di Mariella Sassone

Georgia O'Keeffe-(hands)
Mi innamoro sempre dei morti, sì è così. Mi innamoro di quello che hanno lasciato, delle loro tracce nel mondo, di quelle tracce che mi restituiscono un briciolo di esistenza fin’ora inesplorata permettendomi di percorrere nuovi sentieri senza paura: se altri ci sono passati forse alla fine non c’è il burrone, ma un briciolo di libertà.
Questo accade spesso e questo è accaduto ancora una volta andando a vedere la mostra di Georgia O’Keeffe a Roma. La conoscevo appena, solo attraverso qualche opera isolata, vista qua e là in altri ambiti e contesti, considerata solo un evento americano o semplice provocazione. E invece l’ho incontrata nelle sue tracce affidate a me che ho letto in esse il mio messaggio augurale. Proprio come un augure che scruta il cielo ho cominciato a guardare i suoi quadri come eventi, come il momento esistenziale che è intercorso fra i suoi occhi e l’oggetto osservato. Ed un altro momento era lì, fra i miei occhi e i suoi quadri che dei suoi stessi occhi erano testimonianza, un’interazione che espandeva la percezione per offrirla agli altri sensi, riempiendomi di caldo, freddo, umido, fragile, fresco, rugiada, secco, deserto. Questo il mio sentire per lei, per la sua pittura che non racconta ma che stana l’essenza, per lei e la sua arte, lei e la ricerca di quell’essenza, della bellezza che è andata a cercare, ed a rendere. Questo il mio augurio di fronte alle sue tele, il mio essere vicina a questa donna bellissima, soprattutto da vecchia, vecchia che è il contrario di giovane, vecchia che non vuol dire adulta né anziana, ipocrita eufemismo che stucca i segni del tempo impolverandoli con un velo. Vecchiaia è quell’età della vita che raccoglie il tempo e lo rappresenta, e lei stessa, in vecchiaia, era diventata opera viva dell’arte che è stata la sua vita. Si, si chiama fascinazione, rapimento, ripeto mi sono innamorata.