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Nome e cognome dell’intervistato DEBORA SBAIZ
In qualità di Danza/Movimento Terapeuta
Località di svolgimento del progetto Centro Disturbi Alimentari Portogruaro(VE)
Come è nata la collaborazione con il CDA e con quali operatori tra medici psicologi ed altre figure ti relazioni
D: Il Centro Disturbi Alimentari offre un approccio terapeutico grazie ad una equipe composta da uno psichiatra, psicologhe psicoterapeute, dietiste e infermiere. Per iniziare avevo parlato con il dott. Salvo, il direttore sanitario, ancora nel 2003, lui aveva accolto favorevolmente la mia idea di fare un gruppo di D.M.T. ritienendo molto importante l’approccio corporeo, solo che c’era il limite finanziario: non c’erano fondi per pagare la mia prestazione… Quando sono ritornata nel 2004 con i fondi necessari per fare 10 incontri a cadenza settimanale con le ragazze ricoverate, lui ha dato subito la sua approvazione, così ho iniziato. Gli incontri sono andati bene, sono stati accolti favorevolmente sia dalle pazienti che dai professionisti dell’equipe.
Le ragazze hanno cominciato a parlare e a riportare la loro esperienza. L’utenza è stata molto favorevole alla D.M.T., nonostante le difficoltà personali ad affrontare un approccio corporeo, c’era anche la comprensione che poteva essere di aiuto per la loro guarigione, per aumentare la consapevolezza del proprio corpo ed imparare ad accettarlo. E così… ci si è messi a cercar fondi!
Cosa significa fare DMT e cosa significa farla in un contesto clinico
D: E' la prima domanda che mi hanno fatto all'ammissione al master in America! Fare il danza terapeuta è in qualche modo dare se stessi, io do il mio percorso di vita, la mia conoscenza, la mia sensibilità. Quando io danzo con le pazienti in qualche modo mi svelo continuamente. Per me la DMT è permettere ad una persona di contattare se stessa ad un livello più profondo, per riconnettersi ad emozioni, sensazioni, sentimenti, a contatto con il proprio corpo. A volte non possiamo esprimere a parole ciò che sentiamo però lo sentiamo. E' innegabile. Quindi offro alla persona un modo per esprimerlo oltre le parole.
La DMT offre uno spazio per l’espressione di sé in movimento, ma poi la comprensione di quanto è avvento in movimento e quindi l’integrazione dell’esperienza che porta al cambiamento avviene attraverso l’elaborazione verbale.
Quando l’esperienza viene compresa a livello cognitivo, la possiamo rielaborare in vari modi. Se ciò non avviene l’esperienza può portare anche ad una risoluzione di tipo catartico, con rilasci emotivi, ma quando questo stato di benessere finisce e la persona non ha capito cos’è successo non è in grado di utilizzare strumenti utili per riportarsi allo stato di benessere. Se io facessi solo danza, per esempio con le pazienti del DCAP, certo sarebbe utile perché aiuta a spezzare le barriere del controllo, del perfezionismo, le mette in gioco sul piano fisico, però se io poi non elaborassi questa esperienza per capire cosa succede dentro di loro, quali sensazioni, quali emozioni, come quanto emerso si ricollega alla loro vita, al percorso di guarigione, alla malattia… è poco significativo. E’ un'esperienza fine a se stessa, che sicuramente aiuta in un certo modo, che però non mette a fuoco delle cose, non le chiarifica, non le porta a consapevolezza.
In DMT c'è un assunto generale: la patologia è in qualche modo un creare un repertorio di azioni, di comportamenti chiusi e ripetitivi. E' come entrare in un automatismo. Ciò che si fa a livello mentale lo si fa anche col corpo. La cosa che mi ha sempre sorpreso nell'individuare una persona con problemi psichiatrici è la sua postura e la scelta dei movimenti, che spesso sono ripetitivi (tic, battere sul muro, dondolii, etc.).
Possiamo dire che una chiusura mentale corrisponde ad una fissazione del corpo. Qui entra in gioco la DMT la quale apre le possibilità espressive fornendo l’opportunità di fare esperienza di una diversa gamma di movimenti e di espressività. Ciò fa risvegliare a livello cognitivo e mentale altre soluzioni, azioni, ragionamento. Si tratta proprio di ampliare questa gamma e spezzare gli automatismi. Il comportamento deve essere adeguato al contesto non fine a se stesso.
La DMT come strumento utilizzato in un contesto quale il DCAP quali obiettivi può avere
Spesso è anche una provocazione, perché l’obiettivo è rompere degli schemi. Riallacciandomi alla mia esperienza al DCAP ciò che mi sembra utile fare è di stimolare le utenti a provare piacere (questa è una parola che uso spesso con le pazienti) a livello sensoriale, cioè di aiutarle ad aprire canali percettivi per ascoltare il loro corpo, ma anche per contrastare la compulsività al perfezionismo, al controllo. In qualche modo provo a muoverle da una fissità, che è sia fisica che mentale. Facendo questo, a volte, provoco rilasci emotivi, in pianto o in rabbia, perché è evidente che rompere i propri schemi non è facile. Quindi molti degli esercizi che io propongo, le strutture che creo nel movimento si possono trasporre in meccanismi mentali da loro osservabili, e di queste informazioni noi ne possiamo discutere a livello verbale. Loro hanno poi modo di integrare queste informazioni portandole in altri gruppi, elaborandole ulteriormente e accrescendo la loro consapevolezza.
Cosa avviene durante una seduta di DMT
Avvengono tantissime cose in seduta. Anche se io avessi l'illusione di voler solo interpretare il movimenti, farei contemporaneamente tante cose. Ogni volta che faccio DMT faccio anche un intervento terapeutico, nel senso che un'esperienza di danza offre già tutta una serie di condizioni e di proposte che arricchiscono il paziente. Tutte le cose che propongo hanno l'intenzione di sbloccare determinati meccanismi o di portare alla luce determinati automatismi che a volte sono immediatamente osservabili, alle volte no. Alle volte sono necessari 4-5 incontri perché la struttura mentale della persona possa emergere. Questo è un obiettivo che io ho: di rilevare quanto il movimento mi rimanda alla struttura mentale e una volta che questa è chiara la DMT offre un'opportunità di cambiamento, che può voler dire all’inizio provare una nuova modalità di movimento fino ad ora non utilizzata. Concretamente invito a far provare alle pazienti il movimento dell'altro. L’esercizio si chiama ‘following the leader’ (seguire il capo): a turno ognuno propone un movimento che tutti ripetono. Questo in qualche modo è sperimentare attraverso la modalità espressiva dell'altro e quindi indirettamente ampliare quella gamma di movimenti di cui parlavamo prima, c'è un arricchimento.
Cosa in particolare negli incontri nel DCAP, dove il corpo è il soggetto/oggetto della patologia e della DMT
D: C'è il vantaggio che nel gruppo hanno tutti lo stesso problema; tra di loro c'è un grande sostegno reciproco, quindi se da una parte ognuna appare rigida, bloccata nel suo movimento, c'è però il desiderio a provare la modalità di qualcun’altra. Faccio loro l'esempio di quando si va in un negozio di vestiti, e si può provare qualcosa anche se si sa che non si comprerebbe mai quel vestito, ma davanti all'opportunità di provare perché non farlo?
Invece di essere io ad interpretare il movimento, sono le pazienti stesse che interpretano il movimento e con esso parti di loro stesse, della loro vita, del loro processo mentale. Per es: in un esercizio sulla rabbia io le metto in coppia una di fronte all'altra a spingere con le mani una contro l'altra. Spesso loro denunciano una rabbia interiore che non riescono a convogliare in nessun modo perché sono abituate a chiudersi e a non utilizzarla. La rabbia è una grossa fonte di energia, esse non riescono a canalizzarla per utilizzarla come forza che spinge a prendere delle decisioni. Spesso infatti la rabbia viene utilizzata in forma autodistruttive e distruttiva nei confronti degli altri. Quello che faccio con questo esercizio è di convogliare a livello fisico la rabbia fuori, ma lavorando con un obiettivo, cioè dando uno scopo costruttivo anziché uno distruttivo. Per es. io dico ad una persona di spingere e l'altra di farsi spingere e di cedere tanto quanto basta perché l'altra compagna la spinga fino dall'altra parte della stanza. Ora questo spingere e questo cedere vengono fatti in maniera molto diversa da ognuna di loro e questo indica qualcosa: ci sono persone che spingono ad intermittenza, oppure che sentono di non avere abbastanza forza, altre che non cedono mai e sono rocce piantate lì e alla mia domanda: questo cosa rappresenta nella tua vita? Loro rispondono: “sono io” e si rivedono. Con il movimento hanno il vantaggio di sentire cosa fanno proprio a livello fisico e di avere un feed-back dalle compagne che lavorano con loro o dal gruppo. Il feed-back viene dato dalla compagna con cui hanno lavorato che spiega il suo disagio o agio, e spesso ha una critica o una riflessione su quanto ha sentito. C'è in questo modo un rimando in seduta stante che è spunto di riflessione sul loro comportamento e sugli effetti di questo nelle relazioni della loro vita. Questa valutazione avviene nell’immediato, nel qui ed ora e poi c’è la possibilità di provare un nuovo movimento, una nuova modalità e vedere il feed-back che ricevono dalle altre e che sensazione ricevono dal loro corpo. A loro spesso sembra di perdere il controllo, di non sentire il limite. Provare un movimento nuovo in un contesto protetto dove c’è la possibilità di sperimentarsi, dove si può provare a livello fisico delle sensazioni e valutare il riscontro del loro comportamento, è un'altro tipo di cosa che non farlo direttamente all'esterno nel mondo o all'interno di una relazione.
Quindi un processo per incontrare il corpo
D: Si, accrescono consapevolezza su cosa fanno e sulla reazione degli altri di fronte a questo comportamento. Nell'esempio della spinta ci sono persone che cedono sempre e chiaramente sono convinte che facendo così fanno contenta l'altra persona creando un vantaggio per l'altra e spesso ricevono un feed-back che dice: “se tu non mi spingi non c'è contrasto non c'è piacere nell'eseguire l'esercizio, mi crei disagio e non mi permetti di mettere in campo la mia forza”. Anche nelle relazioni l’essere sempre cedevoli, l’adeguarsi non ha sempre un rimando positivo perché le persone gradiscono che una persona abbia la sua idea con la quale mediare forse. Ci sono persone che hanno una tale rabbia, una forza incredibile e quando io le incito a metterla in atto immaginando di spingere contro la malattia, spesso accade che non riescano a spingere, non riescano a canalizzare la loro energia, allora in questo caso c'è ambivalenza nella loro motivazione a migliorare. Talvolta procedono a strattonamenti in una continua alternanza fra spingere e mollare esattamente uguale a quello che avviene nel loro processo di guarigione. Hanno la possibilità di sentire tutto ciò sulla propria pelle e di vedere con i propri occhi e questo è un vantaggio che offre la DMT. Quando io lavoro sul versante delle sensazioni mi interessa di meno interpretare la danza e il movimento delle pazienti e mi interessa di più che loro sperimentino delle sensazioni belle, positive, favorevoli. L’obiettivo è invogliarle a sperimentare cose nuove che a loro volta creino piacere nei confronti della vita, stare bene con il loro corpo, giocare, andare fuori degli schemi e meccanismi fissi. La DMT può essere analitica, usando l'analisi del movimento (nello specifico io uso il sistema di analisi di movimento elaborato da J. Kestemberg, altri possono usare quello di R. Laban) o si può rimanere più sulle emozioni lavorando sulla sensazione di piacere e sull’invogliare a sperimentare cose nuove. Io devo far passare nel gruppo anche questo concetto del piacere, altrimenti se faccio solo analisi è difficile che il paziente sia attratto e trovi una motivazione a proseguire gli incontri.
Qual è quindi l’importanza di un lavoro di DMT per persone con disturbo dell’alimentazione
D: Io trovo che lavorare con questo tipo di utenza sia fondamentale:
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intanto queste persone hanno spesso un quoziente di intelligenza superiore alla media. Hanno dei meccanismi ossessivo conpulsivi, delle regole ferree, si sono nascoste per anni e sanno benissimo cosa dire e come dirlo. A livello verbale si possono raggiungere grandi risultati se sono disposte a svelarsi cioè ad aprirsi, altrimenti continuano a nascondersi e per loro questo è normale, lo hanno fatto per anni. Nel movimento fanno difficoltà a nascondersi ed è per questo che anche temono il movimento perché lì per forza di cose si svelano. Io faccio notare la caratteristica di un loro movimento e loro non possono negarlo perché l'hanno sentito e l'hanno incarnato, si è visto e tutti l'hanno visto.
E' difficile mascherare un movimento. Mentre verbalmente possono decidere come e quando dire le cose, nel movimento è più difficile intervenire perché non è il loro campo. Ciò si vede nella danza dove emergono le cose in modo più grezzo e le pz si mettono più a nudo.
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C'è in loro una tendenza al perfezionismo e mettendole di fronte all'improvvisazione con richieste tra le più disparate da parte mia, non possono prepararsi prima e sono quindi propense a creare nuove possibilità.
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Inoltre si può parlare della loro distorsione sull’immagine corporea all’infinito, ma finchè non si va a sperimentare a livello fisico questo loro sentire, ci si tiene lontani dal nocciolo della questione. E questo è il valore aggiunta della D.T. Rispetto alle altre arti terapie e alla terapia verbale.
C'è chi ha rifiutato la DMT?
D: Alcune pazienti hanno trovato difficoltà a partecipare nonostante il sostegno del gruppo e mio, ma sono stati casi estemporanei. Fra di loro c'è una forte coesione e questo aiuta la partecipazione, fermo restando il disagio di alcune. In questo caso le aiuto ad esprimere queste difficoltà che considero normale.
Le pazienti cambiano opinione sulla DMT mano a mano che partecipano al gruppo?
D: Molto spesso cambiano opinione. Di solito il primo gruppo che fanno sgranano gli occhi e stanno in silenzio, stanno sulla difensiva, mano a mano che partecipano si aprono di più e più volentieri e questo si vede anche a livello verbale. Sento che sono più sincere per quello che dicono e che fanno col movimento.
Come valuteresti l'apporto della DMT nel processo di guarigione dei tuoi pazienti?
D: Per questa valutazione mi faccio aiutare da un questionario che le pazienti compilano autonomamente a dimissioni. Dalla trentina di test che ho visionato alla domanda “quanto serve la DMT.” Le frecce sono per la maggior parte spostate verso il molto, e alla domanda “ritieni sufficiente un incontro alla settimana” più della metà rispondono che sarebbero più utili 2 o 3 incontri. Questo è sintomo che oltre ad essere gradita è anche a parer loro utile.
Quali tecniche e modalità utilizzi nella tua pratica di lavoro di DMT nel DCAP
D Una cosa che faccio di prassi è il rilassamento e la respirazione. La respirazione si connette molto con la sede del corpo destinato al sentire emotivo, infatti quando noi non vogliamo sentire un’emozione, si pensi al pianto per esempio, tratteniamo anche il respiro. Queste ragazze hanno trattenuto il respiro per anni nello sforzo di non sentire o controllare le emozioni e le sensazioni fisiche come la fame. Trovo opportuno quindi rieducarle alla respirazione profonda con la pancia. Quando si respira si gonfia la parte addominale che è quella parte che le persone vogliono nascondere e che vorrebbero più magra. Grazie al rilassamento le pz riescono ad entrare in contatto con la respirazione profonda. Inoltre la respirazione ha molti altri vantaggi a livello strutturale del corpo.
Lavoro con il contatto fisico proponendo lavori in coppia. Anche qui ci sono degli studi di neuropsichiatria sulla ricostruzione dell'immagine corporea che ha a che fare con il rimando sensoriale del proprio movimento, nella pratica ciò vuol dire che mentre una si muove l’altra poggia le mani sulla parte del corpo in movimento. Sempre per questo motivo uso una banda elastica di lycra alta circa un metro e mezzo che le copre dalle spalle alle caviglie. Le pz entrano dentro di essa e le invito a farsi avvolgere. Questo contatto le obbliga a sentire i limiti del proprio corpo. Sentirsi avvolti da un mega abbraccio ha anche funzione regressiva ricordando l'abbraccio materno.
Lavoro a livello emotivo sul riconoscimento delle emozioni e sulla possibilità di esprimerle siano esse positive che negative. Mi confronto spesso con la rabbia, e creo delle modalità di espressione attraverso la sua canalizzazione in maniera positiva suggerendo loro che la rabbia è una grossa fonte di energia che può esser utilizzata per ottenere progressi nel loro processo di guarigione o per ottenere ciò che loro desiderano. Lavorare con la rabbia in questo modo fa sentire a loro la forza individuale che possiedono, inoltre offre un’alternativa al concetto di rabbia uguale forza distruttiva, proponendo una valenza costruttiva. Attraverso il movimento le incito a sentire la rabbia come quella forza, di cui sono in controllo, che le fa avanzare nel processo di guarigione.
Lavoro sul ricontattare il piacere a livello fisico, le faccio toccare il loro corpo e quello delle altre compagne e sono loro stesse che spesso mi chiedono il fatidico “massaggio” (che massaggio non è!) che è un a modalità per sviluppare sensibilità sia nel dare che nel ricevere contatto fisico. Nella pratica il corpo viene frizionato, picchiettato o a volte le mani sono solo appoggiate sul corpo della compagna per aiutarla a portare consapevolezza a certe zone contratte. Attraverso questi esercizi diventano consapevoli dell'esistenza del loro corpo e del fatto che può essere per loro una fonte di piacere oltre che di disgusto e sofferenza. Faccio degli esercizi di fiducia in cui una persona si appoggia abbandonandosi all'altra persona o abbandonandosi al gruppo che la solleva. Da qui il sentire il peso da parte del gruppo nel sorreggere una persona e da parte di quest'ultima la sensazione di sentirsi sostenuta da parte del gruppo. Ciò incentiva l'abbandono agli altri e la fiducia di ricevere cure. Molto spesso queste persone pensano di non meritarsi l'amore e la cura degli altri, attraverso questi esercizi, sentono di essere abbracciate non solo fisicamente ma anche moralmente. Quello che a volte i terapisti dicono al pz “imparare ad amarsi” è un concetto molto astratto, quando invece avviene che un gruppo di persone sono disposte a farsi carico del tuo peso fisico per abbracciarti, cullarti e coccolarti allora questo è un altro tipo di sentire. Poi ci sono tutte le resistenze del caso, ci sono persone che si sentono pesanti da sostenere, ci sono alcune che pensano di non meritarsi cure e amore. Tutto questo sentire viene condiviso nel verbale, talvolta le pz non se la sentono di fare l'esercizio e io accolgo la loro richiesta quando ritengo che possa essere troppo traumatizzante per loro e rimando ad un'altra occasione.
Un'altra cosa che spezza il perfezionismo e il controllo è quella di lavorare sulla risata, sul fare cose buffe, fuori dell'usuale e siccome sono coinvolte nel gruppo sono disposte a farlo.
Inoltre le faccio camminare scalze a terra, se è possibile, o nel giardino, questo permette il grounding cioè lo scaricare a terra delle tensioni e da la sensazione di lavorare nella concretezza del presente. Inoltre la possibilità di distendersi a terra è una situazione che rimanda alla fiducia del potersi affidare alla terra perchè la terra non si sposta, la terra ti sostiene, è un punto fermo, non ti abbandona e ci puoi ritornare tutte le volte che vuoi. Questo crea a livello profondo una fiducia maggiore di sé stessi. E’ come capire col corpo cosa vuol dire “avere i piedi per terra”.
Ti racconto un aneddoto come finale. All’inizio facevo il mio gruppo il venerdì pomeriggio e coincideva molto spesso con il giorno di dimissione di alcune pz. Per questa occasione avevo proposto di fare un esercizio che veniva chiamato “la statua”. Con il tempo questo esercizio è diventato un vero rituale che serve a dare il saluto alla persona che se ne va e con la quale si sono condivise molte esperienze profonde. In pratica la persona si metteva al centro della stanza, circondata dal gruppo che crea una coreografia statica attorno alla persona in modo che dal centro essa possa “fotografare con gli occhi” e sentire il supporto delle compagne che la sostengono con la loro presenza. Dopo questo momento di staticità ma di forte movimento emotivo, si condivide verbalmente. Di solito le persone del gruppo parlano per prima dando un rimando di sostegno, di incoraggiamento, o di critica costruttiva alla persona che le lascerà a breve. Anche la persona da il suo rimando verbale. Dopo di che chiudo il gruppo. Molto spesso in questi momenti c'è un rilascio emotivo molto coinvolgente. Quando il gruppo di D.T. È stato trasferito al martedì mattina pensavo che questa cosa non venisse più fatta, con mio grande sorpresa invece questo rituale è stato fortemente richiesto dalle pz: io pensavo di aver creato un esercizio di chiusura, in realtà ho creato un rituale dove c'è uno spazio protetto, poiché gestito da un terapeuta, per far emergere la loro emotività, sensazioni molto coinvolgenti, profonde e personali. E' quindi un rituale nel quale viene celebrato questo passaggio e serve da incitamento e sostegno per chi viene dimesso e da stimolo per il gruppo. Il rituale è quindi una meta delle pz e alla fine lo vogliono, anzi lo esigono! Ricevere “la statua” vuol dire andare attraverso quel rituale che hanno visto fare agli altri e che possono ora vivere in prima persona. Si può dire che è il loro momento di ‘gloria’, e non vogliono rinunciarci!
Che tipo di risonanza, accoglienza ha la sua attività all'interno della struttura rispetto ai colleghi, operatori, dirigenza?
La risonanza è buona direi. Partecipo alle riunioni di equipe e a volte chiedono il mio parere per certe pazienti, ciò mi fa pensare che tengono in considerazione il mio intervento. Certo c'è sicuramente chi lo apprezza di più e chi di meno... non essendo una disciplina riconosciuta, il suo gradimento dipende anche molto dall'apertura mentale dei singoli colleghi.
Avevano già avuto esperienze precedenti di artiterapie in quella struttura?
Nella struttura facevano arte terapia e hanno sempre fatto un progetto che chiamano 'pazze per le pezze' ed è a cura di volontarie che portano stoffe di tutti i generi e poi assieme alle ragazze le assemblano per fare dei quadri a tema, a volte anche molto belli. Questi sono appesi nella struttura e rallegrano un po' l'ambiente!
Debora, qual è la tua formazione e dove svolgi la tua attività professionale?
D: Ho fatto un Master negli USA, dal ’97 al 2000 di Danza/Movimento Terapia e Counseling, dopo di che ho iniziato a lavorare in un ospedale psichiatrico a Baltimora fino al 2003 quando sono rientrata in Italia.
In Italia il percorso è stato vario; ho iniziato facendo dei progetti: il primo grosso nel 2003 per il CAMPP di Udine (Consorzio per l’Assistenza Medico PsicoPedagogica). Contemporaneamente ho iniziato a fare gruppi serali aperti a tutti che ho chiamato “danza terapia e consapevolezza corporea”, organizzo anche seminari residenziali assieme ad arte terapeuti in cui si affrontano tematiche specifiche. Questi gruppi sono aperti a tutti coloro i quali sono interessati a fare un lavoro introspettivo su di sé.
In ambito clinico ricevo per consulenze individuali principalmente in qualità di Counselor Clinico (registrato S.I.Co), ma uso naturalmente anche tecniche creative quali il movimento, il vassoio di sabbia, il disegno. Ho uno studio a Udine dove ricevo persone con diversi problemi. Recentemente sono stata chiamata ad approfondire l’approccio corporeo in un Master di Counseling in Calabria. Con la danza/movimento terapia insegno ai futuri counselor a migliorare la loro abilità di ascolto, di se stessi in primis e dell’altro di conseguenza. Conoscere le proprie reazioni psicofisiche ed aumentare la capacità empatica, che si esprime soprattutto non verbalmente è importante per poter poi sostenere una relazione d’aiuto.
Dall’ottobre del 2004 collaboro con il Centro di Disturbi Alimentari di Portogruaro (DCAP) all’interno dell’ASSL 10 del veneto orientale.
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Grazie Debora e buon lavoro.
Intervista a cura di Fernando Battista
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