Arteterapia - La Sensibilità del Riccio

La sensibilità del riccio

di Antonella Frangione 

“La favola” Gian-Porcospino-mio e la musicoterapia

Il seguente lavoro è un contributo alla ricerca musicoterapica sul tema dell’autismo, che si concretizza intrecciando la letteratura popolare a quella scientifica. Nei tanti giorni trascorsi presso la Biblioteca Nazionale Centrale di Roma, in Viale Castro Pretorio, ho sfogliato un testo interessante scritto da Alfred e Françoise Brauner1. Da questa lettura si snoda il mio studio tra il sapere tramandato oralmente di generazione in generazione, in attesa di colui che ne facesse tesoro, ed il sapere dei dotti racchiuso in pagine e pagine di libri.

Gian-Porcospino-mio è una favola molto diversa da quelle generalmente raccontate, perché molto probabilmente si basa su un fatto reale, su una vicenda familiare insolita che il narratore ha raccontato sotto forma di fiaba, dopo aver conosciuto personalmente un bambino autistico ripiegato su sé stesso e rifiutato dalla società. In genere, le fiabe non sono imperniate sulla vita di un bambino minorato: la malattia non trova posto nei racconti popolari in quanto considerata una fatalità, una decisione divina, una punizione impartita da una fata o da un folletto.

Per questo motivo è facile pensare che questa fiaba stia raccontando un fatto vero, una storia vera, di un bambino che a causa dei suoi aculei è impossibilitato ad amare ed a ricevere amore.

Oltre al fascino di intrecciare una storia di vita al percorso scientifico, l’interesse per la favola è nato quando tra le righe del racconto emerge la musica. Gian-Porcospino-mio ha una cornamusa, un regalo del padre, che rappresenta il suo modo di comunicare, l’unico elemento affettivo che gli permette di entrare in contatto con il mondo circostante. La musica come mezzo di relazione in una fiaba datata anno 1813! È sensazionale leggere questo dato e scoprire che le nuove tecniche d’intervento, in realtà, tanto nuove non sono: partire dalla musica di Gian per incontrarsi nello spazio, tessere la relazione di fiducia e volgere fianco a fianco verso una nuova dimensione sociale.

Solitamente le favole prevedono l’intervento di una potenza benefica che conduce alla liberazione del protagonista dall’incantesimo. Questa fiaba, invece, focalizza l’attenzione sulle risorse interiori di Gian, dalle quali partire per favorire il cambiamento.

Negli interventi di Musicoterapia non va ricercato ciò che manca, ma quello che c’è.

Il processo che porterà alla sua metamorfosi è scandito da Gian: sarà lui a uscire dalla sua pelle di porcospino e ad abbandonarla ai piedi del letto. Chi gli sta accanto si pone nei suoi riguardi con un atteggiamento di ascolto empatico, pronto a condividere i suoi presenti o potenziali progetti espressivi (tutto ciò che si osserva sul versante esterno) e autoesplorativi (tutto ciò che si aziona nel suo versante interiore).

La fiaba illustra due diverse modalità di intervento attuate nei confronti di un bambino autistico (simboleggiate da due re), evidenziando il risultato di entrambe.

Gian-Porcospino-mio all’età di otto anni va a vivere nel bosco (che simboleggia il contesto sociale), l’unico mezzo che gli permette di comunicare con i passanti è la musica. I passanti sono due re che hanno smarrito la strada del ritorno a casa. Il primo re ascolta la sua musica, si avvicina e gli chiede di accompagnarlo a casa; il porcospino accetta ma, in cambio, vuole la prima cosa che trova al suo rientro. Il re acconsente, ciononostante sottoscrive un patto falso, approfittando del fatto che il porcospino non sa leggere. La prima cosa che il re incontra, una volta tornato a casa, è sua figlia. La ragazza (simbolo dell’amore, dell’unione, dell’empatia) rifiuta di seguire il porcospino; così il re intervenne con le baionette per allontanarlo, ma Gian-Porcospino-mio riesce a conquistare la ragazza e una volta giunti fuori dal suo regno  “le tolse il suo bel vestito, la punse con la sua corazza di porcospino finché non fu tutta sanguinante e le disse: “Ecco la ricompensa per la tua disonestà, vattene! Non voglio saperne di te!”.

Durante il viaggio nell’autismo c’è chi si ferma immediatamente all’apparenza, all’aspetto fisico e alla menomazione, senza guardare oltre e senza cogliere le risorse dell’autistico (la sua bella musica). In questo primo intervento c’è freddezza, c’è l’intenzione di non entrare nella mappa del mondo dell’altro, di non volere vedere, sentire e ascoltare con occhi e orecchie simili2. In questa oscurità, l’unica azione da intraprendere è la fuga. L’autistico è definito un “tale”, perdendo la sua identità personale.

Altri, invece, si perdono nel bosco dell’autismo “non sapeva più come fare per tornare a casa”. Questa è la situazione vissuta dal secondo re, il quale non si perde d’animo e ad un certo punto si pone in ascolto attivo nei confronti dell’altro diverso, ascoltando la sua bella musica che lo colpisce tanto da “avvicinarsi” di più e sedere “al suo fianco” per “sapere di che cosa si trattava”.

 

In Musicoterapia non importa la definizione di diverso, ciò che interessa è trovare la diversità che distingue ogni essere umano da ogni suo simile3.

Il secondo re ha adottato una comunicazione autentica, utilizzando comprensione, presenza, risonanza, in modo da riconsegnare dignità alla persona che ha dinanzi. Stila con Gian-Porcospino-mio un patto leale: il porcospino “gli avrebbe indicato la strada, ma soltanto se lui gli avesse donato la prima cosa che avrebbe trovato davanti alla sua reggia. Il re acconsentì e firmò a Gian-Porcospino-mio una carta in cui si garantiva che avrebbe avuto ciò che aveva chiesto”. Anche in questo caso, la prima cosa che il re incontra tornato a casa è la figlia.

Di fatto, in qualsiasi relazione interpersonale l’elemento più significativo è la qualità del rapporto stesso, che va oltre la conoscenza culturale, l’orientamento ideologico, la preparazione professionale. Secondo C. Rogers, la qualità dell’incontro interpersonale deve soddisfare alcuni prerequisiti indispensabili per la sua efficacia e riuscita. In primo luogo il terapeuta deve essere autentico, senza maschera o “facciata”, quando riflette apertamente i sentimenti che fluiscono in lui. Questa è la prima condizione della “congruenza”, secondo la quale il terapeuta è disponibile ai propri sentimenti, capace di viverli e di comunicarli se necessario. Questo significa che egli entra in un rapporto personale diretto, incontrando chi gli sta dinanzi da persona a persona. La seconda condizione presente in una relazione a due è la “empatia”: la capacità di una persona di comprendere un’altra in modo molto profondo. Sentire il mondo più intimo dei valori personali di chi ci sta dinanzi come se fosse proprio, senza mai perdere la qualità del come se4, sintonizzarsi con l’emozione dell’altro senza identificarsi. La terza condizione è la “considerazione positiva incondizionata” dell’altro, che può essere sintetizzata in rispetto. Sentimento spontaneo, positivo, senza riserve e senza valutazioni, che implica assenza di giudizio. Il terapeuta ha dinanzi una persona con potenzialità sue proprie.

La pratica musicoterapica inizia quando queste tre condizioni si intrecciano tra loro, diventando la base sicura5 dalla quale partire per esplorare il mondo esterno ed interno (il rapport).

Il primo passo da compiere in una relazione d’aiuto è quello di instaurare il rapport tra cliente e terapeuta, che fornirà la base sicura, base di lancio per esplorare la realtà ed arricchire la sua mappa del mondo impoverita da esperienze limitanti. Il punto di partenza è che ogni persona possiede le risorse necessarie per risolvere i suoi problemi e per utilizzarle ha bisogno solo di un contesto in grado di facilitare questo recupero, aiutandola a rimuovere gli ostacoli che impediscono la naturale realizzazione del suo progetto interno6.

Le fasi per raggiungere il cambiamento sono scandite da un metodo di intervento che si può riassumere in tre concetti: matching, pacing, leading.

Matching significa combaciare, pacing significa andare al passo, leading condurre. Matching e pacing sono la base per costruire il rapport. Il leading rappresenta l’apporto di novità che introduce il terapeuta come ascoltatore empatico, portando nuovi punti di vista che possono facilitare il cambiamento e avviare il processo di differenziazione “io sono io, tu sei tu”.

Il Dialogo Sonoro traduce in una modalità sonoro-musicale il mondo dell’altro. Il terapeuta deve prestare continuamente attenzione ai feed-back del cliente, che lo informano fino a che punto mantenere e intensificare il matching e il pacing e fino a che punto stimolare nel leading.

Ritornando alla favola, Gian-Porcospino-mio viveva sull’albero isolato dal resto del mondo, suonando la sua cornamusa. La musica rappresenta il suo attuale progetto espressivo. La musica permette l’incontro con il secondo re, il porcospino scese dall’albero per stilare un patto col vecchio re (matching). Il re mantiene la sua promessa, permettendo al ragazzo di arricchire la sua mappa del mondo, eliminando durante il suo cammino di autorealizzazione eventuali ostacoli “… aveva ordinato ai suoi sudditi che, se fosse arrivato qualcuno che dall’aspetto poteva essere Gian-Porcospino-mio, dovevano presentare le armi gridando “Evviva!” e condurlo alla reggia …” (pacing). La reggia è il simbolo del contenitore affettivo, nel quale la diversità come originalità va valorizzata. La diversità va aiutata a trovare nuovi punti di incontro, ove essere percepita meno diversa. Questa è la proposta dello sfondo che permette di ridurre l’estraneità paurosa della figura7 “… e lei si mise al suo fianco e mangiarono e bevvero …”8. Il processo musicoterapico si è realizzato sul piano dell’incontro: la situazione iniziale delle persone una di fronte all’altra si trasforma in quella di una vicina all’altra, una con l’altra9 (leading).

Al termine della favola, Gian-Porcospino-mio (identificato fin dall’inizio col suo deficit – porcospino, operando una riduzione della complessità della persona),  riesce a liberarsi da questa etichetta diventando semplicemente Gian, una persona con la sua originale storia di adattamenti.

 

“Sull’albero insieme a Gian …” caso empirico

 resoconto degli incontri del laboratorio di Musicoterapia

Da musicoterapista cerco di vestire i panni del “secondo re”, per dare a Gian10 quel contesto di opportunità che parta dalla sua musica, come mezzo di comunicazione, per esprimere le sue emozioni, la sua unicità, per parlare della sua storia. Da qui inizia l’intervento musicoterapico per cogliere la sua essenza e guidarlo nel percorso di autorealizzazione.

Gian è un bimbo di sette anni. Ha partecipato a ventitré incontri di musicoterapia. Le sedute, di tipo individuale, hanno permesso un contatto diretto, intimo con il bambino.

Gli incontri11 sono stati progettati tenendo presente l’esigenza di creare uno sfondo integratore, in cui il bambino potesse riconoscere la sequenza delle attività, creando una “ritualità interna” (G. Orff).

In effetti, gli incontri hanno seguito le seguenti fasi:

  • Si entra nella stanza cantando una breve e semplice canzone per creare il clima ambientale.
  • Introduzione degli elementi di novità.
  • Sviluppo della situazione, spazio destinato ai contributi di Gian, favorendo la sua espressione corporea-sonora spontanea.
  • L’attività evolve valorizzando le proposte emerse

 

Durante il primo incontro, Gian non cerca e neanche rifiuta il contatto fisico, vissuto con indifferenza. Il contatto visivo è completamente nullo. Sembra che non abbia capacità percettiva, ma in realtà percepisce e prende nota, sensibilmente e dettagliatamente, tanto che chiude il contatto proprio per non reagire, comportandosi come chi non vede e non sente. Infatti, questo atteggiamento e chiusura a “riccio”, lentamente, ha subito un cambiamento.

Dal secondo incontro in poi, la musica è diventata un compagno ideale per esprimere emozioni, sensazioni e ha delineato un percorso tutto in evoluzione.

L’inizio e la fine della seduta sono definite da una canzone di benvenuto iniziale ed una finale di saluto, in modo che Gian riesca a identificare ciò che sta accadendo, dandogli una certa sicurezza e riducendo l’ansia e la tensione generate da una situazione nuova. Il testo delle canzoni è semplice ed include i nostri nomi. La melodia utilizzata è “Fra’ Martino Campanaro”, un brano molto conosciuto in ambito sia scolastico e sia familiare.

Si utilizza la ripetizione nel momento in cui Gian sorride intensamente dalla pronuncia cantata del suo nome (dalla seduta n°5). Il sorriso, correlato a situazioni gradevoli, migliora il contatto visivo e la vicinanza con la musicoterapista.

Durante le prime dieci sedute, Gian ha la tendenza ad isolarsi: il luogo preferito è la grande finestra posta sulla destra (rispetto all’ingresso); poggia le sue mani su di essa, con le labbra e con la lingua esplora il vetro; con la mano espande la saliva (comportamento stereotipato). Per entrare nel suo mondo, cerco di rispecchiarlo: mi pongo al suo fianco e poggio le mani e la bocca sul vetro, cantando i movimenti compiuti da entrambi. Gian avverte la sintonia: si stacca dal vetro ed inizia a correre per la stanza con evidenti stereotipie motorie (movimento a farfalla delle mani – flapping; dondolamenti del tronco – rocking; passo in punta di piedi). Sembra non voler condividere e la sua corsa lontano da me potrebbe rappresentare una piccola reazione all’autismo. Corre per la stanza, corre nel suo mondo. Cerco di sintonizzarmi con Gian, riproponendo in una cornice sonoro-musicale i suoi movimenti corporei (trasferimento transmodale), in cerca della sostanza del comportamento. Ad un certo punto, Gian utilizza una nuova modalità di comunicazione non-verbale: la sedia. Si siede su di essa e si lascia trasportare come se fosse un passeggino. Durante il trascinamento, amplifico il suono prodotto dalla sedia (trrrrr) ed al termine del gioco, Gian si alza e camminando per la stanza riproduce lo stesso suono. Questo gioco non è stato più utilizzato, ma ha dato l’input per nuovi giochi condivisi.

Oltre al vetro, Gian è attratto da un carrello della spesa, presente nella stanza, che esplora con l’utilizzo del tatto e del gusto. Il carrello, inizialmente era il tappeto magico di Aladino (l’insegnante di sostegno spesso gli fa ascoltare questa favola registrata), poi è diventato un semplice passeggino. Sul carrello, Gian si distende e si lascia guidare, questo moto ha permesso di trovare la canzone del contatto, la “Ninna Nanna” tradizionale. Gian sorride a squarciagola quando ascolta la pronuncia del suo nome e verso gli ultimi incontri, per qualche secondo, sussurra la melodia. La Ninna Nanna ha dato l’opportunità di lavorare molto a livello corporeo, soprattutto nel momento in cui è stato inserito il plaid nel setting. Il setting è modificato per delimitare gli spazi della palestra: le reti della pallamano delimitano l’area strumentale; il plaid l’area della distensione. Il plaid è utilizzato come momento di vicinanza, mi permette di stare al fianco di Gian, di cantare i suoi movimenti, mentre il piccolo si avvicina ed esplora con le dita la mia bocca (denti, gengive, lingua). Inoltre, permette di creare nuovi giochi e inventare nuove storie improvvisate sul momento, partendo dagli stimoli di Gian. Il plaid, grazie alla canzone del contatto, diventa una culla, momento distensivo prima del ritorno in aula.

Gian, ora cerca il contatto fisico. Spontaneamente viene in braccio per lasciarsi cullare, giocare e durante i suoi intensi sorrisi esprime la sua emozione attraverso i morsi.

Per proteggermi dai morsi e lasciare fuori dal setting qualsiasi forma di dolore, che provoca distacco e non avvicinamento danneggiando la potenziale relazione, sono stati utilizzati i giocattoli, sia sonori e sia i giocattoli/ghiaccioli. Nella foto alcuni giocattoli da indossare:

I giocattoli hanno permesso la prima produzione strumentale. Gian sceglie il ghiro, che mordendo emette un suono, io scelgo il coniglietto e, gironzolando per la stanza, improvvisiamo un dialogo sonoro (ritmo binario).

Inoltre, hanno consentito la liberazione della tensione. Cito la seduta n°12 del 29/02/08. Gian porta la mano giocattolo, legata al mio braccio, in bocca; la morde con tutta la sua forza, lasciando fuoriuscire il liquido interno che gli bagna i capelli (giocattolo/ghiacciolo utilizzato per alleviare le gengive). Sembra che voglia distruggerla. Ad un certo punto, la cede a me. Osserva attentamente la mano che mi consegna, io la stringo forte amplificando l’energia utilizzata in precedenza da Gian. Poi, riprende l’oggetto e continua a morderlo più delicatamente, lasciandosi accarezzare i capelli tempestati dagli spruzzi di acqua.

Gian adora i capelli, anzi i peli in genere (come la barba del Preside). Questo input porta a camuffare lo strumentario con fili di lana e tessuto peluche, per simulare i capelli e dare a Gian una nuova modalità di espressione non-verbale.

Gli strumenti attirano la sua attenzione verso la fine dei nostri incontri (18° incontro). Il bambino, attratto dalla maraca con i capelli, si avvicina al tamburo. In posizione fetale esplora lo strumento con la bocca, utilizzando la lingua ed i denti, qualche volta lo percuote con la mano o lo batte sul pavimento.

Verso gli ultimi incontri del laboratorio, Gian migliora il contatto visivo nei confronti delle persone che si relazionano a lui. Il suo sguardo non è più vuoto, spesso incuriosito e fa di lui un attento osservatore: attento a tutte le novità che emergono nel setting.

L’altezza della voce oscilla da bassa, media, alta. Il volume è udibile. Gian, attraverso l’espressione spontanea del corpo e della voce, ha trovato uno spazio per esprimersi ed essere finalmente sé stesso.

L’ultimo incontro, momento del commiato, è caratterizzato da un evento sorprendente. Gian è seduto sul pavimento, ha tra le sue mani una palla. Sembra non prestare attenzione al mio saluto e neanche alza lo sguardo. Ad un certo punto, piano piano, scivolando col sedere sul pavimento, si avvicina e si siede sulle mie gambe incrociate, lasciandosi accarezzare, abbracciare.

 

Conclusioni

Concludo con una poesia tratta dall’intervento di Maria Teresa Vendramini12 all’VIII Convegno Internazionale di Musicoterapia, anno 2001. Un intervento-proposta su come la musica contribuisce nel determinare quel processo di insight che permette il cambiamento.

Inutile dirlo, la poesia ha richiamato la mia attenzione già dalla semplice lettura del titolo “Nessuno abbraccia un porcospino”.

Leggendo i versi, sembra ripercorrere alcuni momenti della favola e del laboratorio musicoterapico.

Con la favola inizia il mio viaggio in compagnia di Gian, che mi porta ad ascoltare la sua musica, a sentire i brividi quando tolse il bel vestito della fanciulla “e la punse con la sua corazza di porcospino finché non fu tutta sanguinante”, a gioire quando l’altra fanciulla “si mise al suo fianco e mangiarono e bevvero”. Emozioni racchiuse nel racconto, emozioni che mi hanno accompagnato durante il percorso musicoterapico con Gian, cercando di rispecchiare ogni suo piccolo movimento, per entrare “nel suo mondo enigmatico”, per contattare la sua sensibilità ed accompagnarlo in questo processo di autorealizzazione, partendo dai dolenti morsi per giungere, gradualmente, al contatto fisico e visivo che ci ha trovati uno di fianco all’altro.

“Nessuno vuole sanguinare!” è una frase che mi giunge come lancia e mi rimanda ai primi incontri con Gian: esplorare il suo mondo emotivo mette in bilico tutte le mie certezze e mi lascia nuda dinanzi ad un universo nuovo. O stai dentro, o stai fuori, non ci sono vie traverse, e se stai dentro osserva: le insegne sul percorso le traccia Gian (“la strada che porta a casa” che porta al raggiungimento degli obiettivi previsti da un intervento musicoterapico).

Affinché un percorso diventi relazione di aiuto, bisogna liberarsi dai pregiudizi, essere autentici, partire dalle risorse in campo con attenzione ai particolari: “e la mia schiena è solo una facciata”.

Gian, bambino/riccio all’inizio ripiegato su sé stesso intento ad esplorare con la lingua il carrello della spesa, durante il percorso di musicoterapia mostra tante facciate! Adora il contatto fisico, le dita tra i capelli, la mano sulla schiena, la canzone del contatto, il suo nome, il nome dell’altro, esplora l’ambiente, si lascia cullare e tenere stretto.

Emozioni che la poesia trasforma in versi, mostrando “la sensibilità del riccio”.

 

Nessuno abbraccia un porcospino

 

Nessuno abbraccia un porcospino./Mi sento così solo la notte.

Nessuno abbraccia un porcospino./Nessuno mi stringe stretto.

Ho successo nelle conversazioni./È il contatto che mi manca.

Non ci sono dita che scorrono nei miei capelli./Non ci sono pacche sulla schiena.

Nessuno vuole stringermi./Nessuno provvede ai miei bisogni.

Tutti vogliono essere amici./Nessuno Vuole Sanguinare!

Nessuno abbraccia un porcospino./È una piccola triste canzone.

Nessuno abbraccia un porcospino./Almeno non per molto.

Non mi è mai importato prima./Ma tu mi piaci veramente.

Il mio vero nome è Reginald./Ma mi puoi chiamare “Spike” (aculeo).

Sono una piccola persona spinosa./Vorrei poter essere senza spini.

Sono un tenero nel profondo./E la mia schiena è solo una facciata.

Nessuno abbraccia un porcospino./Non vengo mai tenuto stretto.

Nessuno abbraccia un porcospino:/Lo faresti tu? … Per favore!

 

Il lavoro è un estratto della tesi di diploma in Musicoterapia, elaborata da Antonella Frangione: relatore dr.ssa Silvia Ragni, supervisore del trattamento musicoterapico dr.ssa Giuliana Nataloni. La tesi è stata discussa presso la Scuola FO.RI.FO. (Formazione Ritorno in Formazione) di Roma, in data 23 maggio 2010.

 

ANTONELLA FRANGIONE sociologa, musicoterapista, counselor metacorporeo. Segretario dell’Associazione “Pianeta Giovani” di Isernia (IS), per la quale progetta e realizza laboratori di intervento musicoterapico, per l’integrazione e per migliorare la qualità della vita.

NOTE

1 Alfred e Françoise Brauner “Storia degli autismi. Dalle fiabe popolari alla letteratura scientifica” Ed. Erickson 2002, pag. 41.

2 Mauro Scardovelli “Musica e trasformazione” Ed. Borla Roma 2007, pag.79.

3 Giulia Cremaschi Trovesi “Musicoterapia. Arte della comunicazione” Edizioni Scientifiche Ma.Gi. Roma 2007, pag. 18.

4 Carl R. Rogers “La terapia centrata sul cliente” Ed. Psycho di G. Martinelli Firenze 1994, pag. 92.

5 Questo concetto è stato coniato dallo psicoanalista Bowlby, il quale ha dimostrato che il bisogno di attaccamento è un bisogno primario. Una buona relazione di attaccamento madre-bambino permette al bambino di esplorare con fiducia il mondo circostante, sapendo di poter contare sulla base di appoggio materna calda, accogliente, rassicurante. J. Bowlby “Una base sicura” Ed. Raffaello Cortina Milano 1989

6 Mauro Scardovelli “Il dialogo sonoro” Ed. Cappelli Bologna 1992, pag. 68

7 Alfred e Françoise Brauner, op. cit. pag. 14

8 Il pronome si riferisce alla “figlia” del re che accettò di sposare il porcospino. “Quando la figlia del re lo vide si spaventò perché aveva un aspetto veramente troppo strano, ma pensò alla promessa che aveva fatto a suo padre. Così diede il benvenuto a Gian-Porcospino-mio e si sposò con lui; egli dovette sedersi alla tavola reale con gli altri e lei si mise al suo fianco e mangiarono e bevvero”.

9 Gertrud Orff “Musicoterapia Orff” Ed. Cittadella Assisi 2005, pag. 168.

10 Il bambino protagonista del laboratorio di musicoterapia si chiama L. In questo lavoro lo chiamerò Gian. L. frequenta il primo anno della Scuola Elementare “F. Jovine” di un comune nella provincia di Isernia.

11 Le sedute di Musicoterapia si svolgono in palestra, stanza ampia e luminosa., in cui l’insegnante di sostegno lavora con Gian. Il laboratorio è attivato per 28 incontri (inizio in data 9 novembre 2007 e termine in data 30 maggio 2008). Gli incontri sono fissati una volta a settimana (il venerdì), ogni incontro dura 50 min

12 Maria Teresa Vendramini “Colori e suoni attraverso la percezione del corpo: i racconti dell’immaginario; i racconti del corpo” Università degli Studi di Verona, Museterapia per l’handicap. Oltre la diversità, le abilità, Atti dell’VIII Convegno Internazionale di Musicoterapia (a cura di) Franco Larocca, Libreria Editrice Universitaria Verona 2001.

 

BIBLIOGRAFIA

Alfred e Françoise BraunerStoria degli autismi. Dalle fiabe popolari alla letteratura scientifica” Ed. Erickson, 2002

Boxill E. H., La musicoterapia per bambini disabili, Ed. Omega, 1991

Rogers C. R., “La terapia centrata sul cliente”, Ed. Psycho di G. Martinelli, Firenze, 1994

Orff G., “Musicoterapia Orff”, Ed. Cittadella, Assisi, 2005

Cremaschi Trovesi G.,“Musicoterapia. Arte della comunicazione”, Edizioni Scientifiche Ma.Gi., Roma, 2007

Bowlby J.,“Una base sicura”, Ed. Raffaello Cortina, Milano, 1989

Vendramini M.T., “Colori e suoni attraverso la percezione del corpo: i racconti dell’immaginario; i racconti del corpo”, Università degli Studi di Verona, Museterapia per l’handicap. Oltre la diversità, le abilità, Atti dell’VIII Convegno Internazionale di Musicoterapia (a cura di) Franco Larocca, Libreria Editrice Universitaria, Verona, 2001

Scardovelli M.,“Il dialogo sonoro”, Ed. Cappelli, Bologna, 1992

Scardovelli M.,“Musica e trasformazione”, Ed. Borla, Roma, 2007

La sensibilità del riccio ultima modifica: 2017-06-07T16:14:58+00:00 da Redazione NuoveArtiTerapie
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