Poesia dai mille volti

Lettera di Roberto Agostini

Gentili amici,
scrivo questa lettera, che vuol essere breve, soprattutto sintesi di un seminario di poesia di quattro incontri con il gruppo di diversamente abili, che si chiama “I Mille Volti”.
Il gruppo esiste da molto tempo, a Milano.
Com’è iniziato il mio lavoro? Con Maria Teresa Mosconi, animatrice del gruppo, conosciuta in una biblioteca rionale durante un corso di mie letture. Dal tu siamo passati al progetto che ho eseguito un anno dopo, fra marzo e maggio di quest’anno.
Hanno partecipato sei membri del gruppo, Clarissa, Corrado, Fabio, Fiorenza, Silvia, Tiziana, già esperti. Sanno inventare e leggere poesie, l’hanno già fatto con Maria Teresa, parecchie volte in pubblico.
Voglio dirvi quattro cose, per me fondamentali:

1- Sono un ex attore e regista di teatro, quindi so muovermi e mi piace improvvisare. Tutto ciò è stato più che utile, determinante per sbloccare la relazione iniziale. Ma io sono un tipo invasivo, di natura, e dei loro limiti – handicap di vario tipo su cui non so soffermarmi – non ho tenuto conto. Ho invece pensato ai miei limiti. Potevo superare il mio handicap solo con dei gesti che accompagnassero le parole – quanto si parla oggi, inutilmente, addirittura in certi casi, i più pericolosi, per manipolare un uditorio, può essere anche un solo individuo -. Ho cercato, e trovato per me, una presenza integrale. Mi sono divertito.

2- Non avendo posto in partenza nessun obiettivo, voi direte – o non lo direte – tutto è più facile. Invece, da buon “ragazzo del ‘68” (ho compiuto 61 anni) l’obiettivo che mi ero posto in segreto era proprio condividere una dimensione aperta (L’opera aperta, il saggio di Umberto Eco per Bompiani, che andava molto nei miei anni). Massima apertura, massima difficoltà, al contrario di quanto si possa pensare. L’apertura riguarda un’attitudine mentale e, come ho appena detto, corporea. Non facile da instillare e mantenere, senza soprusi o sdolcinature. Ogni incontro durava un’ora e mezza, dalle 17:30 alle 19, nell’appartamento accogliente di Maria Teresa in un caseggiato di periferia circondato dal verde – non tutte le periferie sono Dostoevskij -. Maria Teresa lo registrava intanto che, in silenzio, seguiva come auditrice. Avevo “impaginato” ogni appuntamento, perchè va bene l’apertura, ma non va bene la polverizzazione. Devo, anzi, dire che ho seguito un mio metodo in progress abbastanza rigidamente. Per me quest’avverbio significa – ogni volta che tengo corsi di lettura o scrittura in biblioteche e nelle librerie, o mi capita di presentare dei miei libri nelle scuole – alternare un ritmo frenetico (crescendo) a pause riflessive (diminuendo). Di solito parto io, a razzo, in medias res, perchè le presentazioni (chi sono, cosa faccio, bla bla bla) sono inutili oltre che noiose. Il primo, il secondo, il terzo incontro ho subito distribuito, varcata la soglia, delle fotocopie di poesie famose (garanzia di qualità: Szymborska, Pessoa, Ungaretti, Bachmann, Pozzi). Ciascuno ne leggeva una, dava l’interpretazione critica e poi passava alla lettura ad alta voce. Leggere, comprendere, interpretare. Man mano che è aumentata la conoscenza, loro nei miei confronti e viceversa, il ritmo iniziale e i compiti svolti diventavano sempre più precisi ed eseguiti con tempismo.

3- Forza! forza! li spingevo a non perdere un secondo, neanche con i loro “limiti” e i risultati sono stati, oltre a simpatia e stima, un volo veloce, radente, chi si impappinava, chi urlava, chi gemeva, chi faceva il ritroso o la timida, ma io non demordevo. Il contatto vocale-gestuale serviva a spronarli. E siamo arrivati! Arrivati a scrivere, e tanto. L’ultima mezz’ora di ogni incontro l’occupavano così, con penne biro e foglietti e espressioni compunte. Grande concentrazione. E poi grande soddisfazione, ognuno era tenuto a dire le sue poesie. Potevano scrivere loro composizioni oppure farsi ispirare da quanto avevano appena letto. La maggioranza ha scelto la spontaneità creativa personale. I risultati molto interessanti: piccoli haiku, sempre originali. Un’altra mia credenza è spingere chiunque a creare con se stesso – creare se stesso – lasciando perdere ogni possibile stereotipo. Non mi piacciono i dilettanti e ancora meno i copioni. È giusto essere espressivi in proprio e non derivativi da terzi. Anche questa spinta è stata pienamente assecondata dal gruppo. Caduta in fretta ogni timidezza, venuto meno il riserbo, ho chiesto alla fine di recitare. Così nel quarto incontro abbiamo fatto suoni e mugugni, motori di jet e ululati di vento, abbiamo scosso il corpo e tremato, prendendoci in faccia la “tempesta di spine”di Ingeborg Bachmann. Non abbiamo mai fatto le belle statuine. La retorica del corpo, l’abbiamo lasciata ad altri, così come la fine dicitura.

4- L’ultima volta ero il più stanco per la stagione pazza di Milano, caldo o freddo in cinque minuti. Loro mi sembravano rilassati. Mi aspettavano seduti in poltrone o al tavolone di casa. Maria Teresa stava finendo di sorbire una tazza di minestra, perchè essendo intollerante al glutine deve fare pasti piccoli e numerosi. Erano già pronti a consegnarmi quanto avevano scritto a casa, i “compiti” che detesto, ma nel loro caso non erano esercizi ma la continuazione dell’ispirazione. Erano poesie e c’era qualche riflessione – ne ricordo qualcuna, sorprendente: sulla luce e sul suono, sull’amicizia e sul ritorno dalla guerra, sull’amore e sul crac di un matrimonio. Belle, personali, dirette, ma sempre con un pensiero. Scrivere poesie per scrivere emozioni è stupido. Non l’hanno mai fatto, e sarebbe stato contento Goethe che condannava le romanticherie. Ho insegnato qualcosa anch’io, a questo scopo: sveltire il discorso, asciugare, lasciarsi andare ma con estrema serietà. Ricordo Settembrini, nella Montagna incantata di Thomas Mann, ammonire il giovane allievo Castorp: il paradosso è male, non è conoscenza. Ma nel lavoro concreto il paradosso (lasciarsi andare nel controllo) può essere proficuo. E poi il paradosso maggiore era fare poesia da parte di non poeti. Ancora una volta abbiamo sfidato il limite e l’abbiamo varcato, con soddisfazione e, ripeto, serietà nel gioco stipulato.

L’handicap è inesistente, lo crea la società.
L’handicap è la distorsione di pregiudizi, non la frattura fisiologica (e nemmeno il “pregiudizio costitutivo”, ermeneutico di Gadamer).
Non è una novità, questa conclusione, cari amici. Ma ogni volta che confermiamo su un terreno fragile una nostra visione, la certezza diventa naturale. E con la sicurezza viene contentezza, anche davanti ad altri.
Capita lo stesso ai poeti, scrivono per nessun motivo se non per confermare parole. Parole sull’acqua, in aria, nel vuoto. Sono, nonostante tale handicap.

Milano, 17 maggio 2012

Roberto Agostini Giornalista, scrittore, nato a Milano, dove vive e lavora. Laureato in filosofia e diplomato in regia alla Scuola del Piccolo Teatro di Milano. È stato critico teatrale per La Repubblica e ha pubblicato romanzi e manuali. Dal 2008 tiene corsi di scrittura e lettura nelle biblioteche, in circoli culturali e associazioni no profit. Ha pubblicato tre raccolte di poesie: Mattini antartici (Cierregrafica, 2008), Plaquette (Joker, 2012), Onde del ritorno (Kolibris, 2012).

Redazione NuoveArtiTerapie
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