Il gioco delle figure di carta

racconti-depennati

dall’immaginazione alla narrazione, dalla narrazione alla scrittura e dalla scrittura a…..

di Mariella Sassone

 

 

 

Occorrente:

–          giornali, riviste, etc..

–          qualche un foglio di carta abbastanza grande

–          pennarelli

–          forbici

–          colla

–          un quadernetto o dei fogli per appunti personali

 

In quanti si gioca:

–          da soli, in due, in tanti…

 

Come si gioca – 1^ fase del gioco:

–          sfogliate i giornali e le riviste senza grande impegno;

–          ritagliate una decina di figure senza alcun criterio o particolare motivazione, 10 figure che vi chiamano: foto, immagini, pubblicità, qualunque cosa e di qualunque formato;

–          disponete le vostre figure sul foglio di carta senza pensarci troppo, secondo il vostro bisogno sia esso estetico, di armonia, o di logica o qualunque altro….;

–          cominciate ad osservarle, una per una, con attenzione. Fate la loro conoscenza, e notate che effetto vi fa conoscerle. Cosa volete sapere di quelle figure, se volete sapere qualcosa, o se ciò che vedete vi basta. Le avete prese dai giornali e messe lì tanto per fare? Va bene, in ogni caso è importante che ascoltiate un po’ il vostro stato d’animo.

–          prendete qualche appunto e cominciate a rendervi conto di quel che la scrittura trasferisce sulla pagina, se ri-porta il vostro sentire, o il vostro pensiero, o qualcosa che riguarda le figure. Cosa è successo in voi nell’incontro? E cosa in relazione al bisogno o meno di annotare qualcosa? se il “non volerlo fare” (se questo è il vostro intento) è pigrizia, paura, inadeguatezza, “che scrivo” o che altro?

Il gioco comincia così, semplicemente. Ognuno davanti alle sue figure, le figure che ha visto o che ha cercato (qual è la differenza?), frutto di una pulsione o di un riconoscimento, dell’urgenza o dell’intenzione sollecitata dall’esperienza proposta. Lentamente, secondo i tempi di ognuno, inizia un processo di conoscenza prima che sarà di ri-conoscenza dopo. Conoscenza nel senso di saper dire qualcosa di: so di te se posso ri-ferire di te, portare qualcosa di te oltre te stesso, in questo caso trasferirla dalla figura alla pagina. Ferunt… non iniziavano sempre così le versioni di latino?

–          cominciate a sperimentare se il posto che avete dato alle vostre figure va bene o no, provate a farle muovere sul foglio ed a sentire cosa succede, a voi soprattutto, se la cosa vi diverte o vi sgomenta. Poi dopo averle portate a spasso per il loro piccolo mondo (il foglio bianco), sistematele ciascuna al suo posto, al posto che avete scelto per loro, e per le loro possibilità, e osservate un attimo la nuova composizione.

–          annotate la vostra esperienza rispetto al movimento, rispetto al posto, al “posto giusto per…”.

Da uno stato d’animo verso un moto dell’animo quindi, in pochi gesti accompagnati da una sollecitazione: annotare l’esperienza, ossia viverla, riconoscerla portandola fuori, riferendo di essa.

–          ora sapete abbastanza delle vostre figure, sapete chi sono e cosa possono fare, come possono muoversi e qual è il loro posto. Immaginate cosa c’è intorno a loro, se quel foglio bianco è semplicemente un foglio bianco oppure una città, un’autostrada o cosa. Annotate nel vostro quaderno qualcosa dello spazio/ambiente che le circonda …e voi? Dove siete rispetto alle vostre figure nel loro spazio? Scrivete qualcosa di voi.

–          ora immaginate che le figure siano le illustrazioni di una storia, come le balze di un carretto siciliano. Incollatene appena i lembi, affinché non scappino, per il momento almeno.

–          raccontate la storia che quelle figure illustrano (attenzione: tutte le figure devono trovarvi posto) con brevi didascalie che segnano i “passi salienti” della vicenda e/o, se preferite, anche con dei balloon, come in un fumetto.

Nello spazio dell’immaginazione le figure prendono le mosse, le proprie mosse, verso l’azione trasportando urgenze e possibilità. Inizia una dialettica fra figura che muove e sfondo che accoglie, ed emerge il conflitto che è alla base della narrazione e di ogni storia che vuole essere raccontata.

Ognuno si imbatte in quello che c’è, o che c’è e non può vedere e magari incontra l’angolo dietro cui si nasconde: Si, ma che succede? Non so come finisce! Ma poi cosa fanno? Mi sembra una storia idiota…E’ impossibile …Mi piaceva, ma non so che ci sta a fare….sono il modo in cui le emozioni prendono voce attraverso qualcosa che sta per accadere.

Accanto a loro ascolto, osservo i passi che ognuno fa per trovare la sua via (e questa è la sua storia!), per rintracciare fra appunti, smorfie e tormenti un “potrebbe essere che”, o un “sarebbe bello che fosse”, comunque una possibilità di azione e di interazione fra gli elementi della storia stessa, una possibilità che trova concretezza nelle brevi didascalie. E pian piano lo spazio della narrazione illumina lo spazio reale: non appena si comincia a scrivere lo si visita e lo si reinventa, si sceglie una prospettiva e ci si accorge di cosa si vede. Non è detto che ciò che stiamo scrivendo combaci con quel che avevamo in mente e non sempre la storia prende le mosse nei luoghi immaginati in quanto non sempre lo spazio per stare può ospitare anche il movimento. Spesso, infatti, la fantasia rischia di essere una limitazione proprio a causa della sua indeterminatezza, che facilmente si scambia con libertà. Diverso è per la scrittura. Le parole con le quali decanta una fantasia cominciano a rivelare il loro sapore una volta che sono lì, sulla pagina. È il metterle fuori che permette di modificare l’esperienza dentro.

Raccontare una storia non è una cosa semplice, vuol dire riferire quel che è importante, che conta (!) in quel momento, è l’intenzione oltre l’azione, che vede nell’azione solamente una possibilità per manifestarsi.

–          il racconto è li. Ora potete scriverlo. Qualche indicazione: non più di 10 pagine, non meno di 4. Scrivete a mano o al computer, come preferite. Tenete una specie di diario di bordo: annotate quando scrivete (la mattina, la sera, oppure nei momenti più impensati..), e nello scrivere di cosa avete bisogno (acqua, sigaretta, radio accesa o silenzio, …) e se scrivete a mano quale strumento vi “ispira” di più (penna, matita, troppo fina, troppo grossa etc..), cercate il vostro luogo (come avete fatto con le figure) e fate esperienza del vostro posto per scrivere e delle vostre emozioni quando scrivete: vi piace, non vi piace, siete contenti, nervosi, ansiosi.

Se scrivete a mano, vi prego trascrivete al computer il vostro scritto e magari portate anche “la brutta”, sarà interessante vedere come le parole avranno assunto il ruolo di figure sulla pagina. Ne parleremo.

Così ognuno si avvia alla pratica della scrittura. Non è ancora una disciplina, chi vuole poi la sceglierà come tale, per adesso è solo una sorta di enzima che facilita l’esperienza e ne rivela i contenuti. È l’esperienza della pratica dell’arte che non necessariamente condurrà a un’ “opera d’arte” nel senso che siamo abituati a dare a questa locuzione, ma ad una nuova o forse solo diversa forma di conoscenza.

Al di fuori di una dimensione colta ed intellettuale, la scrittura in quanto pratica senza uno scopo (l’opera d’arte) diventa strumento; e più perde scopo e più i processi percettivi si dilatano e si arricchiscono di immagini e di possibilità: tanto è solo un gioco. C’è chi scrive per guadagnarsi da vivere, e chi lo fa per esplorare: scrivere è comunque un modo per vedere e per cercare, e la scoperta è proprio nel cambiamento che la scrittura può indurre.

Trasformando un processo immaginativo in un processo creativo, la scrittura ci tiene stretti al mondo materiale nel quale ci muoviamo sia come esploratori che come artefici: “ogni cosa” è sulla pagina plasmabile come l’argilla, morbida, docile sotto le nostre mani e “cazzo, piove come dio la manda” può diventare “pioveva anche quel giorno, ma oggi…”, oppure “sembra che lo faccia apposta: piove sempre quando avrei voglia di mettere i tacchi” oppure “meno male che piove, così non devo innaffiare..”. Le parole scritte e quelle cercate sono lì entrambe, in figura e nello sfondo, basta vederle. Il laboratorio le amplifica, le rende più facilmente riconoscibili. Ognuno dei partecipanti diventa specchio dell’altrui fatica, ognuno figura di quell’insieme, ognuno parte di quel tutto che ha scelto “un senso”, ossia un andare verso attraverso un mezzo.

Ora è disciplina, disciplina che rivela il talento, ossia il proprio sé riconoscibile e da rendere agli altri. L’identità è un processo e non un processo di “identificazione con”, è qualcosa che accade e non qualcosa che è: accade nella relazione fra me, te e lo spazio fra di noi, fra me che scrivo, la mia storia e le parole sulla pagina. Non ci può essere relazione senza identità, non c’è identità senza relazione. Ma relazione in che senso, viene da dire. Non c’è il tutto se non ci sono le parti. La pratica della scrittura, in particolare in laboratorio, per tirar fuori le parti (la connotazione delle immagini), per riconoscere il tutto (l’insieme sulla pagina ed il racconto), per costruire un tutto significante.

A questo punto è possibile anche cambiare il punto di vista, come le figure di carta hanno più volte cambiato posto sul foglio. Si, certo sarà un salto nel buio, ma tutti insieme possiamo farcela:

–          ora riprendete il foglio con le figure ed osservatelo. Se la vostra storia era in prima persona ora raccontatela in terza e viceversa. Ricordate, la prima persona sarà sempre una delle figure scelte. Se avete scritto al presente scrivete al passato e viceversa.

–          riprendete le vostre figure (si staccheranno facilmente) e date loro una nuova possibilità: disponetele sul nuovo foglio secondo le necessità narrative imposte della nuova storia  e annotatele con le didascalie così come avete già fatto.

–          Contemplate la vostra nuova storia e prendete per voi l’effetto che vi fa. Vi fa ridere o piangere, quali esclamazioni vi “tira fuori”, annotatele.

Cambiando il tempo della narrazione, come cambia l’urgenza del raccontare, il senso nel raccontare una vicenda accaduta non è più l’emozione ma il significato che la vicenda porta con sé. Quel che sapevo raccontando una storia in terza persona non è quello che so raccontandola in prima. Che effetto fa abbandonare la parte del narratore onnisciente? E viceversa, cosa so ora come narratore che vede la scena “dall’alto” che come personaggio non sapevo? Se cambia la voce narrante, cambia il motivo per raccontare una storia, quel movimento che la storia alla fine rimanda come una sorta di responso: un’altra storia è raccontata.

–          ora riscrivete il racconto, facendo tesoro del lavoro fatto insieme finora. Stessa limitazione: massimo 10 minimo 4 pagine, e per favore scritte al computer. Questa volta non è importante che mi consegniate anche “le brutte” scritte a mano.

–          Un’indicazione: osservate se avete bisogno di un linguaggio diverso e provate ad usarlo.

Se ero spettatore ora sono attore (e viceversa), se ero passivo e raccontavo una storia per dirti di quella volta che … , ora sono attivo e la storia è tras-portata avanti dalle emozioni. Cosa cambia nella vita ogni volta che si cambia punto di vista?

Il laboratorio diventa un luogo per osservare e sperimentare in attenzione, per attivare un processo di discernimento rispetto a quello che serve o non serve sulla pagina per dire, ciò che posso lasciare o prendere per esistere. Sperimentando un diverso punto di vista si sperimenta il limite della propria identità, come scrittore e come personaggio, in ogni caso aiuta ad espandere e a dilatare l’esperienza. Nessuno vede le stesse cose, e soprattutto nessuno dà importanza alle stesse cose fra le tante che vede: ed è come un rimettere a fuoco la scena aggiungendo e togliendo particolari che per il nuovo osservatore aggiungono o tolgono significato.

Ed io dove sono rispetto all’azione, dove sono rispetto alle emozioni. Ed ancora, cos’è che muove la storia, che la porta avanti ed in che modo questo mi riguarda. Il laboratorio funziona come una sorta di macchina del tempo che trasferisce l’azione dal passato al presente (o viceversa) e contribuisce ad un processo che vorrei chiamare di “dialettizzazione della percezione”. Tale esperienza non è ancora consapevolezza, ma è: “quello che avevo in mente da dove viene?”; “con quello che ho in mente che ci faccio?”. Locuzioni nelle quali l’”avere in mente” è semplicemente quello che c’è, ossia un misto di istinto e di possibilità, di ricordi e di fantasie, di pensieri e desideri.

La parola scritta riveste nell’immaginario di molti (o almeno tanti mi sembrano in base all’esperienza finora acquisita) un ruolo di ufficialità che ondeggia fra il legale ed il letterario. Spesso quindi, quando un laboratorio prende le mosse, quel che decanta sulla pagina sono parole prese in prestito alla ricerca delle belle parole, tanti aggettivi perché altrimenti non si capisce, “il bell’italiano” che avrà l’apprezzamento di chi legge. Le belle parole sono l’unica possibilità per dire ciò che è stato detto, da altri, dagli altri che contano. Per molti non c’è spazio altro che per questo, non c’è il diritto alla propria voce, come se questa non fosse apprezzabile, e nello sforzo di dar voce a chi ce l’ha già, nessuna possibilità di contatto, di riconoscimento o di evocazione è loro concessa. Il laboratorio diventa un luogo per dirlo “con parole tue”, una possibilità per le tue parole, come puoi usarle e cosa ti dicono, il nesso che vuoi dargli al di fuori dei significati che la società impone: il linguaggio non è più una dittatura ma una possibilità concreta. Linguaggio, quindi, e non gergo o slogan, linguaggio vivo e non di plastica: dal clichè all’esperienza, un viaggio di conoscenza (scusate la rima!).

Infatti, non ci si può affidare solo all’“ispirazione”, come si pensa o si immagina, la scrittura ha bisogno di “azione immaginativa” che mobilita risorse e comunque mette in atto un processo di “intenzione, attenzione e consapevolezza” in quanto con la vita narrata, ed in particolare scritta, è difficile barare. In ogni caso l’intreccio narrativo permette di sperimentare una sorta di “casualità volontaria”: si stabilisce un’alleanza attiva fra lo scrittore ed i suoi personaggi, ripeto suoi, e si scommette sul loro ardire o sulla loro timidezza, sul loro coraggio o sulle loro paure, e dal connubio fra il flusso immaginativo (urgenza), la fase di selezione (discernimento) ed elaborazione (contenimento), la possibilità per loro (personaggi e scrittore) di trovare una catarsi nella storia stessa.

E ancora qualche sollecitazione:

–          lo scrittore è sempre un personaggio della storia. Non bastano due righe sul risvolto di copertina, per conoscerlo: incontratelo, fategli un’intervista, scoprite chi è e cosa vuole, carpitegli qualche segreto e qualche confidenza. Ogni scrittore è un po’ narcisista, gradirà molto, ne sono sicura, il vostro interesse; chissà magari potreste anche suggerirgli qualche idea!

Ma non è finita.

L’esperienza del racconto viene più o meno masticata, digerita, arricchita anche con suggerimenti tecnici. L’importanza dell’incipit ad esempio, il montaggio delle scene, e tutto ciò che contribuisce a dare al racconto stesso un senso di compiutezza che renda merito alla fatica. E poi, una pausa di condivisione. Dove le difficoltà: nello stile, nel far accadere, nel non è giusto che… (capita che alcuni personaggi agiscano di testa loro!), nell’espressione delle emozioni, nella concentrazione. E comunque cosa mi sono permesso nel racconto che non faccio mai… E se avessi scoperto qualcosa di me? Ho un personaggio che mi ha fatto piacere incontrare? E poi una domanda, antica, banale ma sempre vera: ho scritto per me stesso o per gli altri?

In questo ritrovarsi il racconto si allontana un po’, e riaffiora pian piano il partecipante/scrittore, quello incontrato e magari intervistato, che, per lo spazio di un racconto, ha barattato forse la propria visione con un’alternativa: quello che ha sperimentato la frustrazione data dal fatto che ogni narrazione è solamente una delle tante, e non sarà mai la verità; quello che assaporato che effetto fa abitare uno spazio di possibilità al di fuori del necessario; quello che ha abbandonato il giudizio e provato la meraviglia nell’aver sperimentato che immaginare non vuol dire interpretare.

Ultimo atto. L’immaginazione lascia il posto al fenomeno.

–          scrivete la storia di questo laboratorio, la storia della vostra esperienza, gli accadimenti di ieri, che oggi a distanza di due giorni o due mesi, ricordate e volete raccontare. Cos’è successo? E qual è il motivo del vostro scrivere adesso, cosa lo muove, e da cosa prende le mosse, quali sono gli oggetti del vostro scrivere: emozioni, fatti, i vostri colleghi. Come le vostre belle figure ora sono lì intorno a voi, li avete conosciuti, potete dire di loro se ne avete voglia.

–          in prima persona, ovviamente, e attenzione al tempo: voi oggi ricordare quel che è accaduto. E mentre ricordate, guardate anche i vostri appunti, e notate cosa ieri aveva urgenza di essere scritto e lo è ancora o non lo è più. Oggi scrivo, al presente, di ciò che sento ora, che è in memoria, la memoria dell’esperienza.

E se davvero fosse una storia? Beh, ci vuole proprio un bel finale…. provate a immaginarlo.

 

 

Elogio dell’arte della scrittura*

(antico testo sumero)

L’arte della scrittura è la madre degli oratori, il padre dei maestri;
L’arte della scrittura è appassionante, non ti sazia mai;
L’arte della scrittura è difficile da imparare,
ma colui che l’ha appresa avrà il mondo in mano.
Cura l’arte della scrittura, ed essa ti arricchirà;
Sii diligente nell’arte della scrittura,
ed essa ti riempirà di ricchezza e di abbondanza

 

(*)www.scudit.net/mdbabelacca.htm

Mariella Sassone, counsellor

Redazione NuoveArtiTerapie
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