Teatro rivelatore del sè

Performance e immagine di sé nei gruppi di drammaterapia 
Chiara Valmori Bussi
Articolo pubblicato sulla rivista Artiterapie, 2-4, 2003

Nel lavoro della drammaterapia, a differenza dello psicodramma, sono presenti due processi di fondamentale importanza: le prove e lo spettacolo. Durante queste due fasi di lavoro il conduttore rivolge la sua attenzione alle dinamiche di gruppo attivate da questi specifici processi e sul loro effetto sull’immagine di sé dei pazienti. Emunah e Johnson (1983), entrambi con una lunga e vasta esperienza di drammaterapeuti in ospedali e centri di trattamento psichiatrico, si sono chiesti come i pazienti psichiatrici (1) possano reagire e superare la sfida, implicita in una situazione teatrale, di una presentazione pubblica di sé.
Tendenzialmente in questi soggetti l’immagine negativa di se stessi e l’identità fallimentare rende ogni presentazione di sé ed ogni interazione interpersonale un evento potenzialmente dannoso. Nella fase iniziale del laboratorio sono presenti intensi sentimenti di eccitazione ed ansia, provocati dall’appartenenza ad un gruppo di teatro con il compito finale di una performance, che aumentano con l’avvicinarsi dell’evento performativo. Lo stato di eccitazione è in stretta relazione all’essere ammesso in un gruppo “speciale” il cui principale obiettivo è quello di ottenere approvazione da parte della propria comunità. I membri del “gruppo di teatro” fanno parte di una più ampia comunità, l’Istituzione, e l’identificazione con il gruppo teatrale e con il ruolo di attore li distingue, ed in un certo senso li eleva, rispetto agli altri pazienti psichiatrici. Questa distinzione può creare conflitto nelle persone e nell’Istituzione (Johnson, 1980), ma può anche permettere ai pazienti che appartengono al gruppo di teatro di separare se stessi da una prevalente immagine negativa di sé. In questo modo aumenta  l’identificazione con il ruolo di attore e diminuisce l’identificazione con il ruolo di paziente psichiatrico. Per questi pazienti, socialmente isolati e con pensieri bizzarri, si tratta di un’esperienza estremamente ansiogena a causa delle loro paure di non essere accettati dal gruppo, di non avere niente da offrire e di essere vuoti. Secondo gli autori ciò può essere visto come un tentativo di evitare un profondo senso d’inadeguatezza interiore. Infatti, spesso i pazienti si aspettano di essere ignorati, messi in ridicolo o rifiutati. Generalmente questo stato d’ansia diminuisce dopo le sessioni iniziali del gruppo, altamente strutturate, giocose e senza la pressione di una rappresentazione. Attraverso la sicurezza posta dagli argini del gruppo, i pazienti possono estendere la propria immagine di sé e superare gran parte della loro ansia, nel momento in cui comprendono che gli altri non li percepiscono in modo negativo, come loro stessi si vedono. Le lodi per i piccoli conseguimenti all’interno del gruppo aprono il terreno per l’accettazione del successo e per il cambiamento dell’immagine di sé e del gruppo, con l’accrescimento di approvazione e autostima che ne deriva. Il gruppo di teatro diventa così un “microcosmo”. Tale concetto di “microcosmo sociale è bidirezionale; non solo rende manifesto nel gruppo il comportamento esterno, ma il comportamento appreso nel gruppo viene infine dal paziente trasportato nel suo ambiente sociale e le modificazioni si evidenziano nelle relazioni interpersonali fuori del gruppo. Gradatamente si mette in moto una “spirale adattiva”, prima all’interno poi all’esterno del gruppo. Con la diminuzione delle distorsioni interpersonali, aumenta la capacità del paziente d’instaurare rapporti gratificanti. Diminuisce l’angoscia sociale, aumenta l’autostima e cessa il bisogno di nascondersi; gli altri trovano gradevole questo comportamento e mostrano maggiore approvazione e accettazione nei confronti del paziente, il quale accresce ulteriormente l’autostima e intensifica i cambiamenti” (Yalom, 1974, pp. 52-53). Durante il laboratorio, mentre si procede verso la creazione di un’identità di gruppo, prende forma anche lo spettacolo e attraverso le prove sarà fissato. Lo spettacolo può prendere forma a partire da improvvisazioni. La ricerca attuale nel campo drammaterapeutico attribuisce maggiori potenzialità terapeutiche all’improvvisazione (Emunah e Johnson, 1983; Emunah, 1994; Landy, 1994) rispetto ad un lavoro basato su un copione già scritto (Brookes, 1975; Rose, 1982). LA COSTRUZIONEEmunah (1994) ha parlato di “teatro rivelatore del sé” basato sull’improvvisazione, distinguendolo dal teatro autobiografico in quanto, in aggiunta all’essere basato sulla propria vita reale, vengono trattate problematiche che richiedono l’esposizione ad un alto livello di assunzione di rischio, in quanto si tratta di problematiche attuali e non passate già risolte. Il teatro autobiografico, ad esempio, può includere la narrazione di storie che riguardano situazioni passate che non hanno un taglio strettamente emotivo e non necessariamente intimo; mentre il “teatro rivelatore del sé” ha sempre un taglio strettamente emozionale ed il materiale della rappresentazione finale può essere il risultato e/o il proseguimento di un processo, di una scena improvvisata durante il lavoro di gruppo. Nel “teatro rivelatore del sé”, il nocciolo del problema viene esplorato in profondità attraverso un processo creativo e attivo che si sviluppa gradualmente, lungo un periodo di tempo e generalmente include un lavoro su se stessi che prosegue anche al di fuori del gruppo. Durante questo processo creativo il paziente si viene a trovare di fronte a molte scelte, da come meglio affrontare, articolare e rispondere al problema posto in campo fino, eventualmente, a risolverlo. Nel “teatro rivelatore del sé” sono gli stessi membri del gruppo che trasformano il materiale personale, emerso durante il processo drammaterapeutico, nella creazione teatrale. In questo processo trasformativo la componente estetica risulta essere di primaria importanza e le scene finali che sono, in un certo senso, i prodotti, seconfrontate con le improvvisazioni strutturate tipiche delle sessioni di drammaterapia, sono rappresentate in uno spazio teatrale preciso e stabilito. L’enfasi sull’aspetto estetico intensifica il processo terapeutico: il processo di creazione del pezzo comporta la scoperta e l’estrazione di risorse profonde, procedendo in questo modo a dare forma a sentimenti, comunicare sfumature e complessità, chiarire ed esplicitare problematiche, ottenendo così un senso di padronanza di sé (Emunah, 1994).  LE PROVEDurante le prove i pazienti creano ed in seguito rappresentano con il proprio corpo: “il sé è il materiale della creazione, il sé viene applaudito” (Emunah e Johnson, 1983, p. 236). Nei pazienti si verifica una reazione di orgoglio, esaltazione ed affermazione di un’identità, rafforzato ed intensificato da una condivisione con il gruppo. Gli sforzi dei pazienti diventano il simbolo dello sforzo di ciascuno. La paura personale è trasferita nel linguaggio del teatro. La trasformazione dell’immagine di sé è intensificata attraverso la ripetizione, in quanto categoria dell’apprendimento. La ripetizione si manifesta come un momento particolarmente prezioso in quanto consente di costruire e rinforzare vissuti, atteggiamenti e può essere vista come contenitore della paura di sbagliare e/o di non essere adeguati. Il momento del passaggio alle prove non è automatico e può essere particolarmente difficoltoso, possono subentrare sentimenti di noia dovuti alla ripetizione, e per questo preziosi in quanto permettono di confrontarsi con la metodicità, la norma, la struttura, con la noia del sempre uguale, inoltre si può manifestare una diminuzione dell’interesse, della motivazione e dell’entusiasmo iniziali e tipici della precedente fase di costruzione; è proprio in questo momento che il drammaterapeuta deve favorire il rinnovarsi dell’energia e dell’entusiasmo permettendo di ritrovare nella ripetizione un senso ed un nuovo impulso. LO SPETTACOLO“La graduale costruzione dello spettacolo, che si è sviluppato dall’improvvisazione, e la graduale formazione del gruppo, serve come modello ai pazienti per la creazione di un’identità” (Emunah e Johnson, 1983, p. 235). In questo modo, i pazienti iniziano ad incorporare l’identità del gruppo come propria provando un senso di rassicurazione che deriva dalla loro appartenenza al gruppo stesso ed è tale identificazione con il gruppo, che procede verso una meta precisa, ad offrire protezione. La paura e l’imbarazzo di esporsi di fronte agli altri membri del gruppo è una delle forze che legano gli uni agli altri. In competizione con questa forza è il desiderio di definire e differenziare il sé, in quanto ciascuno desidera personalizzare il proprio ruolo. L’ambiente stesso stimola il bisogno d’individualità e d’indipendenza e provoca la paura di essere intrappolati e sommersi nel gruppo. A questo punto i sentimenti di sicurezza, conforto e gioia che il gruppo produce possono essere rischiosi. I pazienti tentano di definire i propri limiti personali amplificando difficoltà e conflitti esistenti. Questo è il momento in cui all’interno del gruppo aumenta l’ansia riguardo alla rappresentazione. Il compito del drammaterapeuta è quello di rappresentare la realtà del lavoro e supportare le abilità adattive dei pazienti (Emunah e Johnson, 1983). Per i pazienti è di fondamentale importanza, per compensare le numerose esperienze fallimentari, giungere al momento della rappresentazione e superarlo. I pazienti si trovano in un territorio pericoloso e sconosciuto in quanto il successo non è familiare e si contrappone alla loro povera immagine di sé, mentre il fallimento, con le sue implicazioni di successivo rifiuto, è molto più familiare, ma anche devastante. Compito del drammaterapeuta è favorire la consapevolezza di queste paure incoraggiando la condivisione di emozioni ed il reciproco supporto. Ha luogo una battaglia interiore: la volontà di fallire è il risultato di una lunga storia di rifiuti che provocano una compulsione a ripetere. Ciò può portare a tentativi di sabotare la rappresentazione. La rappresentazione è simile ad una crisi pianificata, quel momento di fronte al pubblico è intriso di possibilità. I pazienti psichiatrici sul palcoscenico si presentano in modo nuovo, hanno il potere di far ridere, piangere e riflettere il pubblico, finalmente sono attori e non spettatori, sono attivi e non soggetti passivi; durante la performance ricevono molta attenzione grazie a un fare sano e costruttivo, inoltre, e non a caso, i loro sintomi risultano attenuati e meno invasivi. Una nuova immagine viene confermata dagli applausi che gli attori/pazienti ricevono dal pubblico. “L’applauso non è solo per la performance, ma per gli attori come persone. Per i membri del gruppo può essere minimizzata la potenziale separazione tra l’immagine di sé di attore e quella di paziente. Essi provano simultaneamente l’esperienza di essere persone di successo e accettate come aventi una storia psichiatrica” (Emunah e Johnson, 1983, p. 237). L’applauso per l’attore che giunge al termine della rappresentazione teatrale è un aspetto tipico delle arti performative. Nelle arti non performative, infatti, l’artista non è necessariamente presente nello stesso momento in cui lo spettatore/osservatore testimonia il lavoro artistico, ed è come se si verificasse l’esperienza di un dipinto, di una fotografia, di una poesia indipendentemente dalla persona che l’ha creata. Nell’arte performativa l’artista e l’arte prodotta sono testimoniati contemporaneamente impedendo una qualche potenziale distinzione tra i due. L’intrecciarsi di prodotto e persona è intensificato nell’arte drammatica dal fatto che lo strumento usato nel creare il prodotto è il corpo stesso dell’artista (Emunah, 1994). I pazienti/attori di fronte a molte persone rivelano le loro parti più intime e sono applauditi. Sperimentano la sensazione di espellere parti di sé cattive o malate, o, preferibilmente, di riconnettere ed integrare questi aspetti. Si viene a stabilire un’affinità tra il pubblico e gli attori, l’identificazione del pubblico con i loro sforzi porta ad un senso di appartenenza alla più larga comunità piuttosto che un’esclusione da essa. Il sé, che faceva già parte di un piccolo gruppo, adesso diventa parte del mondo. Dopo la rappresentazione si propone un difficile lavoro terapeutico: l’integrazione di una nuova immagine di sé e del gruppo e di un’identità positiva. Per i pazienti psichiatrici, la depressione che segue la rappresentazione, esperienza comune a tutti gli attori, è particolarmente acuta. La vecchia immagine di paziente mentale collide con la nuova immagine di attore di successo. Il mettere da parte materiali scenici e costumi e lo spazio vuoto della rappresentazione si associano nella mente dei pazienti/attori, con la distruzione e la disintegrazione della nuova immagine di sé (Emunah e Johnson, 1983; Emunah, 1994). Regolari sessioni di lavoro e di feedback come foto, video, permettono una graduale diminuzione di comportamenti sintomatici e l’assimilazione della nuova immagine di sé e del gruppo. Alcuni pazienti potrebbero voler salvaguardare l’immagine positiva di sé ed il successo sperimentato rifiutando l’eventualità di altre rappresentazioni. Superato questo momento difficile si può proporre, ai membri che continuano, di lavorare in un nuovo progetto per un’altra rappresentazione. Aumentando l’autostima e rinnovando energia e ottimismo. Emunah e Johnson evidenziano che il processo di produzione teatrale può essere molto vantaggioso per i pazienti psichiatrici e portare ad un cambiamento nell’immagine di sé e/o del gruppo, mobilitato dalle enormi pressioni sia interne sia esterne. Il supporto fornito dal gruppo ed il monitoraggio del drammaterapeuta sull’impatto dell’esperienza accolgono e contengono i rischi. L’intensità dell’impatto dipende principalmente da tre fattori: – Il grado di consapevolezza del pubblico sulle condizioni dei pazienti/attori ha una grande influenza sull’esperienza dei pazienti, in quanto sentono che la loro identità viene messa a nudo di fronte ad un pubblico. Gli autori (Emunah e Johnson, 1983; Landy, 1994) ritengono che l’efficacia della performance dipenda dal grado di consapevolezza del pubblico sullo status dei pazienti che consciamente si identifica con i loro sforzi, mettendo così in evidenza l’importanza di un pubblico “sicuro”, sensibile alla concezione di un teatro a base terapeutica.- Il grado in cui il copione rivela la vita personale dei pazienti. I pazienti/attori provano un grado maggiore di accesso al sé quando il contenuto del copione si avvicina maggiormente alla loro esperienza, derivato dall’improvvisazione piuttosto che da una fonte esterna.- Il grado in cui i pazienti/attori trattano le proprie relazioni personali con ciascun altro e con il proprio ruolo durante le prove. Il susseguirsi delle sessioni aiuta ad integrare la nuova percezione di sé generata dall’azione con il “vecchio” sé. “Gli incontri del gruppo teatrale, il copione ed il pubblico sono tre strutture interpersonali che organizzano l’esperienza modulando la distanza dal sé, attraverso cui il sé può essere svelato” (Emunah e Johnson, 1983, p. 239). Affinché l’esperienza teatrale faciliti lo sviluppo di un’identità positiva e di buone relazioni sociali, il drammaterapeuta deve sostenere i gruppi sia durante che dopo l’esperienza performativa e non deve perdere di vista i bisogni terapeutici degli attori per concentrarsi sui bisogni di intrattenimento del pubblico. Nella drammaterapia lo spettacolo non è mai conclusione del lavoro, ma parte integrante, componente e ulteriore transizione del processo di trasformazione, in particolare serve da modulatore dell’immagine di sé e del gruppo. A questo proposito ritengo importante sottolineare che il fine dell’intervento drammaterapeutico è la “persona”, il suo ben-essere, la sua realizzazione (in qualsiasi senso la intendiamo), i suoi bisogni, la sua creatività, le sue aspirazioni e desideri, le sue potenzialità e risorse (Cavallo e Ottaviani, 2002). (1) Si tratta di adulti mentalmente disturbati di varie età e con diversi livelli di funzionamento. La maggior parte dei clienti sono diagnosticati come aventi una serie di disturbi emotivi e di pensiero.

Ti Piace? Condividilo!
Marzo 31, 2008 - teatro terapia - no comments