Musica come mediatore della relazione: musicoterapia per la salute

a0257-000045di Silvia Ragni

 

‘La dove finisce la parola, lì inizia la musica’

H.Heine

 

 

“La malattia va considerata come un errore che getta l’uomo in balia di uno spirito la cui voce rotta si nutre succhiando la sostanza sonora  del corpo umano; essa si dà alla fuga quando sente cantare il proprio nome o la propria voce. Scopo dell’intervento terapeutico è quindi ripristinare la musica originaria…” (Romano 1999).

Ho scelto queste parole di Augusto Romano, precedute dalla citazione di un poeta, per presentare questo contributo dedicato alla musica nell’arteterapia perché in poche frasi si racchiudono, a mio avviso, tanti concetti significativi nell’intervento musicoterapeutico all’interno della relazione d’aiuto.

Ed entrando nella realtà terapeutica cercherò di disegnare un sentiero narrativo che unisca pratica e teoria, competenza e vissuti.

Nella mia esperienza di psicologa e musicoterapueta mi confronto tutti i giorni con una patologia che priva progressivamente le persone dell’uso del linguaggio, sbiadendo giorno dopo giorno la memoria e trasformando in un puzzle impazzito l’identità e la biografia di una persona. Mi riferisco alla demenza di Alzheimer, una patologia degenerativa che non ha ancora una terapia farmacologica in grado di arrestarne il corso.

Tra le cosiddette ‘terapie non farmacologiche’, la musicoterapia è una delle più efficaci per stimolare le funzioni cognitive e sostenere il tono dell’umore, il senso di identità e contrastare i disturbi del comportamento. Che vuol dire tutto questo? Che l’ascolto di una musica, un canto insieme, suonare strumenti musicali in gruppo, – anche laddove la malattia ha creato l’ ‘errore’, per dirla con Romano-, permette la manifestazione e l’esperienza della vita vissuta e la percezione della propria identità, di un’emozione condivisa, di un senso di sé che lascia di nuovo una traccia. E le parole di Heine non rimangono una citazione vuota ma si trasformano in esperienza. Il demente non riesce più a dire, a comprendere il contenuto di un messaggio, ma esprime e comunica se stesso attraverso il codice non verbale, che rimane preservato anche in fasi avanzatissime della malattia. Lo sguardo spento, la postura ripiegata si trasformano sotto l’influenza della musica e la memoria emozionale riaffiora, portando con sé pezzi di vita, che ridanno senso al puzzle. La memoria delle emozioni non si cancella, anzi, si rafforza. Permettere a queste persone momenti di vita positiva, di percezione di salute inteso come piacere di esistere e diritto al benessere, anche in presenza di malattia, è un grande dono che l’arteterapia può fare, rispetto ad altri tipi di intervento.

La musica, come altre forme artistiche, se utilizzate in un setting adeguato, può contribuire ad un sentire vitalizzante, a quel piacere vitale che può far venire la voglia di continuare a vivere e a dare un senso a ciò che si è e si fa, anche in presenza di forti disagi fisici ed esistenziali. Se la natura segna una persona, ci pensa poi la società ,e in particolare quella medica, a ricordarle in ogni momento che è malata e che perciò, come tale, deve soffrire. Il nostro lavoro, anche come messaggio controculturale, può fortemente incidere sulla qualità di vita percepita dei pazienti, aiutandoli a ricercare e ritrovare il bisogno di stare bene, convivendo con la loro condizione psicofisica.

Questo articolo non è dedicato alla demenza, quanto alla musica, perciò lascerò questo ambito clinico specifico, ma partire e confrontarsi con le patologie estreme permette di conoscere meglio il ‘sano’ e dà tanti strumenti in più per lavorare a chi si confronta con la relazione d’aiuto.

 

PERCHE’ LA MUSICA

L’effetto della musica sull’uomo è noto sin dall’antichità. La musicoterapia è una disciplina relativamente recente, che sta sempre più comprovando, attraverso studi scientifici, come l’utilizzo del suono all’interno di una relazione terapeutica possa apportare al paziente benefici sul piano fisico, psicologico, sociale e spirituale. (Scardovelli 2000) .

Tanto da un punto di vista filogenetico che ontogenetico, l’essere umano è immerso continuamente in un ambiente sonoro,(Tomatis 1998) che diventa un elemento organizzatore ed integratore dell’esperienza vitale e dei processi protocomunicativi che determinano lo sviluppo dell’individuo accompagnando tutto il corso della sua vita e dotandola di senso.

La musica, in quanto veicolo di comunicazione analogica (Benenzon 1997) permette un livello di scambio ed informazione su “come” quel messaggio venga vissuto dal paziente e sul senso che questo ha per lui, al di là dell’uso della parola, secondo il principio “non si può non comunicare” (Watzlawick 1971). La musica diventa così un mediatore della relazione anche per i pazienti che hanno l’opportunità di utilizzare questo linguaggio non verbale, che ipotizziamo rimanga preservato e attivo in tante malattie. (Ragni 2006).

In una prospettiva esistenziale, in un percorso psicoterapeutico, al di là di patologie specifiche, la musica, come linguaggio non verbale, diventa un mediatore della relazione del paziente con se stesso e con il terapeuta. Trattandosi di un intervento basato sul non verbale, la musicoterapia ha un effetto profondo, bypassa le funzioni cognitive e facilita le persone ad entrare in contatto con emozioni, sensazioni, di cui non ha consapevolezza abitualmente.

Una metafora che descrive questo approccio di musicoterapia è “abitare la distanza” (Rovatti 1994): lo spazio relazionale-terapeutico diventa uno spazio da abitare, una distanza da colmare tra parti interne della persona (spazio intrapsichico in cui polarità silenti o alienate dalla percezione abbandonano lo sfondo ed emergono progressivamente in figura e alla consapevolezza) e nella relazione con l’altro, in questo caso il musicoterapeuta.

Il mezzo con cui stabilire o ristabilire il contatto è la relazione sonoro-musicale attraverso tutte le modalità esplorabili: ascolto di musica registrata, ascolto abbinato a movimento e percezione psicocorporea, improvvisazione musicale con gli strumenti, uso della voce, canto accompagnato.

 

LE ORIGINI

 In principio era il Verbo, il Verbo era con Dio, e il Verbo era Dio, dal Vangelo di San Giovanni

Ripercorrendo la storia dell’uomo ritroviamo, sin dai primordi, il suo rapporto con il suono, la musica: qualcosa di magico, sacro, misterioso,legato alla divinità, al sovrannaturale, al Mistero.

La musica possedeva per l’essere umano potere onnipotente, magico e suggestivo, e che permane in ciascuno di noi come residuo del nostro essere primitivo: voce, suono e musica: mezzi per unirsi al Cosmo.

Musica con potere creativo, musica con potere curativo

“E così, ogni qualvolta il cattivo spirito venuto da Dio investiva Saul, Davide prendeva la cetra e si metteva a suonare; Saul si calmava a e stava meglio, poiché lo spirito maligno si ritirava da lui e lo lasciava in pace”     dalla Bibbia, Samuele 16,23

La musica viene utilizzata non solo nelle risorse della voce, ma anche attraverso gli strumenti musicali costruiti man mano dall’uomo, per esprimere attraverso le diverse sonorità emozioni intense e comunicazioni pregnanti e viene utilizzata per il trattamento di disturbi sia fisici che psichici.

Musica e medicina, simboleggiate da Apollo, si integrano sempre di più nel tempo.

Orfeo di Tracia (135 a.C,), utilizzava la musica per riportare armonia fra l’uomo e il cosmo, fra le cose viventi e la materia organica.

Nell’antica Grecia e nell’antica Roma, casi psichiatrici di vario genere venivano trattati con il canto. Anche la medicina araba, che per prima introdusse negli ospedali psichiatrici la musica, la utilizzava dal VIII secolo per i disturbi mentali. (Carrozzino 2000).

Sin dal Rinascimento veniva consigliata nel trattamento della melancolia : il pittore fiammingo Hugo van del Goes (1440- 1482), venne curato con la musica, secondo le decisione del Priore del suo convento. La stessa terapia seguì Filippo V di Spagna, in questo caso con il canto del castrato Farinelli. (Volterra 1994).

La musica ‘guaritrice’ sopravvive in molte culture, come testimonia il fenomeno del tarantismo, studiato da Ernesto De Martino (1961) e da Diego Carpitella ( 1982): fenomeno tipico dell’Italia meridionale e in particolare dell’area salentina, che vede protagonisti il suono e la danza come unici rimedi per la guarigione dal morso velenoso di un ragno chiamato ‘tarantola’.

La musica è uno dei pochissimi mezzi in grado di sollecitare tutte le sfere dell’esperienza umana: da quella corporea, basti pensare al ballo, a quella emozionale, relazionale, fino alla sfera cognitiva (pensiamo alla dimensione culturale che ha sviluppato la musica nei secoli e nelle varie culture) fino al livello transpersonale, dove il pensiero razionale  lascia il posto alla dimensione trascendente.

La musicoterapia è l’utilizzo della musica e del suono – sotto tutte le loro forme – all’interno di una relazione a fini terapeutici, riabilitativi, preventivi. In un’accezione fenomenologico esistenziale è, prima di tutto, uno strumento di comunicazione non verbale che permette un confronto tra paziente e terapeuta, e tra il paziente e parti di sè.

 

ARTE, SCIENZA E RELAZIONE

Queste tre parole sono la ‘struttura armonica’, detta in senso musicale, su cui si fonda l’intervento musico-arteterapeutico. Come tre vertici di un triangolo abbiamo da un lato un linguaggio artistico, nel nostro caso la musica, (dove per linguaggio non intendiamo in senso stretto quello codificato del sistema armonico tonale, ma l’infinita combinazione di suoni producibili), dall’altro gli studi di neuroscienze, che progressivamente confermano l’efficacia delle musicoterapia. Mondi lontani che possiamo unire se li fondiamo attraverso la relazione umana, che permette la trasmissione delle emozioni, la complessità delle sfumature percettive e sensoriali che la musica produce mettendo in risonanza il sentire del paziente e quello del terapeuta.

 

MUSICOTERAPIA GESTALTICA AD INDIRIZZO FENOMENOLOGICO

La musicoterapia, se la vogliamo intendere dunque come processo terapeutico, passa attraverso la relazione del paziente con il terapeuta, tramite l’incontro e la trasformazione reciproca.

Il linguaggio, il mezzo che utilizziamo non sono le parole ma i suoni e la loro combinazione, che acquistano un senso per ciascuna delle due parti, e diventano dialogo.

Un dialogo possibile se vissuto attraverso un ascolto profondo, con assenza di giudizio. (la epoche, secondo cui è più importante descrivere che spiegare ciò che accade e per fare ciò è fondamentale ‘essere consapevoli’, Mazzei 2003).

Due sono le direzioni dell’ascolto: l’ascolto dell’altro e l’ascolto di sè,

che diventa strumento di conoscenza.

Il senso che a me terapeuta produce quel suono, quella melodia fatta dal mio paziente, mi porta a una fantasia a cui rispondo con un altro suono, un altro timbro e così via in una co-costruzione in cui il senso diventa condiviso. Le esplorazioni possono portarci in territori nuovi, lontani o molto vicini, ma inesplorati.

Sono molto potenti gli effetti della comunicazione non verbale, perché non ‘rivestiti’ dalle parole che con il loro contenuto univoco bloccano i fenomeni.

A queste fasi di dialoghi sonori, in cui le emozioni possono essere molto forti e strutturare nuove relazioni interne, seguono momenti di condivisione verbale, se necessario, per favorire la consapevolezza e l’integrazione dell’esperienza.

Non è la musica in sé ad essere trasformativa per la persona, ma la musica attraverso la relazione con l’altro che è lì con lui , per lui, in un ascolto empatico, che non deve cadere in confluenza, ma riuscire a raggiungere una consapevolezza delle proprie emozioni, pensieri, azioni, perché diventino strumento di conoscenza. È la relazione stessa a risuonare con la musica.

Condividendo la comunicazione non verbale, la musica e le emozioni utilizzano una ‘matrice’ comune che permette un processo di contatto e di trasformazione dei vissuti. Questo può promuovere l’evoluzione da una situazione di fissità, legata alla patologia, verso la flessibilizzazione, e l’adattamento creativo rispetto alla mutevolezza della vita, che è un flusso in continuo divenire.

In musica, con 7 suoni, attraverso infinite combinazioni, si possono creare altrettante nuove configurazioni. Sembra essere un po’ questa la magia del processo arte terapeutico: dagli elementi base, prima di tutto le persone e il loro sentire e la condivisione di un ‘linguaggio’, creare nuove configurazioni, nuove Gestalt per seguire il flusso della propria esistenza in cambiamento.

 

PERCHE’ LA MEDIAZIONE ARTISTICA

La musica e il processo arte terapeutico hanno in comune il processo creativo, in cui si mette in gioco la comunicazione non verbale e il linguaggio artistico. In questo setting prevale la dimensione analogica, atemporale, a-logica, (Benenzon 1997), in cui ci si astiene dal giudizio e all’interno del quale non è richiesta una prestazione di qualità estetica, né competenza tecnica.

Il processo creativo non deve realizzare un prodotto estetico, ma ha valore terapeutico in quanto mette in gioco nuove risorse del paziente, sollecitate dalla sua creatività. Il nuovo mettersi in gioco attraverso un mediatore diverso, con risultati inattesi, è il processo di cura che diventa l’atto creativo, la nuova forma d’arte che la persona mette in atto per la propria salute.

L’esperienza sonoro-musicale creativa co-costruita con il musicoterapeuta, è ‘la nuova partitura’ che il paziente riscrive della sua vita attraverso la mediazione artistica, in una dimensione dove l’’esperienza ricreativa’ assume in pieno il senso non solo di allontanare da una fissità, ma anche di riorganizzare emotivamente in modo diverso e quindi di nuovo mobile e creativo la propria esperienza.

 

ADELE

Adele ha 50 anni, un grave lutto familiare alle spalle, che ha cronicizzato una depressione ‘esistenziale’, acuito i conflitti interiori e con il mondo esterno, ristretto, di una donna che si definisce ‘inutile’.

Adele ha provato senza successo diverse psicoterapie verbali e trattamenti farmacologici, ma una ‘sfera di vuoto’, come la definisce lei, non le permetteva mai di oltrepassare la sua apatia, il suo ‘non sentire’.

L’intervento a mediazione artistica con la musica ha agganciato Adele su un piacere infantile antico: il canto delle donne del suo paese, un richiamo antico, ancestrale, che l’ha ancorata ad un’identità più ampia, permettendole di allargare per un attimo il suo mondo ristretto. Il vuoto assente, che la circonda ‘come un igloo’, ha cominciato ad avere un suono ed un canale di espressione. Piano piano Adele riempie di nuovi suoni il suo Igloo, abitandolo, insieme ad una persona che lo esplora con lei. La delicatezza dello xilofono, senza usare parole imprigionanti ed ingannevoli, permette di contattare la dolcezza; il tamburo, sempre da un parte nel setting, permette di tirar fuori la rabbia, senza nominarla, con i suoi colpi ora secchi ora vibranti. Emerge in figura, anche solo per un attimo, quello che Adele custodisce sullo sfondo. Un processo appena iniziato. Non è detto che produca guarigione, ma il prendersi una cura di sé, finora sconosciuto ma che appartiene ad un nuovo sentire, permette un altro contatto ad un’ Adele che inizia a percepirsi a crearsi e a ricrearsi, ripristinando la ‘musica originaria’.  

Silvia Ragni, psicoterapeuta, musicoterapeuta, violinista, Roma.

 

Bibliografia

Benenzon R.,: La nuova  musicoterapia, Phoenix editrice, 1997

Carpitella D., L’ etnomusicologia in Italia, Flaccovio, Palermo, 1982

Carrozzino R.L.  Manuale di musicoterapia immaginativa, Ed Universitarie

De Martino E., La terra del rimorso, il Saggiatore, 1961

Mazzei S., L’approccio fenomenologico – esistenziale della terapia della Gestalt nella pratica dell’indifferenza creativa in “Fenomenologia e Gestalt, Forme dell’intenzione, atti del congresso”- da Formazione in psicoterapia, counselling, fenomenologia,n. 1/2003

Ragni S.,  Musica come mediatore della relazione: un modello di musicoterapia per l’Alzheimer,

Convegno Internazionale “Musica tra Neuroscienze, Arte e Terapia”,Centro

Musicoterapia Benenzon Italia , Alba, 2006

Romano A., Musica e psiche, Torino, Bollati e Boringhieri, 1999

Rovatti P.A ., Abitare la distanza, Feltrinelli 1994

Scardovelli M., Musica e trasformazione, Borla, Roma 2000

Tomatis A. Ascoltare l’universo, Baldini e Castaldi 1998

Volterra V., ( a cura di), Melancolia e musica, Il Cardo 1994

Watzlawick P. et. Al., Pragmatica della comunicazione umana, Astrolabio, 1971

Silvia Ragni
Silvia Ragni
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Psicologa Psicoterapeuta, iscritta all’Albo Professionale degli Psicologi del Lazio. Abilitata all’esercizio dell’attività di psicoterapeuta. Si diploma in violino al conservatorio di Perugia e inizia la carriera di musicista.