Alla ricerca della memoria – Recensione del convegno

di Lilla Turco

Mi risuona ancora dentro l’eco delle urla di mio nonno, di qualche giorno fa, quando salutandolo gli ho detto che andavo via. Subito dopo mi sono avvicinata a lui e guardandolo negli occhi gli ho detto lentamente e con molta calma: “nonno Vito, sono Lilla e ora torno a casa mia”. Mi ha fissato, mi ha riconosciuto e tranquillizzandosi mi ha risposto: “ah si.. vai, casa tua è qui a fianco”.
Riflettendoci su, mi sono resa conto che ciò che mi ha consentito di gestire questo momento di difficoltà e di dolore è stata soprattutto l’amorevolezza, il tema ricorrente che ha fatto anche un po’ da cardine agli interventi della giornata studio, tenutasi sabato 10 marzo presso la Pontificia Università Antonianum, dal titolo Alla Ricerca della Memoria. Nuovi modelli di cura non farmacologica nell’Alzheimer e in altre forme di Demenza”. Quell’amorevolezza che, come ha evidenziato Oliviero Rossi in uno dei suoi interventi, non ha bisogno a tutti i costi di farmaci perchè contiene in sé una relazione che cura, offrendo delle possibilità nella dimensione io-tu che solo l’altra persona può offrire nel rischio dell’incontro.
Durante il convegno infatti, questo tema ha preso forma a partire dal primo momento introduttivo a cura della dott.ssa Anna Maria Acocella che ha puntualizzato come nell’affrontare il disagio esistenziale dei pazienti Alzheimer non si può fare a meno del “prendersi cura”, fondamentalmente diverso dal concetto di “cura” in sè, in quanto nel primo caso ci si riferisce all’incontro di due soggetti ugualmente attivi e nel secondo invece all’incontro di un soggetto e di un oggetto della guarigione. Questa differenza è stata ripresa nei successivi interventi, come in quello della dott.ssa Gloria Belotti che ha sottolineato la diversità tra la “Medicina basata sull’Evidenza” e la “Medicina Paternalistica”, per presentare modelli esistenziali alternativi ai modelli biomedici, mettendo in evidenza i limiti della terapia farmacologica nel trattamento dei disturbi psico-comportamentali associati alla demenza. La terapia farmacologica infatti, ha precisato la dott.ssa Belotti, non può prescindere da variabili legate all’esistenza dell’assistito e quindi dalla sua storia personale, dalla famiglia, dal caregiver, dal tipo di assistenza, dall’ambiente di vita che deve essere “protesico” nel rispetto della dignità della persona nella sua interezza. A tal proposito è stato riscontrato nella struttura RSA Santa Maria Ausiliatrice di Bergamo che un ambiente di questo tipo riduce i fattori di stress, i disturbi comportamentali e il problema della contenzione fisica e farmacologica con un importante risparmio anche delle spese farmaceutiche. Questi risultati hanno coinvolto la platea che ha mostrato da subito coinvolgimento e partecipazione, attraverso interventi dai quali è emersa soprattutto la frustrazione e la rabbia dei familiari, nel considerare i limiti di assistenza delle strutture presenti sul nostro territorio. Sarebbe incoraggiante senz’altro poter consultare dati statistici che dimostrano anche in termini economici, i vantaggi riscontrabili a lungo termine dall’iniziale investimento nell’ambiente di cura, per proporre e sostenere il progetto di Bergamo in altre regioni del nostro paese e rinforzare la motivazione delle famiglie nella gestione di una malattia che già protende verso la perdita di una progettualità di vita e della speranza.
Il dott. Ivo Cilesi ha confermato l’importanza “dell’ambiente di cura” inteso come spazio relazionale nel quale l’operatore rappresenta la prima e più importante terapia non farmacologica, e ha messo in evidenza l’utilizzo di terapie non farmacologiche “dedicate” applicabili nella quotidianità, condividendo la sperimentazione della terapia della bambola e del treno virtuale. La prima, attraverso caratteristiche particolari della bambola (peso, materiali, posizione degli arti, componenti fisionomiche), facilita l’empatia, il desiderio di accudimento, l’attivazione di relazioni, o in altre situazioni la diminuzione di tensioni e stati di agitazione, il rilassamento, veicolando la dimensione affettiva, con ripercussioni significative sulla qualità della vita del paziente, e dei familiari, a partire dal miglioramento dell’umore, dei disturbi comportamentali e coinvolgendo anche la conservazione delle funzioni cognitive. Attraverso “lo sguardo” con la bambola infatti la persona attiva dinamiche dialogiche. La seconda, simulando un viaggio in uno scompartimento del treno, interviene anche sul problema dell’ansia di fuga, attraverso una situazione strutturata, ma virtuale, che veicola l’impulso del viaggio “verso casa”. L’idea del viaggio è da considerare come momento di vita, momento di fuga, come cura nell’attimo di accettazione di una realtà che non esiste, ma che è profondamente vissuta dentro ogni persona.
Per quanto riguarda l’aspetto comunicativo il dott. Achille Iannarelli ha introdotto il discorso partendo dal presupposto che nell’ Alzheimer la comunicazione analogica è sempre attiva e può diventare una risorsa nell’organizzare la comunicazione con questi pazienti. L’intervento ha assunto un’importante connotazione pragmatica anche perché ha posto l’accento su cosa si può fare per facilitare la comunicazione e quali sono gli errori e i comportamenti incongrui da evitare che possono incrementare lo stato di agitazione e di stress.
Utile in questo senso anche l’intervento del chinesiologo, il dott M. Vellini, che ha mostrato il tipo di attività motoria possibile con anziani in difficoltà e pazienti Alzheimer, funzionale a stabilire e mantenere la mobilità attraverso semplici esercizi fisici da svolgere nella quotidianità con risultati positivi anche sull’umore.
La prima parte del Convegno è stata centrata, dunque, su interventi che hanno considerato le varie dimensioni della relazione d’aiuto: quella emotivo-relazionale, quella comunicativa e quella corporea. Il filo conduttore è stata la considerazione, pressocchè unanime, che queste ultime non possano mai prescindere dalla prima.
La seconda parte della giornata studio ha continuato a interessare e coinvolgere i partecipanti proseguendo l’approfondimento dei percorsi compiuti negli ultimi tempi in ambito clinico e sperimentale, al fine di rendere sempre più valide e applicabili cure non farmacologiche per i malati di Alzheimer, con l’obiettivo di migliorarne la qualità di vita e abbassare i livelli di ansia e stress ad essa correlati.
La dott.ssa Paola Luzzatto è partita da un’esperienza condotta nel 1984 al Green Trees Hospital for the Elderly a Londra, per focalizzare il suo intervento sui fattori terapeutici dell’arte-terapia con risultati significativi sulla diminuzione dei sintomi depressivi e l’aumento della capacità di concentrazione. Attraverso questo studio ha dimostrato come l’arte-terapia facilita l’auto-espressività attraverso la creatività intesa come un concetto relativo in cui non è il risultato quello che conta ma l’esperienza di potersi esprimere. La creatività, infatti, rappresenta un’importante spazio relazionale, in una dimensione di cura amorevole e benevola, in cui emergono i ricordi e la narrazione di sé, uno spazio nel quale diventa possibile condividere atti creativi, semplici nella tecnica, ma fortemente evocativi per gli occhi che guardano e che evolve in una condivisione dello stato mentale nel Qui e Ora e degli affetti difficilmente esprimibili così come le fantasie e le riflessioni. Come ha osservato il dott. Oliviero Rossi, il valore di tale esperienza creativa sta anche nella possibilità di terminare un atto creativo e potersene separare, in una fase della vita nella quale il tema della morte e della separazione assume per lo più una valenza angosciante.
Successivamente la dott.ssa Loredana Alicino ha esposto la sua esperienza presso il Centro Alzheimer Fondazione Roma, per illustrare approcci a mediazione artistica che valorizzano l’espressività dei pazienti Alzheimer e restituiscono dignità e qualità di vita nel periodo della malattia a supporto degli interventi terapeutici globali, con possibilità di coinvolgimento e formazione anche al personale operativo. Nella sperimentazione sono state utilizzate tecniche che richiedono un minimo sforzo e semplicità nell’esecuzione, che facilitano il passaggio dal simbolico alle libere associazioni e che non inducono i pazienti al confronto con abilità pregresse ora compromesse. Tale esperienza ha posto l’attenzione inoltre sulla dimensione del bello e del piacere quasi persa, vissuta spesso con colpevolizzazione dall’anziano che ha spesso difficoltà a dire che sta bene, poiché ha paura che dicendolo l’attenzione dell’altro nei suoi confronti cessi.
Interessante anche il contributo della dott.ssa Daniela Grazioli dal quale è emerso come mettendosi in gioco attraverso il corpo è possibile stupirsi e riconoscere il nuovo in una dimensione diversa da quella del passato che è l’unica che dà sicurezza. La dott.ssa Grazioli ha proposto, infatti, un percorso terapeutico con la Danza Movimento Terapia che, a partire dall’attivazione dei registri sensoriali, usa le emozioni come chiave d’accesso alla memoria, sollecitando le connessioni tra immagini e corpo e la dimensione della socialità. Anche in questo caso si è potuto constatare come la dimensione del piacere e del divertimento riduce i livelli di stress sia nei pazienti che nel caregiver.
A chiudere la giornata è stato, infine, l’intervento di Silvia Ragni sulla musicoterapia. La dott.ssa Ragni ha introdotto il discorso a partire dagli effetti della musica noti sull’uomo sin dall’antichità e facendo riferimento ai recenti studi di neuroscienze che confermano e supportano la validità dell’utilizzo della musica per la cura della salute, ha esposto le diverse evidenze scientifiche sulla validità del suo utilizzo anche nella terapia con la Demenza di Alzheimer. Tale tecnica risulterebbe particolarmente efficace poiché rappresenta un’importante esperienza di contatto, di ascolto e di attivazione corporea, che disidentifica il paziente dalla malattia, consentendogli di esprimere l’inesprimibile e, per dirla in termini gestaltici, facendo emergere in figura ciò che è sullo sfondo.

Al termine della giornata ho provato una sensazione di nutrimento e di pienezza non solo per la ricchezza dei contributi esposti, ma soprattutto perché mi sono sentita “in buona compagnia” nell’affrontare tematiche per me oggi dolenti, che mi mettono spesso in contatto con il mio senso di impotenza/onnipotenza e con un profondo vissuto di solitudine difficilmente condivisibile se non in un clima di amorevolezza come quello di sabato. L’esperienza di studio proposta ha avuto per me, oltre che un importante valore formativo, una funzione di “contenimento”, condivisa da molti dei partecipanti con i quali mi sono confrontata, che di fronte a una realtà come quella dell’Alzheimer, si sentono spesso disarmati, impauriti e soli “alla ricerca della memoria perduta”.

Redazione NuoveArtiTerapie
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