di Gaspare Palmieri
Canta e passa la malinconia, se si canta in due passa meglio
Hey Man, Zucchero, 1987

Nel polimorfo mondo postmoderno, uno dei pochi modi per cercare di mantenere qualcosa che assomigli a una certa identità, è a mio avviso quello di restare saldamente attaccati alle proprie radici. Io sono modenese, e ho sempre vissuto questa parte d’Emilia come una terra del rock (oltre come quella della cucina così ricca di acidi grassi polinsaturi, che fanno così bene al cervello…). A sedici anni ho imparato a strimpellare la chitarra e quasi subito ho sentito il bisogno di scrivere canzoni, avendo come esempi a cui ispirarmi i grandi cantautori delle mie parti: Francesco Guccini, Pierangelo Bertoli, Lucio Dalla, Vasco Rossi, Luciano Ligabue, Zucchero, Luca Carboni…Da allora credo fermamente nel valore della canzone come entità espressiva complessa, ben strutturata e ristrutturante, semplice ma potenzialmente ricca di significati, a basso costo ma fortemente evocativa.
Credo di poter affermare che questa mia passione per la canzone rappresenti oggi anche uno degli strumenti che utilizzo nel mio lavoro di psichiatra, in particolare in ambito riabilitativo. Più accumulo esperienze professionali, più mi sembra evidente che la passione e le “passioni” degli operatori, se ben indirizzate e modulate in modo consapevole, possano essere armi terapeutiche molto potenti, spesso più delle tecniche apprese nelle varie scuole, soprattutto nell’ambito degli interminabili percorsi della riabilitazione psichiatrica, dove il rischio di una frustrante cronicizzazione è sempre in agguato.