Dialogo tra Paolo Quattrini e Oliviero Rossi intorno al fumetto - Nuove Arti Terapie
Paolo Quattrini - fumetto arteterapia

Dialogo tra Paolo Quattrini e Oliviero Rossi intorno al fumetto

O.: Senti Paolo, mi racconti come ti è venuto in mente di trasformare l’esperienza di una seduta di psicoterapia in un fumetto.

P.: l’idea mi è venuta come semplificazione dell’idea di fare un video interattivo in cui si riuscisse a fare e vedere un percorso terapeutico; percorso che è inevitabilmente segnato da “porte” che dovrebbero funzionare come “sliding doors”: vista la discreta complessità di realizzarlo in un video ad un certo momento ho pensato di realizzarlo come un fumetto.

 

O.: Questo è interessante, il video e il fumetto sembrano avere qualcosa in comune: trasmettono dei contenuti narrativi e concettuali attraverso il media dell’immagine; ma in cosa secondo te si differenziano?

P.: Per me la scelta è stata dettata da una maggiore semplicità comunicativa che riscontravo nell’uso del fumetto; personalmente sono convinto che il fumetto sia il media che si presta meglio a dare forma e comunicazione agli avvenimenti del mondo interno, lo trovo il più plastico di qualunque altro mezzo di espressione.

 

O.: Per plastico cosa intendi?

P.: Intendo una capacità di adattarsi maggiormente alla fluidità e alla complessità delle immagini e delle forme in cui si manifesta il mondo interno.

Prendi i fumetti di Pazienza, lui è uno che è riuscito a dare forma agli avvenimenti del mondo interno come nessun’altro, ne i registi, ne gli scrittori, ne i pittori ci sono riusciti come lui.

 

O.: Si, Andrea Pazienza riesce a mandarti direttamente in uno stato “quasi onirico”, in uno stato alterato di coscienza in molti sensi!

In realtà il tema del fumetto come trasmettitore di “narrazione” e “eventi” e il tema dello “stato di coscienza”, sembrerebbero intrecciati; nel senso che attraverso il fumetto si uniscono bene due processi: uno prettamente percettivo, visivo, che sarebbe il guardare il disegno e l’altro che si potrebbe definire di “decodifica” del linguaggio espresso nelle vignette.

In fondo il fumetto, portando l’attenzione su questi due processi contemporaneamente, è come se producesse da una parte un’apertura ad uno spazio altro, ad un luogo dove si entra in uno stato in cui si è “pre-disposti” a provare e sperimentare esperienze emotivamente coinvolgenti, (che per somiglianza potremmo definire “quasi sognante”), dall’altra le immagini sono accompagnate dal messaggio verbale che quindi induce una riflessione cognitiva.

P.: Penso che senz’altro sia così però ci vedo anche qualcosa di più; romanzo, film, teatro, fumetto sono dei mezzi di comunicazione che hanno ognuno vantaggi e svantaggi. Il fumetto, secondo me, ha il vantaggio di mettere in scena cose che non sono assolutamente e necessariamente “antropomorfiche”. Questa peculiarità permette, a chi guarda, una velocità di decodifica e adattamento alle trasformazioni e agli accadimenti del fumetto che si adatta e si avvicina molto all’avventura intrapsichica. Questo perché a livello intrapsichico, come nel fumetto, la situazione può cambiare improvvisamente: da allegra a triste, da naturalistica a assolutamente surreale, cosa che difficilmente è realizzabile con il linguaggio filmico o anche con lo scritto.

Quindi il fumetto si presta bene a per-seguire, accompagnare e mettere in scena l’avventura interiore, questo perché l’avventura interiore non ha una forma definita e tende ad “inabissarsi” e, a differenza delle immagini reali che ancorano l’esperienza, il fumetto ha la capacità di rendere in maniera verosimile l’atmosfera “rarefatta” tipica dell’esperienza emotiva.

 

O.: Sembra che in un certo senso tu dica che l’esperienza della relazione con il fumetto promuove un’azione, si potrebbe dire un incontro, strutturalmente evocativo simile al sogno.

Ho la sensazione che questo sia verissimo!, nel senso che il fumetto è un supporto di immagine che arriva “direttamente” alla percezione. Esso attiva due processi: uno normale e congruo di decodifica ed un secondo più complesso soggiacente. Come se dal fumetto a noi arrivasse non solo la storia raccontata, ma anche quello che abbiamo bisogno e siamo disposti a percepire da essa.

In un certo senso l’attivazione che ci da il fumetto di una seduta terapeutica, è intrisa di esperienza vitale, dell’esperienza vissuta e narrata da una coppia di persone che si incontrano e si scontrano e interagiscono in una operazione narrativa di descrizione del proprio essere, che è a portata di mano. In questo la persona che si relaziona con questo resoconto/fumetto, può cogliere due livelli di intervento: quello che è successo, cioè quello che a un certo livello il fumetto rappresenta e racconta, e quello che la persona ha “bisogno di vedere”, o almeno quello che può prendere e al quale può risuonare emotivamente e cognitivamente.

Così l’esperienza “fumettata” diventa ancora più vissuta da chi la osserva per un motivo molto semplice: perché prende la forma del mio esistere, io che osservo e in qualche modo lascio entrare dentro di me qualcosa di quello che vedo e vivo, qualcosa che si attiva e risuona nella relazione tra me e la narrazione dell’altro che vedo.

P.: Mi riesce difficile agganciarmi a quello che hai detto perché non la vedo tanto come un lasciar entrare o permettere di entrare; quello che mi riesce di vedere è che il fumetto tira fuori qualcosa attraverso il fascino; qui bisogna immettere un elemento differente di cui non si è parlato fino ad ora! Non è che il fumetto sia utile di per sé, è utile se è un fumetto di buona qualità! E’ la “qualità artistica” del fumetto che ha un potenziale attivante ed evocativo, che sicuramente anche la scrittura ha, ma in maniera diversa. In particolare la scrittura richiede uno sforzo di creazione di immagini attraverso le parole, cosa che il fumetto non richiede perché già le immagini sono scelte e intrinseche all’opera. Allora a questo punto il problema non sta nel fatto che ci siano semplicemente immagini, ma che ci siano immagini che mi piacciono e che in qualche misura mi affascinino.

 

O.: Possiamo partire da un dato ovvio: il brutto repelle il bello attrae! e qui c’è tutto il tema dell’atto estetico cioè l’operazione di “buon fumetto”, intendendo buono per gli occhi di chi osserva. Ma è chiaro che parlando di A. Pazienza siamo già in un certo ordine di idee, ma anche in un certo ordine di strumenti culturali che ci portano a relazionaci con un certo tipo di atto estetico. Qui il tema è proprio l’atto estetico come mediatore della comunicazione, una metafora che attiva, in chi può rispondere, qualcosa che va al di là della semplice percezione.

P.: Per me estetica è una delle tre facce del valore; una qualsiasi forma può essere di buona qualità estetica, etica e logica o al contrario di cattiva qualità. Penso che questo aiuti la comunicazione; in realtà per me è una cosa un pochino più radicale, riguarda più in generale il “senso della vita” che dal mio punto di vista è perseguire il valore; infatti è il valore stesso che poi dà senso alla vita. bello, buono e logico danno senso alla vita!

 

O.: Molto interessante quello che stai dicendo. A me viene in mente mentre parli la parola “soddisfazione”; ci stanno delle esperienze che soddisfano ed essa, come sai, non è mai “regalata”, nel senso che per raggiungerla bisogna prevedere un’azione tesa alla soddisfazione. È particolare perché l’incontro della persona con il fumetto prevede già di per sé una serie di azioni: quella del guardare, quella che corrisponde alla capacità di interessarsi, fino alla disponibilità/capacità di lasciarsi affascinare, di permettersi quel gioco di fascinazione di cui parlavi prima.

Secondo me il fumetto, forse per sua stessa natura o per come culturalmente siamo abituati, rimanda per alcuni aspetti ad una nostra parte “bambina”. Questa parte è quella che con stupore si avvicina ad una realtà, non del tutto reale, e lo fa con l’utilizzo del “come se” fantastico, che gli permette un contatto pieno con ciò che non è toccabile e forse definibile, che appartiene ad altri mondi.

Questo lato “infantile”, attivato dalle immagini, entra in una specie di “mondo adulto” a cui il fumetto, nelle sue varie forme, lo introduce rendendolo così fruibile all’esperienza. Quando l’adulto si permette di entrare “in gioco” con il fumetto, attivando quella parte “infantile”, il tema della soddisfazione prende ovviamente pienezza.

Forse è proprio qui che sta la capacità sottesa al “media fumetto”, esso ci permette di entrare in una polarità che: da un lato corrisponde alla parte “infantile”, che è curiosa ed entusiasta e dall’altra corrisponde ad una sorta di “adulto critico” che viene però mitigato dall’incontro/scontro di queste due facce della polarità. Questo rimanda ad un atto percettivo che è simile al processo conoscitivo tipico del bambino, che dà la possibilità, alla parte adulta, di incontrare sfaccettature che in una narrazione soltanto verbale o filmica non possono essere viste.

È forse per questo che una rivisitazione in cui il fumetto ri-produce una seduta sembra portare all’apertura di infiniti mondi, perché ci dà la possibilità di incontrare quel mondo e conoscerlo profondamente attraverso gli occhi del bambino, che, grazie ad una sorta di sospensione del giudizio, trasporta e traduce in un mondo cognitivo adulto l’esperienza che sta vedendo/vivendo.

P.: Non ho mai pensato qualcosa del genere, per me il fumetto non si differenzia in uno stato in cui ci sono “adulto” e “bambino”; io ho sempre letto fumetti da piccolo e da grande e non l’attribuisco tanto ad una specifica età. Quello che a me sembra è che il fumetto rappresenti un ponte per il mondo interno, che è molto simile al mondo dei sogni e delle fantasie; non mi verrebbe di paragonarlo al mondo reale, per me è uno dei mondi reali ed è un posto che frequento molto piacevolmente!

In questo senso il fumetto rappresenta un punto di transizione tra me e il mondo interno, e questo mi aiuta a dare forma per immagini a qualcosa che non ne ha; siccome io non sono un tipo tanto “visivo” ma piuttosto logico/cognitivo, cioè viaggio più per cammini concettuali che non mi permettono più di tanto di dare forme differenziate al mio mondo interno, un fumetto “bello ed evocativo” rappresenta per me un grande sollievo, un’apertura a qualcosa di molto più divertente e variegato.

 

O.: In questo senso sembrerebbe che il fumetto sia un modulatore del mondo interno e in un certo senso un attivatore di stupore. Nel senso che il nuovo, il diverso, mi risuona dentro e mi permette di avvicinarmi ad esso con il desiderio di stupore; apro la pagina e qualcosa entra dentro di me, qualcosa che non conosco bene, eppure si riempie dei miei vissuti più o meno indifferenziati più o meno logici e questo scioglie l’esperienza in qualcosa che appartiene ad un mondo nuovo. Non importa se questo mondo sia reale, perché esso rimanda ad un vissuto pieno, in cui quello che avviene mi permette di sperimentare quel senso di soddisfazione per il tempo in cui il fumetto mi prende; questo è molto simile a quello che avviene in un sogno.

Quindi l’utilizzo del fumetto sembra riguardare uno strumento che permette alla persona di aprirsi a qualcosa di cui ha le chiavi ed è padrone, ma che è fondamentalmente e strutturalmente diverso da quello che sa e che può conoscere perché è egli stesso che prende la forma di quello che vede. La persona con il suo mondo interiore da forma e riempie quelle pagine di fumetti, fatte di differenti inquadrature e frame che propongono e predispongono a nuovi punti di vista.

Il bello del fumetto è che nel momento in cui viene riletto o riguardato esso non perde questa sensazione di apertura; il riquadro che costringe il disegno perde di senso ogni volta e più che una inquadratura chiara essa assume le sembianze di una finestra sfumata che apre su altri mondi in cui è il lettore che “proietta” le proprie immagini.

P.: Per me l’inquadratura del fumetto assomiglia piuttosto a una finestra attraverso la quale guardo dentro un altro mondo e come tutte le cose del mondo c’è del bello e del brutto; ci sono dei fumetti che sono come guardare dalla finestra un quartiere povero e sgangherato di una città, ci sono delle finestre da cui vedere dei panorami meravigliosi, quindi a seconda del mondo a cui il fumetto ti fa accedere ci sono gradi diversi di soddisfazione.

 

O.: Ritorno un attimo su questa operazione trasformativa. Goethe diceva: “l’occhio può vedere il sole perché è solare”, vede cioè la luce perché in qualche modo è inerente alla sostanza della luce; io credo che possiamo “vedere” il fumetto e interagire con esso perché in qualche modo ne siamo sostanza e in qualche modo possiamo assumere quella stessa forma.

In questo senso l’impatto è molto forte e mi sembra geniale utilizzare questo nella didattica della psicoterapia perché permette di proporre una esperienza altrimenti difficilmente tramandabile e trasmissibile. Questo sembra rispondere, in parte, alla domanda: “come possiamo trovare qualcosa che si possa mettere di fronte a chi vuole imparare come si fa una seduta?”. Un video sicuramente lo fa, ma in una maniera che definirei noiosa; oltretutto nel video si perde quello che potremmo definire il “profumo” della seduta, questa è una qualità molto difficile da comunicare e in questo senso il fumetto mi sembra si possa definire un “dispensatore di profumo” efficace.

Questo può avvenire sia per l’atto estetico di cui è fatto e con il quale ti mette in contatto, sia per la disposizione in cui ti fa entrare osservandolo e anche perché indossare il fumetto che si osserva, fornisce l’opportunità di assimilare qualcosa in più, come se il fumetto producesse un “residuo” che rimane attaccato alla persona che lo guarda.

P.: Mi sembra ragionevole e questa cosa del profumo è abbastanza essenziale; le sedute registrate sono mortalmente noiose, mentre il fumetto di una seduta permette, attraverso lo stravolgimento delle immagini, di vedere i vissuti delle persone. Attraverso questo “non rispetto” dell’antropomorfico che il fumetto mette in scena si stravolgono i piani logici, ci sono spostamenti di oggetti, piani di realtà inesistenti e questo permette di mettere in scena un mondo interiore che altrimenti dovrebbe essere messo in scena a parole: a parole però la faccenda sarebbe molto più pedissequa.

 

O.: Non solo, è anche molto limitante visto che la relazione terapeutica è fatta sia di parole che di sospiri, atteggiamenti….

P.: C’è anche il fatto che in una seduta raramente si parla “poetico”, molto più spesso si parla pedissequo, il fumetto in questo senso interviene togliendo il livello burocratico della seduta e questo è impagabile!

 

O.: Mentre dici questo penso ai tempi burocratici della seduta che è un’ottima definizione di quelli che io traduco come tempi morti; il fumetto, proprio basandosi su di un atto percettivo, si presenta come una esperienza viva! Il fumetto mette in contatto diretto con la “vitalità” della relazione rappresentata immettendo la dimensione del “come sé”; questa dimensione inevitabilmente rimanda alla narrazione che è un atto vitale di conoscenza e di incontro tra esseri umani, che non prevede il tempo morto. Anche il silenzio in una dimensione di narrazione è qualcosa di vivo, operante, attivo.

P.: Mi sembra una bella definizione dire che i fumetti non hanno tempi morti!

 

O.: C’è una cosa interessante che è la distanza tra un riquadro e l’altro, che potrebbe essere inteso, o visto, come un vuoto, ma in realtà quella distanza tra una vignetta e l’altra è proprio ciò che permette di avere un “luogo” da riempire come si vuole. In questo senso è molto simile al concetto di vuoto fertile, tra una vignetta e l’altra c’è un vuoto che è reso fertile dall’occhio di chi guarda.

In effetti, a pensarci bene, esso si riempie di quel profumo che hai “annusato” in azioni immaginarie rappresentate nel fumetto, che sono emotivamente e cognitivamente vere e interessanti perché attingono anche al tuo mondo interiore.

P.: Questo mi spiega perché non ci sono tempi morti nel fumetto: sono rappresentati dallo spazio tra una vignetta e l’altra, siccome però non sono segnalati nella loro durata è compito di chi legge riempirli come gli pare e quindi visto che le riempie chi le sta vedendo/vivendo non potranno mai essere morti!

Dialogo tra Paolo Quattrini e Oliviero Rossi intorno al fumetto ultima modifica: 2017-06-28T11:03:59+00:00 da Edoardo Brutti
Edoardo Brutti
Autore
Edoardo Brutti
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Psicologo Psicoterapeuta, iscritto all’Albo Professionale degli Psicologi del Lazio, abilitato all’esercizio dell’attività di psicoterapeuta.
Conduce docenze presso corsi e master universitari sul tema dell’arte terapia nella relazione d’aiuto e svolge attività come libero professionista presso il suo studio privato.