U.S.A.
Pablo Picasso: una terapia per l’Alzheimer
di R. Kennedy
riassunto di G. Basili
Un articolo interessante uscito qualche anno fa sul New York Times racconta di un’iniziativa degna di attenzione svolta in alcuni musei americani, come quello d’Arte moderna e delle Belle arti di Boston, dove si è cercato di portare i pazienti affetti da morbo di Alzheimer nelle gallerie, usando le collezioni di opere d’arte come strumenti efficaci per impegnare le menti danneggiate dalla demenza.
La cosa ha sorpreso perché ha funzionato, anche se nessuno sa esattamente come. Infatti mentre la ricerca si è soprattutto orientata sugli effetti della musica e della recitazione sulle funzione cerebrali di questi pazienti – l’Istituto per la funzione musicale e neurologica nel Bronx ha studiato il fenomeno da ormai un decennio – non è stato invece fatto molto nel campo delle arti visive.
Ci si è chiesto come mai, ad esempio, la demenza fronto-temporale, una forma relativamente rara di non-malattia cerebrale di Alzheimer, produce in alcune persone che non avevano alcun interesse precedente o attitudine per l’arte, a sviluppare un notevole talento artistico e anche di guidare? Certo non è solo un’esperienza visiva, ma è anche emozionale, sostiene O. Sacks, il neurologo e scrittore, che ha potuto osservare come la pittura nei pazienti dementi consenta un’espressività emotiva maggiore rispetto alla parola.
Questo intervento di arte terapia nei musei vuole mettere in risalto come questa pratica, usata per decenni come una modalità non medica per aiutare una grande varietà di persone – bambini maltrattati, carcerati, malati di cancro e di Alzheimer, sia andata oltre alle case di riposo e agli ospedali, per accedere a luoghi diversi frequentati da ogni tipo di persone. Osservare quadri di un certo calibro sprigiona racconti, ricordi e dibattiti sorprendenti e nuovi. Ad esempio un giorno, seduto di fronte al catturante quadro di Picasso: “Ragazza di fronte allo specchio” al museo d’Arte moderna, un paziente di 88 anni, ex agente immobiliare, che non aveva mai avuto particolare interesse per l’arte moderna, parlando del quadro ha spiegato che è come se la ragazza stesse cercando di raccontare una storia usando parole che non esistono. Il pittore sa cosa vuole dire, ma noi no. Questo abisso di comprensione è un dato di fatto con cui lui si confronta ogni giorno. È malato di Alzheimer ad uno stadio medio, come il resto delle persone sedute accanto a lui in un piccolo semicerchio nel museo, tutte quante a fissare il quadro di Picasso. Sembravano davvero un gruppo di turisti in visita guidata come tanti altri. Ma la cosa sorprendente è che tutti quanti non davano affatto l’impressione di confusione e ansia, come accade di frequente tra coloro che soffrono di Alzheimer. E quando parlavano dei quadri non si ripetevano o perdevano il filo del discorso, come succede di frequente nella casa di cura a lungo termine, dove la maggior parte di loro vive a Palisades, New York. Un altro membro del gruppo, di 82 anni, un’arguta ex direttrice di giornale che soffre di una grave perdita di memoria a breve termine, si era anche resa insolitamente conto dei limiti della sua memoria. In un certo senso rappresentava un test di prova per quello che riguarda l’impegno crescente di utilizzare l’arte come strumento terapeutico per quelli come loro che si trovano nella morsa dell’Alzheimer.
Si è visto in quest’iniziativa, a mio avviso da riproporre anche nel nostro paese (n.d.c.), che oltre a migliorare l'umore dei pazienti per ore e anche giorni, le visite sembrano dimostrare che la malattia, mentre riduce le capacità dei pazienti in tanti modi, può a volte far scintillare competenze interpretative ed espressive che in precedenza erano rimaste nascoste. Il paziente di cui sopra, per esempio, che aveva poco interesse per l’arte, quando era più giovane, ha parlato invece con facilità e inventiva sulla composizione del quadro di Rousseau "La zingara addormentata".
Il curatore di questo progetto, J. Zeisel, presidente della Hearthstone, si sofferma considerando il suo stupore nel poter vedere queste persone, incontrate tempo addietro, parlare in modo così articolato e sicuro. In particolare viene citato un altro esempio di un signore di 86 anni, un ex detective della polizia di New York, corpulento e con una bella chioma di capelli bianchi, alla sua terza visita al museo. Chi lo assiste da anni conferma la difficoltà di riuscire ad impegnarlo, ma nel momento in cui si era seduto su uno sgabello pieghevole davanti al quadro di Andrei Wyeth “Il mondo di Christina”, ha sorriso e ascoltato e ad un certo punto – dopo aver abbandonato la sedia a rotelle che aveva chiesto quando è arrivato – si è alzato e ha dibattuto sul perché ci fosse un’ellisse di erba falciata che circondava l’incantevole fattoria nel dipinto in alto a destra. “È per farvi sapere che qualcuno vive lì”, ha detto. Più tardi di fronte al dipinto di Matisse, “La Danza”, gli è stato chiesto di fornire un titolo per il quadro e su un blocchetto ha scritto “La Danza delle Bellezze”. I corpi nudi di quelle figure femminili avevano suscitato un in lui un sorriso discreto, per quel qualcosa di così bello come può esserlo un corpo femminile.
Più di quattro milioni di americani soffrono di Alzheimer, e il numero è destinato ad aumentare, come le età complessive della popolazione nazionale. Senza alcuna cura all'orizzonte, gli operatori sanitari esplorano sempre più l'arte come una modalità di aiuto per gestire la malattia, e sono incoraggiati dai risultati con la musica che ha permesso, conferma il Dr. Sacks, di condurre anche a dosaggi ridotti per i pazienti che vengono curati per disturbi cognitivi ed emozionali.
Un modo di pensare la musica e l'arte, continua Sacks, è che queste impegnino le parti del cervello che rimangono intatte, anche dopo l'insorgere della demenza e che hanno a che fare con la memoria procedurale – quella che disciplina le attività di routine, come camminare, mangiare, rasarsi. In proposito un musicista, tenuto in osservazione dal dottor Sacks, aveva quasi completamente perso la memoria, mentre la sua memoria musicale era rimasta intatta. La questione è sapere se un simile meccanismo è all'opera nel fare e guardare opere d’arte.
Si discute sempre più spesso tra ricercatori sull’uso dell’attività artistica visiva per curare il morbo di Alzheimer. Anche solo sedersi e guardare opere d’arte sembra più utile ed efficace di quanto si pensi e tale attività potrebbe avere effetti positivi sul cervello danneggiato. La domanda sullo sfondo, dicono i ricercatori, è dunque questa: guardando o facendo arte, esiste un modo per migliorare il cervello delle persone affette da Alzheimer?" Da queste sperimentazioni nei musei sembra tangibile un miglioramento temporaneo, ma visibile, almeno nel piccolo gruppo di persone che hanno partecipato al tour. H. Goodwin, manager addetto all’accessibilità delle Belle arti a Boston ha potuto constatare da vicino come un anziano di fronte ad un quadro di Stuart Davis abbia cominciato spontaneamente a parlare sia del dipinto che del periodo di tempo passato a New York e di jazz e di improvvisazione. Un’altra paziente di 73 anni, presente al museo d’arte moderna che soffriva di una forma di Alzheimer che le rende molto difficile la lettura e il trovare le parole giuste per esprimersi, di fronte al dipinto di Wyeth e di Rousseau era quasi diventata loquace. Il marito ha raccontato, che mentre i ricordi specifici riguardanti il museo sarebbero potuti svanire, quelli emozionali invece erano rimasti, anche dopo che la visita si era conclusa. Quando il marito le aveva ricordato di quella giornata lei si era illuminata e aveva voluto ancora parlarne. Infatti quel giorno, guardando con nostalgia alla figura distesa in un campo, nella parte inferiore del dipinto di Wyeth, sembrava essersi identificata con quella giovane donna magra con la mano protesa verso la fattoria e, sebbene non mostrasse il volto, a guardarla, diceva la paziente, si percepiva che era felice; e quando le è stato chiesto il perché, ha risposto che era perché quella donna sapeva di poter raggiungere quella casa e anche a lei sarebbe tanto piaciuto andarci.
www.nytimes.com/2005
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