Quando un tempio della musica come l’Accademia di Santa Cecilia di Roma si interessa alla musicoterapia e offre il suo spazio ad un convegno dedicato a questa disciplina, l’orecchio musicale degli addetti ai lavori si desta e si orienta a sentire che cosa succede, a livello istituzionale. Il tema è molto dibattuto ed attuale.
Prendendo spunto da convegno tenutosi nello scorso aprile, rintracciamo autorevoli relatori e con loro intrecciamo un discorso che ci aiuti a chiarire, fare il punto sulla situazione italiana rispetto ad una disciplina in espansione, ma il cui profilo non è ancora ben definito. Il musicoterapista non è ancora una figura professionale riconosciuta in Italia. Esistono diversi corsi attivi : dal primo, pioneristico della Cittadella cristiana di Assisi, del 1981 si è passati nel 2011 a diverse decine, diffusi nel territorio nazionale, afferenti a diverse Associazioni. Quattro sono i conservatori che hanno attivato al loro interno corsi di formazione: Cuneo, Matera, L’Aquila, Verona. I corsi sono molto eterogenei tra di loro, così come i modelli insegnati. Difficile il lavoro per il musico terapista italiano. Mancando ancora un riconoscimento, il suo contratto di lavoro è soggetto ad altri titoli in possesso e non sono molti i fortunati che riescono a lavorare ed essere riconosciuti per la loro specificità.
In ambito clinico gli sbocchi lavorativi sono prevalentemente nell’ambito psichiatrico, nei disturbi pervasivi dello sviluppo, nelle demenze, nel lavoro con anziani in genere e nelle cure palliative.
Mi è capitato molto spesso di pensare che la “sedia vuota”, oltre che una tecnica psicoterapeutica, potesse essere presa come metafora della riluttanza con cui il gestaltista o l’arte-terapeuta si pone di fronte alla scrittura. Il valore dato all’esperienza, intesa come globalità dell’agire terapeutico e formativo, e al lavoro sulle emozioni come cardine filosofico e pragmatico della fenomenologia tecnologica gestaltista e arte-terapeutica in generale, è come se ponesse la teoria su uno sfondo concettuale solo di rado evidenziato in primo piano. Nulla esce dalla relazione dialogica tra due individui, la parola perde di valore se non comunicata empaticamente. In questo senso, anche la didattica soffre dello stesso limite e di conseguenza diventa, se non raro, quantomeno difficile trovare nelle librerie un buon libro di arte-terapia ad orientamento gestaltico. E, attenzione, non è un problema di erudizione, o di mancanza di interesse nei confronti della scrittura tout court, almeno nella maggior parte dei casi, ma la risultante di un atteggiamento fondamentalmente centrato sul rapporto umano e sul qui e ora della relazione che sulla carta perderebbe tutto il proprio vissuto pragmatico. È inevitabile pensare invece che un libro si ponga per definizione in un contesto “lì e allora” e che il gestaltista vero, o il counsellor, si senta come uno straniero in terra straniera. Se vogliamo, anche la critica stessa che si fa della psicanalisi e dei suoi modelli teorici da un punto di vista epistemologico può essere inserita nella prospettiva di contrasto che si genera tra un approccio basato sull’esperienza, la gestalt appunto, ed uno basato sull’interpretare, vero giardino dell’Eden della parola scritta. È evidente la mole di contributi letterari prodotti in altri contesti psicoterapeutici che vanno da quello cognitivo-comportamentale a quello sistemico-relazionale. Gli unici contributi di un certo rilievo che solo di recente riescono a imporsi all’attenzione anche in ambito gestaltico, sono invece quelli generati dall’uso dell’arte-terapia. Come mai? Perché si trova più interessante spostare l’asse dell’elaborazione concettuale sui mediatori artistici piuttosto che sui concetti e le tecniche di una psicoterapia quantomai viva e prolifica di pratiche eterogenee?
Incontro Luisa Lopez nel suo studio, presso il Villaggio Eugenio Litta, Centro per le disabilità di sviluppo, con sede a Grottaferrata. Il luogo ti cala subito in una dimensione di diagnosi e cura ma il clima asettico è mitigato da tanti particolari che ti mettono poi a tuo agio. Ambiente sanitario sì, ma con richiami alle persone prese in cura e in particolare ai bambini, che rimandano ad una dimensione di attenzione e considerazione attraverso giochi, foto di volti sorridenti, cartoline, oggetti che creano un calore e una storia.
Intervista con Laure Vétois, arte terapeuta e formatrice.
La medicina antroposofica è stata concepita da Rudolf Steiner, scienziato e filosofo austriaco (1861-1925). Essa tiene conto della persona nella sua totalità: corpo (volontà, attività), anima (emozioni, sentimenti), spirito (vita interiore e spirituale), ambiente in cui essa vive e influenza del cosmo. La malattia denota uno squilibrio in uno di questi ambiti. Molte discipline cooperano nella cura della persona e una di queste è l’arte terapia