Recensione del libro “Su con la vita, Charlie Brown! Come affrontare i problemi di ogni giorno con l’aiuto dei Peanuts” di A.J. Twerski
Con queste parole Dario Fo, premio Nobel, ha ricordato Charles Schulz, autore dei Peanuts®, dopo aver saputo della sua morte: “Un poeta e un filosofo, perché certe volte bastano pochi segni per parlare in profondità alla gente (…) Peanuts® non è un fumetto per bambini ma semmai per ragazzi e adulti che si sentono vicini alle insicurezze di Charlie Brown e compagni, aggrappati a uno straccio caldo o con per amico solo un cane, un cane a sua volta frustato”.
Mi è capitato molto spesso di pensare che la “sedia vuota”, oltre che una tecnica psicoterapeutica, potesse essere presa come metafora della riluttanza con cui il gestaltista o l’arte-terapeuta si pone di fronte alla scrittura. Il valore dato all’esperienza, intesa come globalità dell’agire terapeutico e formativo, e al lavoro sulle emozioni come cardine filosofico e pragmatico della fenomenologia tecnologica gestaltista e arte-terapeutica in generale, è come se ponesse la teoria su uno sfondo concettuale solo di rado evidenziato in primo piano. Nulla esce dalla relazione dialogica tra due individui, la parola perde di valore se non comunicata empaticamente. In questo senso, anche la didattica soffre dello stesso limite e di conseguenza diventa, se non raro, quantomeno difficile trovare nelle librerie un buon libro di arte-terapia ad orientamento gestaltico. E, attenzione, non è un problema di erudizione, o di mancanza di interesse nei confronti della scrittura tout court, almeno nella maggior parte dei casi, ma la risultante di un atteggiamento fondamentalmente centrato sul rapporto umano e sul qui e ora della relazione che sulla carta perderebbe tutto il proprio vissuto pragmatico. È inevitabile pensare invece che un libro si ponga per definizione in un contesto “lì e allora” e che il gestaltista vero, o il counsellor, si senta come uno straniero in terra straniera. Se vogliamo, anche la critica stessa che si fa della psicanalisi e dei suoi modelli teorici da un punto di vista epistemologico può essere inserita nella prospettiva di contrasto che si genera tra un approccio basato sull’esperienza, la gestalt appunto, ed uno basato sull’interpretare, vero giardino dell’Eden della parola scritta. È evidente la mole di contributi letterari prodotti in altri contesti psicoterapeutici che vanno da quello cognitivo-comportamentale a quello sistemico-relazionale. Gli unici contributi di un certo rilievo che solo di recente riescono a imporsi all’attenzione anche in ambito gestaltico, sono invece quelli generati dall’uso dell’arte-terapia. Come mai? Perché si trova più interessante spostare l’asse dell’elaborazione concettuale sui mediatori artistici piuttosto che sui concetti e le tecniche di una psicoterapia quantomai viva e prolifica di pratiche eterogenee?
Tre workshop espressivo-esperenziali a mediazione artistica
Obiettivo degli workshop è quello di favorire una maggiore consapevolezza di sé e del peculiare modo di guardare a se stessi e agli altri significativi della propria vita. Tale lavoro sarà supportato dall’utilizzo di mediatori artistici.
All’interno di una situazione protetta, accogliente e “giocando” con il video, il teatro, la danza ecc, cercheremo di portare maggiore consapevolezza e responsabilità, su come contattiamo e gestiamo le nostre emozioni nella relazione con se stessi e con l’altro.