti apparentemente dimenticati (rimossi) si potevano risolvere alcuni nodi conflittuali di una patologia e fare scomparire quei sintomi che la rappresentavano. I contenuti emotivi che erano rimasti come imprigionati in degli episodi rimossi, una volta venuti alla luce, potevano finalmente essere liberati e vissuti. Breuer e Freud  (1895) chiamarono “abreazione catartica” questo esito terapeutico, avendo in mente il concetto di “catarsi” così come era presente nella storia e nelle originali funzioni della tragedia greca e puntando espressamente su due elementi dell’abreazione catartica: la possibilità di esprimere e comunicare le proprie emozioni e il coinvolgimento del corpo in questo processo.

Già in questo primo modello pre-psicoanalitico risulta abbastanza evidente che ciò che si intende per catarsi è molto di più di un semplice sfogo emotivo, ma riguarda una vera e propria elaborazione cognitiva di processi emotivi. In tempi più vicini a noi Pennebaker e collaboratori (Pennebaker e O’Heeron, 1984; Pennebaker e Beall, 1986) hanno prodotto una serie di studi sull’elaborazione del lutto, sui segreti inconfessabili, sui diari emotivi che vanno proprio nella direzione della ricerca attraverso la catarsi di una forma di controllo e gestione delle esperienze emotive.

E’ chiaro che il modello catartico è ben presente in molte esperienze artistiche sia al livello di produzione sia al livello di fruizione. Molti artisti traggono un beneficio nel produrre le loro opere che sostanzialmente riguarda la possibilità di potere in qualche modo contenere e regolare le proprie emozioni. Ciò è particolarmente vero nella “scrittura” come terapia (elaborazioni di diari, vedi Ferrari, 2005, e “poetry therapy”) dove grazie anche all’apporto di nuovi strumenti tecnologici esistono dei veri e propri gruppi di discussione, community su internet che possono avere un ruolo anche positivo nella regolazione delle emozioni di singoli utenti. Nella fruizione artistica, parimenti, emozioni profonde possono essere vissute insieme ad altre persone e, quindi, comunicate e in qualche modo comprese. Non deve pertanto sorprendere che tali elementi catartici siano presenti anche in parte notevole della pratica arte-terapeutica. Tuttavia bisogna anche ricordare che i benefici legati al modello della catarsi possono presentare alcuni limiti, anche severi. Nei processi di condivisione dei vissuti emotivi, come vedremo meglio nel prossimo paragrafo, è necessario ipotizzare che – laddove ci sia un soggetto meno attrezzato a gestire dei contenuti emotivi molto forti (come lo sono molti artisti o pazienti) – una persona o un gruppo di persone sappiano farsi carico di quei contenuti emotivi, anche traumatici e siano in grado di mettere in condizione il soggetto che ha bisogno di aiuto di accoglierli dentro di sé e di elaborarli. Questo momento terapeutico essenziale può mancare o apparire in maniera molto ridotta laddove viene applicato il solo modello catartico che in pratica è un modulo auto-terapeutico.

Spesso un artista o un paziente non riesce da solo a procedere in modo adeguato nella trasformazione e nella elaborazione dei dati emotivi che lo turbano. Molto spesso, come nel caso delle nevrosi traumatiche (Freud, 1920) l’elaborazione delle emozioni si interrompe dando vita ad una ripetizione compulsiva (coazione a ripetere) che non consente di uscire da un determinato schema espressivo. E’ chiaro che in questi casi c’è bisogno di un dialogo e di uno scambio emotivo che va al di là del modello catartico.

4) La condivisione sociale delle emozioni

L’elaborazione e la trasformazione delle emozioni avviene nel dialogo, per lo più di natura non verbale, che si instaura tra due o più persone. Il primo esempio più importante di questo dialogo è costituito dalla coppia madre bambino, coppia asimmetrica in cui la madre funge da “contenitore” (Bion, 1962) delle angosce del bambino, lo mette in grado di elaborare le sue emozioni . Per estensione lo stesso discorso può essere fatto anche per la coppia terapeutica: il rapporto paziente-terapeuta si intensifica e diviene “creativo”, nel senso che consente la formazione di uno “spazio potenziale” (Winnicott, 1971; Ricci Bitti, 1998) di comunicazione e di gestione dei vissuti emotivi tra i due termini della coppia.

Quando si parla di condivisione dei vissuti emotivi spesso si fa riferimento al concetto di “empatia” ovvero nella possibilità di immedesimarsi in un’altra persona, nei suoi desideri, bisogni e di provare le medesime emozioni e sentimenti. L’empatia è stata spesso descritta in passato in termini piuttosto generali: il suo valore filosofico è stato poi ancorato a evidenze più concrete prima da Lipps (1903) e poi dai recenti studi relativi all’esistenza dei “neuroni specchio” (Gallese, 2001, 2006; Rizzolatti et al,. 1998).

Nelle situazioni di arti-terapie il fare arte insieme è alla base dello sviluppo di relazioni significative con il terapeuta e con il gruppo e il fare arte insieme vuol dire in sostanza essere capace di provare le medesime emozioni e di essere in grado di comunicarle agli altri.

Gli aspetti comunicativi delle arti-terapie possono essere ben spiegati dal modello del “social sharing” di Bernard Rimé (1994). Secondo Rimé nella dimensione emotiva esiste una sostanziale contraddizione tra aspetti intrapersonali che collocano l’esperienza emotiva nella parte più intima e segreta del sé ed aspetti interpersonali che spingono la stessa esperienza emotiva verso il mondo esterno, la rendono comunicabile attraverso la comunicazione non verbale e mediante il linguaggio. Nella natura stessa delle emozioni è presente una spinta verso la diffusione sociale – il modello di Rimé rappresenta una preziosa testimonianza in tal senso – che non può essere frenata così come non si può impedire che l’energia elettrica si diffonda da un capo all’altro di un filo di rame. Stimoli emotigeni particolarmente intensi non possono appartenere ad un singolo individuo, né possono essere da lui trattenuti senza conseguenze traumatiche, ma devono circolare e formare l’oggetto di una comune conoscenza emotiva. In quest’ottica nasce l’idea di sostegno sociale che è alla base del modello di Rimé e che può permettere a singoli individui di passare senza traumi attraverso emozioni molto intense o di elaborare insieme ad altri esperienze traumatiche. Tuttavia per quanto il sostegno sociale sia importante esso sarebbe del tutto incomprensibile se prima non si fosse appreso, spesso attraverso esperienze quotidiane con stimoli emotigeni assai meno intensi, come comunicare, controllare e modulare le proprie emozioni. Questo compito, almeno ad un certo livello, si colloca necessariamente nella sfera della elaborazione individuale resa possibile da un rapporto creativo con l’ambiente. Non bisogna in sostanza lasciarsi fuorviare dall’immagine di potenza che alcuni stimoli emotivi evocano: sono gli stimoli di intensità più moderata, infatti, in accordo con quanto sostengono Scherer (1987) e Frijda (1986) che possono essere trasformati in pensieri e dar vita  ad una forma diversa, simbolica, di comunicazione delle emozioni.

Lo stato di salute e il benessere individuale dipendono in gran parte dal controllo e dalla regolazione delle emozioni. La capacità di controllare, esprimere, vivere e sentire le emozioni è una qualità che non tutte le persone possiedono in eguale misura e che, in talune circostanze, può essere particolarmente importante sviluppare o acquisire. Quando si usa il termine regolazione delle emozioni, non ci si riferisce necessariamente alla loro inibizione, ma piuttosto ad un loro espressione adeguata (Caterina, 2005). Si è parlato a tale proposito di “intelligenza emotiva”. Il concetto di intelligenza emotiva introdotto da Salovey e Mayer (1990) e poi riproposto nel libro di Goleman (1995), riprende sostanzialmente la definizione di intelligenza multicomponenziale di Gardner (1993), e sottolinea l’esistenza, tra i vari fattori che costituiscono l’intelligenza umana, di un’abilità emotiva che permette a molti individui di sapersi muovere con successo, di vivere meglio e, spesso, più a lungo. L’intelligenza emotiva non necessariamente coincide con il concetto tradizionale di intelligenza (espresso dal quoziente intellettivo), né con le competenze tecniche che una persona può avere. Si tratta di un tipo di intelligenza che evidenzia le abilità sociali dell’individuo e si fonda su diverse forme di regolazione delle emozioni. Nell’ambito delle arti-terapie il concetto di intelligenza emotiva può essere utile proprio per trasformare dei comportamenti antisociali e distruttivi in dei processi creativi attraverso l’uso di materiale artistico e attraverso la condivisione dello stesso con il terapeuta e con gli altri pazienti. Pur non avendo le arti-terapie una finalità didattica si può dire, però, che abbiano come obiettivo lo sviluppo di una maggiore intelligenza emotiva, obiettivo che può essere realizzato nel tempo e nel rispetto del setting, attraverso l’espressione artistica.

La funzione dell’arte per superare situazioni di emarginazione è forse una delle più importanti caratteristiche delle arti-terapie ed è certamente quella che mette maggiormente in luce l’utilità di questo modello terapeutico. Uno dei punti di forza delle arti-terapie è costituito dal fatto che tali esperienze si sono rivelate estremamente utili nel ridurre comportamenti aggressivi, nel favorire gli aspetti comunicativi all’interno del gruppo, nell’utilizzare l’arte come fattore di aggregazione sociale e mezzo per esprimere in maniera adeguata le proprie emozioni. Non a caso molteplici programmi di arti-terapie vengono attuati in contesti di disagio ed emarginazione sociale o di handicap fisico in cui molto spesso la mancanza di strumenti comunicativi efficaci è al tempo stesso causa e conseguenza di emarginazione. Gli obiettivi terapeutici di molti progetti di arti-terapie puntano a rimuovere l’isolamento sociale e le ansie ad esso connesso che molte patologie o disabilità comportano. Ad esempio nel caso dell’Alzheimer si cerca, attraverso l’espressione artistica, di tener vivi dei canali di comunicazione non verbali e uno spazio di condivisione di vissuti emotivi. Di fronte ad handicap fisici, come difficoltà motorie, sordità, cecità, ecc…, l’espressione artistica può attivare dei percorsi in cui la condivisione e la regolazione delle emozioni portano a convivere in maniera consapevole con le proprie limitazioni e ad integrarsi socialmente. Nel caso di tossicodipendenze, comportamenti antisociali, gli elementi distruttivi e autodistruttivi possono essere trasformati in elementi creativi con l’obiettivo, ancora una volta di favorire l’integrazione sociale.

Il mondo delle arti-terapie, pur nella sua autonomia, è indubbiamente inserito in vari programmi ed attività sociali che cercano di venire incontro alle difficoltà poste in essere da diverse forme di disagio. La valenza sociale delle arti-terapie si fonda su una risposta che esse sanno offrire a richieste di aiuto e tale risposta si basa su una competenza comunicativa degli operatori che deve essere appresa, non improvvisata e su un’esperienza clinica e relazionale che consente di utilizzare gli elementi comunicativi espressi attraverso gli elementi artistici per condividere e saper regolare delle emozioni.

5) Le emozioni estetiche

Le arti-terapie evidenziano delle emozioni particolari che possono essere diverse da quelle che tutti conosciamo.

Secondo quanto si è già detto a proposito del modello di Scherer (1987) le emozioni costituiscono un’interfaccia tra organismo ed ambiente ed hanno quindi un evidente valore utilitario (come le risposte di lotta o fuga o i comportamenti riproduttivi testimoniano).

Eppure ci sono delle altre emozioni che non hanno lo stesso evidente scopo utilitario: le emozioni estetiche che sono prodotte dall’apprezzamento delle qualità intrinseche della bellezza della natura e dalla qualità di un’opera d’arte. Meraviglia, fascinazione, ammirazione, estasi, armonia, rapimento, solennità, sono alcuni esempi.

Uno studio sulle emozioni estetiche è stato fatto di recente da Zentner et al. (2008) in riferimento alla musica dove sono stati individuati nove fattori principali che caratterizzano le emozioni derivanti dall’ascolto musicale (Geneva Emotional Music Scale): meraviglia, transcendenza, potere, tenerezza, nostalgia, pace, gioia, tristezza e tensione. Come si vede questi fattori sono in parte diversi da quelli rappresentati dalle emozioni “fondamentali”. Nulla esclude, però, che i risultati di quelle ricerche possano essere estese ad altri ambiti artistici o percettivi.

L’individuazione di alcune emozioni definite estetiche ci consente di sottolineare ulteriormente il fatto che le emozioni possano essere degli insiemi da costruire con altre persone, come proprio la situazione di “fare arte insieme” evidenzia. Inoltre in questo “fare arte insieme” si realizzano dei complessi legami fra attivazione corporea, emozioni e pensieri che costituiscono in qualche modo l’essenza stessa del percorso terapeutico.

Un altro fattore di grande rilevanza è che l’esperienza estetica si basa sulla soggettività. Ciò che piace ad una persona, può non piacere ad un’altra: per questo ad es. ci sono musiche che piacciano, musiche che si detestano e non sono le stesse per tutti, ciò che viene detto per la musica può valere anche per altre arti. Parlando di soggettività dell’esperienza estetica può essere rilevante ricordare il concetto di “fatto scelto” di Bion (1962) che recentemente la psicoanalista Graziella Magherini (2007) ha legato al concetto del “perturbante” freudiano (Freud, 1919) nel rilevare come il processo di fruizione estetica parta da punti di vista sempre diversi in chi guarda un’opera d’arte. E’ questa, come si è già detto, una differenza fondamentale tra le emozioni estetiche e quelle cosiddette “fondamentali” dove un’universalità di riferimenti sia in termini espressivi che di vissuto emotivo appare abbastanza consolidata.

L’ esperienza estetica, infine, si basa sì sull’empatia, ma anche sulla sorpresa, la meraviglia e la violazione delle aspettative. Questa continua sfida che il mondo dell’arte implica può costituire uno stimolo potente in molte persone ad esercitare la propria creatività, a valorizzare l’errore come punto di partenza per importanti scoperte e, infine, a ritrovare una propria meravigliosa e originale dimensione emotiva da condividere con gli altri

6) Conclusioni

L’elemento che media il rapporto tra arte e terapia è l’ascolto, inteso come capacità di entrare in sintonia con il mondo interno del paziente. Ascoltare il paziente è la strada che il terapeuta segue per far capire a chi ha in cura qualcosa di più del suo mondo emotivo e per aiutarlo a tenerlo sotto controllo. Il paziente può così diventare soggetto attivo che vive creativamente le proprie emozioni senza lasciarsi travolgere da esse. Il terapeuta stesso ha bisogno di regolare le proprie emozioni, di “sentire” il paziente e di essere aiutato a farlo (nella supervisione ad esempio), con l’obiettivo di poter comunicare delle emozioni intense e di poterle tenere dentro di sé.

In sostanza nelle arti-terapie la relazione terapeutica mira a cogliere la forma, la struttura della relazione come elemento che permette di regolare le proprie emozioni e che consente la trasformazione delle emozioni in pensieri.

 

ROBERTO CATERINA professore associato confermato di Psicologia della percezione, Psicologia della musica e Psicologia della comunicazione nell’Università di Bologna. Psicologo clinico abilitato all’esercizio della psicoterapia, membro dell’AIP (Associazione degli Psicologi Italiani) e dell’ESCOM (European Society of Cognitive Music).

 

 

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aprile 13, 2017 - Arti Visive e Plastiche, Articoli e News - Tagged: , , , , , , , , - no comments