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Genealogia della madre: autoritratto irriverente di una gestazione di sé

di Camilla Urso

O ci sottomettiamo alla nostra storia o ce ne liberiamo, utilizzandola. Dobbiamo scegliere tra la coazione a ripetere e la liberazione.
Boris Cyrulnik

 

A volte è necessario mettere in scena una morte per permettersi di nascere. E di diventare madre. Non pensavo che a distanza di ormai tre anni avrei esordito in questi termini parlando della mia gravidanza. Abituati a una rappresentazione sociale della maternità in tinte pastello, ci vuole un certo coraggio a inscenare una morte e vestirsi a lutto al nono mese di gravidanza; soprattutto se la morte che si performa è quella della propria madre.
Non mi era chiaro che stavo facendo proprio questo quando con un pancione a pochi centimetri dal traguardo ho assecondato il bisogno tanto trainante quanto apparentemente scomposto di prendere con me una foto di mia madre, andare al cimitero monumentale di Bologna, indossare vestiti neri, e liberare con la macchina fotografica immagini interiori che mi chiedevano con insistenza di venire alla luce.

Certamente raccontare anche in tinte oscure una gravidanza che è stata desiderata, serena, naturale, appagante, ha rappresentato una trasgressione, una per molti imbarazzante e inquietante deviazione rispetto ad una visione sociale stereotipica della maternità che risolve la complessità e l’ambivalenza negandola. Che del ventaglio densissimo di vissuti connessi all’acquisizione del ruolo materno pubblicizza quelli più rassicuranti e censura quelli più cupi, i quali finiscono così per essere percepiti dalle madri come inadeguatezze e storture personali anomale anziché modulazioni, oscillazioni e chiaroscuri fisiologici del grandioso “lavoro che ogni donna compie sul paesaggio della propria mente per definire l’assetto materno”¹.

Il mio personale punto di scollamento rispetto al continuum aproblematico proposto dal modello disponibile di dolce attesa è stato l’attrito percepito tra una serenità dilagante innestata nel presente dal mio ventre e un dolore tormentoso legato a un passato emotivo non risolto. Attrito che mi ha mosso in cerca di una legittimazione e di una libertà di rappresentazione che lo rendesse visibile, intelligibile, integrabile.
Una strada che, come ho avuto modo di sperimentare in altri passaggi fondamentali della mia vita, non si è avvalsa di parola e pensiero per dispiegarsi, ma di immagini. Prepotenti. Scalcianti. Ineludibili.
Del resto, in un momento così cruciale in cui la vita ci deposita – più o meno dolcemente – in una liquidità interiore e identitaria che ci chiede di accogliere l’invito ancestrale ad essere traghettate dal nostro essere figlie al nostro essere madri, non potevo non fare i conti con il mare da cui io sono sbarcata.

In un processo che nel suo compiersi suggerisce di rintracciare e dipanare il filo della continuità generativa e dell’eredità materna e di fare spazio alla vita che ci passa attraverso, non potevo non fare i conti con il mio ingombrante ruolo di figlia. E, va da sè, con l’ingombrante ruolo di mia madre, quella madre cronicamente sofferente e strabordante di dolore che non potendo più trattenermi all’interno dei confini che aveva pensato per me ha deciso, quel filo, di reciderlo. Un’assenza che, diciamocelo, assomigliava più ad una onnipresenza persecutoria. La mia lontananza da casa più simile a un esilio che a un’indipendenza.
Ora, un inatteso repertorio di memorie infantili, desideri nuovi e spostamenti identitari, imponeva con forza al mio essere generante di considerare il mio essere generata.

Il dilatarsi della mia dimensione individuale, la percezione di una vita presente che mi cresceva dentro coagulando in una nuova forma pezzi di me, aveva sdoppiato il mio sguardo: in avanti verso il mio desiderio e all’indietro verso la mia origine. Alla ricerca, in quella liquidità, di una riva su cui approdare.
Seppur reciso, di quel filo non potevo permettermi di negarne l’esistenza.
Ma dove andarlo a cercare?

È stata una fotografia, l’unica fotografia che di mia madre avevo in quel momento, a guidarmi verso quel filo e verso una nuova narrazione e collocazione di me. Intraprendendo così un istintivo viaggio autobiografico sul senso dell’essere madre e sulle leggi spesso invisibili ma inossidabili e potentissime che regolano l’appartenenza familiare e la fedeltà agli antenati.
Ad accompagnarmi in questo viaggio e in questo rito di passaggio, che trovava nella nuova vita dentro di me la sua spinta emotiva, è stata una ragazza, una ragazza con un dolore antico nello sguardo evidentemente già troppo pesante per essere contenuto dagli argini dei suoi diciassette anni.

Ho portato questa fotografia al cimitero. Perché qualcosa stava per nascere e chiedeva che qualcos’altro fosse seppellito.
Appoggiare questa foto tra le tombe, trasformare gli epitaffi in didascalie, inscenare una morte simbolica che mi consentisse di elaborare un lutto è stato un atto di liberazione e di riconoscimento di me. Più sentivo echeggiare in testa parole di vergogna, paura, tradimento, abbandono, irriconoscenza, e più saliva in me l’intenzione di sfidarle a colpi di immagini e accostamenti visuali. E in un crescendo emotivo ho iniziato a sentire il bisogno di entrare nell’inquadratura anche io. Con il mio corpo desiderante di libertà.

Io, insieme a mia madre e a colei che – l’avrei scoperto alla nascita un mese più tardi – sarebbe poi stata mia figlia.
Insieme. Grazie a una fotografi a ri-scattata.

Attraverso questa serie di scatti fotografici l’interruzione si è fatta dialogo. Un dialogo necessario, riparatore e liberatorio, tra me e mia madre. Un autoritratto emozionale che mi ha permesso di ri-abitare il luogo della relazione primaria e di riconoscerla.
Di fare nuovamente esperienza attraverso il qui e ora dell’istantanea fotografica di quel confondermi con il suo sguardo, con il suo desiderio, con il suo dolore, con la sua carica distruttiva, con il suo amore straziante. E di nuovo offrire il mio volto per far sì che lei potesse trovare un posto al suo.
E poi staccarsi. Separarsi.
Lasciare andare quella foto, squarciare quel velo nero, mostrarmi corpo, a provare un sollievo.

“Come distinguere l’intollerabilità del dolore di una perdita dal sollievo che produce il venir meno di una pena protrattasi troppo a lungo? Come riuscire a dirci, senza vergogna, che sciogliere legami troppo stretti, investimenti che ci siamo strappati dalle viscere, è anche una liberazione? […] Quanto più è stretto il vincolo, quanto più profonde sono le propaggini che l’altro conserva del nostro essere, tanto più forte è il rischio di seppellire insieme a lui una parte di noi stessi, o, al contrario, di saldare una ferita e ritrovarsi con una pienezza sconosciuta, imbarazzante” ².

Saldare quella ferita ha per me significato liberarmi dall’”attitudine a ridiventare nel ricordo emotivo una bambina sofferente”³ prigioniera dell’ineluttabilità della madre e di un sistema familiare basato sull’assenza del padre e sulla pretesa di esistenza di un amore materno indefettibile impossibile da soddisfare.
Quella pienezza sconosciuta mi si è rivelata lì, tra i resti, tra le mie ossa rotte, concedendo a me stessa di stare tra le macerie e di attendere, per la prima volta senza più l’ansia e la possibilità di precipitarmi a rammendare gli strappi, ma semplicemente contemplarli, guardare attraverso e decidere, nel silenzio doloroso ma anche liberatorio dell’assenza, cosa trattenere di queste macerie, di queste ossa e cosa avere diritto di lasciar andare di mia madre, della sua eredità emotiva e di me, per riappropriarmi di quel filo reciso e fare posto a me stessa e a mia figlia.
Un posto in cui avere diritto a partorire un nuovo senso della parola casa e in cui liberarmi dalla retorica emotiva dell’esilio.

Un posto in cui ripristinare il continuum di una genealogia interrotta e soddisfare il bisogno di situarmi nel tempo e nella storia che mi appartiene e cui appartengo e in cui realizzare al contempo la mia istanza di autonomia: che “non è l’autonomia solitaria della negazione, ma quella all’interno della relazione, più costosa ma più reale”4. Per poter offrire così a mia figlia la mia eredità non come una linea  spezzata ma come un impulso a prosperare nella circolarità dell’esistenza.
È forse per questo che l’immagine con cui ho deciso di chiudere il mio autoritratto “Esilio. Genalogia della madre” è quella di un cordone ombelicale: il cordone ombelicale che ha nutrito mia figlia e che ho deciso di conservare dandogli la forma di un cuore, un cuore attorno al quale ho cucito un filo rosso, quel filo reciso, perso e ritrovato. Un ciclo della vita che vuole essere privo di strappi e interruzioni.
Un ciclo della vita che ammette l’esistenza di un dentro e di un fuori. Una nuova visione dei rapporti in cui è contemplata la disponibilità a riconoscere la giusta distanza rispetto ai propri figli. Rispettando l’originalità dei loro percorsi misteriosi e i limiti dei loro confini e favorendo così un’esistenza libera di dispiegarsi.
Perché si nasce solo se separati.

Ciascuno di noi occupa un posto ben preciso all’interno della catena generazionale da cui viene generato. Le regole imposte dal patto transgenerazionale per avere diritto ad occupare quel
posto e godere dello status di appartenenza -che spesso va di pari passo con il diritto all’amore e all’approvazione materna- sono legami a cui a volte è necessario ribellarsi per rendersi visibili ed esistere aldilà degli investimenti emotivi e fisici che gli antenati hanno fatto su di noi.
La dimensione dell’attesa legata alla nascita di un figlio è un vero e proprio cantiere mentale ed emozionale in cui il futuro ed il passato vengono di continuo riassemblati in cerca di un nuovo assetto che sarà l’assetto materno. Questo intenso lavoro di ridefinizione di sè che viene attivato dalla gravidanza e che perdurerà anche -soprattutto!- dopo la nascita del bambino influenza in modo sorprendente le relazioni, i ruoli e le immagini di sè precedenti, giungendo a ridefinire il posto che occupiamo nella storia della nostra famiglia.
Un’occasione preziosa per ri-scattare la propria storia personale e dare alla luce una nuova narrazione di sè. In questo delicato processo l’utilizzo della fotografia e delle immagini come mediatori artistici può essere decisivo per vedere e per vedersi. E, vedendosi, scegliere cosa portare con sè sulla riva della maternità.
Io ho partorito prima di tutto per immagini.
Ma questa consapevolezza che passa dal vedere e dal vedersi chiama a sè la responsabilità di dire ciò che si sa, ciò che si è visto. Questa responsabilità, questo atto di legittimazione e fiducia nelle storie di maternità non spettano solo alla singola madre. È una responsabilità collettiva cui noi tutti siamo chiamati a rispondere affinché la rappresentazione sociale della maternità sia fedele al vissuto autentico delle donne, che troppo spesso vivono il “disagio di non trovare fuori quel che c’è dentro”5.
“Il sapere non è altrove, è nel cuore di ogni madre.” 6 Legittimarlo significa aiutarle a “trovare una convalida della loro esperienza e dare voce a quanto già sentono a livello intuitivo” 7. Significa rispondere collettivamente al bisogno disatteso della madre di essere al centro di un discorso che la riguarda, un discorso dove non possono esistere cliché ma solo storie.
“È che la vita per fortuna dà un posto alle cose. Quando sembra che non ce ne sia uno per sè guardarsi attorno aiuta. Le storie, anche poche storie incrociate senza averle cercate, parlano di questo: di come invece ci sia un posto per tutto, a saperglielo dare.” 8
Da questa convinzione e dalla mia esperienza personale è nata “La casa nella pancia”: una proposta di laboratori rivolti alle mamme e ai papà! Altri grandi esclusi troppo spesso ridotti a uno sbrigativo inciso nel discorso sulla maternità e la genitorialità per offrire un luogo e un tempo narrativo in cui poter esprimere i propri vissuti legati alla maternità appoggiandosi al linguaggio simbolico delle immagini e legittimare la propria esperienza grazie alla condivisone che alleggerisce, normalizza, ricolloca, ripara.
Un tentativo di riconoscere e colmare il vuoto esistente tra la percezione di sè e la possibilità di esprimersi che spesso contraddistingue l’esperienza delle madri, la cui parola è l’unica via per permettere un’elaborazione personale e collettiva della maternità che trasformi ciò che viene taciuto in conoscenza e patrimonio trasmissibile.
“La vostra parola è necessaria perché nella nostra società si avvii una riflessione che vada ad occupare il posto che le spetta nella trasmissione di un sapere distinto da quello della scienza. L’uno e l’altro sono indispensabili e complementari. Non si devono ignorare.
Come il corpo del bambino passa per il corpo della madre, le parole su questa nascita parentale scaturiranno dalle testimonianze delle madri, dalle vostre parole. Sono essenziali per il nostro progresso. Le vostre parole ci aiuteranno a pensare, ci guideranno a prenderci cura insieme della nascita.” 9
Diventare madre è una trasformazione potente: oltre alla venuta di una madre fisica che si occuperà del bambino che nasce c’è anche una maternità psichica che dilata il luogo del sentire in maniera sorprendente estendendo a approfondendo il proprio spettro emotivo.

 

La funzione della narrazione è cruciale per autorizzare una maternità fatta di chiaroscuri, mettere a disposizione un luogo e un tempo del “potersi dire”, e riconoscersi nella propria esperienza e in quella delle altri madri. Lo strumento del kamishibai può in questo senso essere uno strumento prezioso per raccogliere le storie delle madri e restituirle in una forma integrata, universale.
Il kamishibai, traducibile come “teatro di carta”, è una forma di narrazione risalente al medioevo utilizzata dai monaci buddisti per raccontare ad un pubblico, principalmente
analfabeta, delle storie intrise di insegnamenti morali e spirituali.
Si tratta di un piccolo teatrino di legno in cui scorrono tessere di carta disegnate dietro cui sono scritti dei testi che il narratore legge a voce alta. Limitato oggi all’utilizzo nelle scuole come strumento didattico e di sensibilizzazione alla lettura, il kamishibai è uno strumento utile in qualsiasi attività che contempli la restituzione delle storie narrate in forma individuale o collettiva.

 

 

Un modo poetico -soprattutto se accompagnato da un’atmosfera suggestiva- di trasformare la storia detta in immagini e scritta in parole, in una storia ascoltata che consenta la magia di assistere allo spettacolo della propria vita e della propria storia di materntià integrata in un nuovo romanzo corale.
La maternità è un processo grandioso, delicato e profondo che non viene mai narrato fino in fondo.
Raccontare le storie delle madri, legittimare le parole delle madri, aiutarle a dare forma, esprimere e godere del proprio ricchissimo immaginario e lasciare traccia della propria esperienza di maternità è un passo necessario per far sì che quando nasce un bambino nasca anche una madre.

 

 

Note di ringraziamento:
A Fabrizio, per non avere paura di ciò che io ho paura di raccontare.
A Frida, per avermi riconsegnato il nostro fi lo ed insegnarmi ogni giorno che la vita si
può imparare ogni giorno.
Ad Ekin, testimone preziosa che ha scattato per me alcune foto del progetto “Esilio. Genealogia
della madre”.

1 Stern Daniel N., Bruschweiler-Stern Nadia, Nascita di una madre, Arnoldo Modadori Editore, Milano, 1999

2 Fraire Manuela e Rossanda Rossana, a cura di Lea Melandri, La perdita, Bollati Boringhieri editore, Torino, 2008

3 Marinopoulos Sophie, Nell’intimo delle madri, Feltrinelli Editore, Milano, 2006

4 Ponzio Giuliana e Marranca Angela, Mai come lei, Tartaruga edizioni, Milano, 1996

5 De Gregorio Concita, Una madre lo sa, Arnoldo Mondadori Editore, Milano, 2006

6 Marinopoulos Sophie, Nell’intimo delle madri, Feltrinelli editore, Milano, 2006

7 Stern Daniel N., Bruschweiler-Stern Nadia, Nascita di una madre, Arnoldo Modadori Editore, Milano, 1999

8 De Gregorio Concita, Una madre lo sa, Arnoldo Mondadori Editore, Milano, 2006

9 Marinopoulos, Sophie, Nell’intimo delle madri, Feltrinelli editore, Milano, 2006.

BIBLIOGRAFIA

 

Bright S., a cura di, Home truths: photography and motherhood, Art/ Books/Photographers’
Gallery, London, 2013
Congia G., Chiaroscuri nella maternità, Il cenacolo di Aires Edizioni, 2014
De Gregorio C., Una madre lo sa, Arnoldo Mondadori Editore, Milano, 2006
Demetrio D., Raccontarsi. L’autobiografi a come cura di sè, Raff aello Cortina Editore, Milano,
1995
Fraire M., Rossanda R., a cura di Lea Melandri, La perdita, Bollati Boringhieri editore,
Torino, 2008
Marinopoulos S., Nell’intimo delle madri, Feltrinelli Editore, Milano, 2006
Polster E., Ogni vita merita un romanzo, Astrolabio edizioni, Roma, 1988
Ponzio G., Marranca A., Mai come lei, Tartaruga edizioni, Milano, 1996
Rossi O., Lo sguardo e l’azione, Edizioni universitarie romane, Roma, 2009
Stern D. N., Bruschweiler-Stern N., Nascita di una madre, Arnoldo Modadori Edirore,
Milano, 1999
Venturi S., Autoritratto fotografi co in gravidanza, tesi di laurea, Università di Bologna,
sessione marzo 2015
Weiser J., Phototherapy techniques. Exploring the secrets of personal snapshots and family
albums, Phototherapy Centre Publishers, Vancouver, 1999

Redazione NuoveArtiTerapie
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