Category Archives: recensioni

Un nuovo amore

di Mariella Sassone

Georgia O'Keeffe-(hands)

Mi innamoro sempre dei morti, sì è così. Mi innamoro di quello che hanno lasciato, delle loro tracce nel mondo, di quelle tracce che mi restituiscono un briciolo di esistenza fin’ora inesplorata permettendomi di percorrere nuovi sentieri senza paura: se altri ci sono passati forse alla fine non c’è il burrone, ma un briciolo di libertà.
Questo accade spesso e questo è accaduto ancora una volta andando a vedere la mostra di Georgia O’Keeffe a Roma. La conoscevo appena, solo attraverso qualche opera isolata, vista qua e là in altri ambiti e contesti, considerata solo un evento americano o semplice provocazione. E invece l’ho incontrata  nelle sue tracce affidate a me che ho letto in esse il mio messaggio augurale. Proprio come un augure che scruta il cielo ho cominciato a guardare i suoi quadri come eventi, come il momento esistenziale che è intercorso fra i suoi occhi e l’oggetto osservato. Ed un altro momento era lì, fra i miei occhi e i suoi quadri che dei suoi stessi occhi erano testimonianza, un’interazione che espandeva la percezione per offrirla agli altri sensi, riempiendomi di caldo, freddo, umido, fragile, fresco, rugiada, secco, deserto. Questo il mio sentire per lei, per la sua pittura che non racconta ma che stana l’essenza, per lei e la sua arte, lei e la ricerca di quell’essenza, della bellezza che è andata  a cercare, ed a rendere. Questo il mio augurio di fronte alle sue tele, il mio essere vicina a questa donna  bellissima, soprattutto da vecchia, vecchia che è il contrario di giovane, vecchia che non vuol dire adulta né anziana, ipocrita eufemismo che stucca i segni del tempo impolverandoli con un velo. Vecchiaia è quell’età della vita che raccoglie il tempo e lo rappresenta, e lei stessa, in vecchiaia, era diventata opera viva dell’arte che è stata la sua vita. Si, si chiama fascinazione, rapimento, ripeto mi sono innamorata.

Lo Sguardo e l’Azione: l’intervista completa e una recensione del libro

A cura di Pierluca Santoro

Mi è capitato molto spesso di pensare che la “sedia vuota”, oltre che una tecnica psicoterapeutica, potesse essere presa come metafora della riluttanza con cui il gestaltista o l’arte-terapeuta si pone di fronte alla scrittura. Il valore dato all’esperienza, intesa come globalità dell’agire terapeutico e formativo, e al lavoro sulle emozioni come cardine filosofico e pragmatico della fenomenologia tecnologica gestaltista e arte-terapeutica in generale, è come se ponesse la teoria su uno sfondo concettuale solo di rado evidenziato in primo piano. Nulla esce dalla relazione dialogica tra due individui, la parola perde di valore se non comunicata empaticamente. In questo senso, anche la didattica soffre dello stesso limite e di conseguenza diventa, se non raro, quantomeno difficile trovare nelle librerie un buon libro di arte-terapia ad orientamento gestaltico. E, attenzione, non è un problema di erudizione, o di mancanza di interesse nei confronti della scrittura tout court, almeno nella maggior parte dei casi, ma la risultante di un atteggiamento fondamentalmente centrato sul rapporto umano e sul qui e ora della relazione che sulla carta perderebbe tutto il proprio vissuto pragmatico. È inevitabile pensare invece che un libro si ponga per definizione in un contesto “lì e allora” e che il gestaltista vero, o il counsellor, si senta come uno straniero in terra straniera. Se vogliamo, anche la critica stessa che si fa della psicanalisi e dei suoi modelli teorici da un punto di vista epistemologico può essere inserita nella prospettiva di contrasto che si genera tra un approccio basato sull’esperienza, la gestalt appunto, ed uno basato sull’interpretare, vero giardino dell’Eden della parola scritta. È evidente la mole di contributi letterari prodotti in altri contesti psicoterapeutici che vanno da quello cognitivo-comportamentale a quello sistemico-relazionale. Gli unici contributi di un certo rilievo che solo di recente riescono a imporsi all’attenzione anche in ambito gestaltico, sono invece quelli generati dall’uso dell’arte-terapia. Come mai? Perché si trova più interessante spostare l’asse dell’elaborazione concettuale sui mediatori artistici piuttosto che sui concetti e le tecniche di una psicoterapia quantomai viva e prolifica di pratiche eterogenee?

Regina Coeli: in scena il disagio della Polizia Penitenziaria

Da un articolo pubblicato sul Corriere della Sera On-Line:

http://roma.corriere.it/roma/notizie/arte_e_cultura/11_dicembre_5/teatro-regina-coeli-sovraffollamento-carceri-1902429114711.shtml

 
Lunedì 5 dicembre è andato in scena presso la Rotonda della Casa Circondariale di Regina Coeli lo spettacolo teatrale “24 gennaio 1944, la fuga da Regina Coeli di Sandro Pertini e Giuseppe Saragat”. L’intento della rappresentazione non si limita alla rievocazione storica di eventi ma racchiude una riflessione sulla funzione della Polizia Penitenziaria e della sua importanza nel processo di detenzione, che dovrebbe essere sempre orientato alla rieducazione.
Il ruolo degli agenti penitenziari è spesso dibattuto, e nel 2010 fu oggetto di un convegno, organizzato sempre a Regina Coeli dal Centro Studi Cappella Orsini, dal titolo “L’emergenza sanitaria nei penitenziari italiani a 18 mesi dall’entrata in vigore della legge”.
Considerando che il sovraffollamento negli istituti penitenziari raggiunge quasi 23000 persone rispetto alla capienza massima, è semplice immaginare le condizioni di emergenza in cui versano questi luoghi. Gli agenti vivono le stesse condizioni di degrado allo stesso modo dei detenuti, e negli ultimi anni sono stati colpiti maggiormente da malattie infettive come la scabbia, l’epatite e la tubercolosi. L’enorme disagio causato da questa condizione ha portato anche a gesti estremi, come il suicidio di un ispettore capo nel mese di ottobre 2011.
Questo grave evento è un altro indicatore dell’importanza e l’urgenza di fornire sostegno psicologico al personale di Polizia Penitenziaria, che rischia, di essere oggetto del sovraccarico emotivo causato dalle condizioni ambientali in cui anche gli agenti vivono una situazione di restrizione della libertà, al pari dei detenuti.
Il teatro, in quest’occasione, diviene ancora una volta un mezzo di comunicazione efficace per porre l’accento su problemi e disagi all’interno delle istituzioni.

Daniela Abbrescia

Imparare le lingue con il teatro: il Process Drama

Una piccola riflessione su come l’arte, sempre più spesso, esce dagli spazi dedicati e definiti per andare incontro al mondo e alle persone. Incontra il carcere, le strutture psichiatriche, le aziende, gli ospedali, la strada, e incontra anche i ragazzi della scuola e i loro insegnanti. Moltissimi sono i progetti di arte terapia proposti nelle scuole, finalizzati soprattutto al lavoro sulle dinamiche interpersonali e gruppali, alla facilitazione dell’integrazione dei ragazzi disabili o stranieri, alla riduzione della dispersione scolastica e del fenomeno del bullismo.

“In viaggio con Amleto”

9° Convegno Nazionale Federazione Italiana Teatroterapia

Recensione di Roberto Motta

Si è tenuto a Matera l’8 e 9 ottobre 2011 il 9° Convegno Nazionale della Federazione Italiana Teatroterapia dal titolo suggestivo: “In viaggio con Amleto”. Il tema trattato in questo convegno riguardava la percezione e la sensorialità in teatroterapia.
Nella giornata di sabato ci sono stati i saluti e gli auguri, non formali, degli enti che hanno sostenuto questo convegno, dal presidente della Provincia di Matera, dott. Franco Stella, al Sindaco di Matera, dott. Salvatore Adduce, dalla dott.ssa Marta Ragozzino in qualità di Sovrintendente dei Beni storici, artistici ed etnoatropologici della Basilicata all’arch. Raffaello De Ruggeri, presidente della Fondazione Zetema, al dott. Alfredo Ricci, vice-presidente della Camera di Commercio di Matera.