I suoni che cambiano la vita

Di Silvia Adiutori


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Una notizia riportata dalla sezione Neuroscienze del Corriere della sera (http://www.corriere.it/salute/neuroscienze/12_agosto_30/cervello-musica-ricordi-violoncellista_c2ff296c-eebc-11e1-b570-4318918e88d8.shtml), racconta di un violoncellista che, colpito da un’amnesia grave in seguito ad una infezione che ha sviluppato una encefalite, non riesce a ricordare nulla della sua vita precedente il trauma. Non ricorda familiari, amici, esperienze passate. Non solo: il signor violoncellista, in seguito a questa grave amnesia, non è più capace di acquisire e ricordare nuove informazioni. Solo una capacità sembra essere rimasta intatta: quella di suonare il violoncello, ricordare pezzi già suonati prima dell’amnesia e imparare nuovi spartiti. Le sue competenze musicali sembrano cioè, a differenza delle altre, essere rimaste escluse dall’amnesia. «Questo dimostra che la memoria musicale è almeno parzialmente indipendente dall’ippocampo, la struttura del cervello che elabora i ricordi – scrivono gli autori dell’università di Berlino – è possibile che l’enorme significato della musica in tutte le culture abbia contribuito alla formazione di una memoria indipendente». L’evoluzione sembra cioè aver “premiato” il rapporto fondamentale tra l’uomo e la musica riservandole una specifica memoria, indipendente dalle altre! Affascinante! D’altronde, da tempo immemore l’uomo ha usato la musica per il suo taumaturgico, con innumerevoli testimonianze fin dall’antichità del legame tra l’uso della musica e la cura, in particolare per l’alterazione dello stato di coscienza che l’ascolto musicale induce con effetti positivi sul dolore fisico e psichico. Sembra che l’esperienza di ascolto musicale agisca sul nostro cervello come una sorta di analgesico, se non addirittura di anestetico. Per approfondire questi interessanti aspetti legati ai suoni, i ricercatori della Johns Hopkins University hanno portato avanti un esperimento pubblicato sul Journal of Alternative and Complementary Medicine. Sono stati scelti 120 pazienti che dovevano sottoporsi ad aspirazione del midollo, dall’anca o dalla base della spina dorsale, operazione per cui l’anestesia locale spesso si rivela insufficiente ad eliminare tutto il dolore. I pazienti vengono divisi in 3 gruppi, ognuno dei quali viene operato in contesti sonori diversi (ospedaliero tradizionale, che richiama la natura, cittadino). La dichiarazione sui risultati di Lechtzin, uno dei ricercatori, è questa: “Accompagnare la procedura dell’agoaspirato con suoni e paesaggi che rimandavano al mondo della natura rendeva il prelievo meno doloroso in un paziente su cinque. Riuscire a creare un ambiente distensivo con suoni e rappresentazioni piacevoli e rilassanti aiuta allora a percepire meno il dolore e ha di sicuro meno effetti collaterali di sedativi e anestesie“. Un altro interessante studio è stato messo a punto da una equipe scozzese della Glasgow Caledonian University, impegnata, pensate un po’, ad individuare una associazione specifica tra una canzone e un sintomo, con l’obiettivo di stilare un vero e proprio database musicale per la prescrizione di canzoni “giuste”, terapeutiche (e canzoni da evitare) per una determinata patologia. Nel libro “Quando la musica guarisce”, il ricercatore, compositore e musicoterapeuta Fabien Maman ha raccontato di come il suono influisca sulla struttura fisica e sull’energia delle cellule e come possa distruggere quelle cancerose. Il suono, negli esperimenti condotti dai ricercatori, provocava sempre un cambiamento notevole nelle cellule e nei loro campi magnetici. Tra i risultati interessanti vi è l’ “esplosione” delle cellule cancerose causata dalla progressione del suono nella scala musicale. L’esplosione era dovuta all’espansione del suono che spingeva verso l’esterno la membrana cellulare con un movimento dal centro alla periferia. La musica quindi, come enorme patrimonio dalle infinite potenzialità curative, dall’applicazione in campo medico come ausilio nelle terapie dolorose ma anche come vera e propria medicina a se stante, una medicina sonora fatta di onde e di vibrazioni che possa aiutare a riequilibrare l’umore e l’energia vitale. Utilizzare il suono e la musica per rilassare (ninnananna), rassicurare (filastrocche), dare energia (in guerra o nello sport), aggregare, è una pratica che sembra nascere con l’uomo, praticata istintivamente anche dai bambini. Così scrivono Gille Deleuze e Felix Guattari in “Mille Piani” a proposito dell’uso del ritornello: “Nel buio, colto dalla paura, un bambino si rassicura canticchiando. Cammina, si ferma al ritmo della sua canzone. Sperduto, si mette al sicuro come può e si orienta alla meno peggio con la sua canzoncina. Essa è come l’abbozzo, nel caos, di un centro stabile e calmo, stabilizzante e calmante. Può accadere che il bambino si mette a saltare, mentre canta, che acceleri o rallenti la sua andatura. Ma la canzone stessa è già un salto: salta dal caos, ma rischia di smembrarsi ad ogni istante. C’è sempre una sonorità nel filo d’Arianna. O nel canto di Orfeo.

Redazione NuoveArtiTerapie
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