“Quando il curatore ferito si ammala”

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di Francesco Delicati

Secondo il modello del “guaritore ferito” caro a Jung, il terapeuta non può curare le ferite dell’altro se non riconosce e cura le proprie ferite (limiti e sofferenze) trasformandole in fonte di guarigione.

L’immagine del “guaritore ferito” rimanda a colui che, nel relazionarsi col malato, è rispettoso della sua soggettività, ma è anche interiormente consapevole del peso della sofferenza. In tale modello emerge il dolore e la sofferenza a cui tutti in quanto esseri umani siamo esposti che, al di là dei ruoli, unisce terapeuta e paziente, colui che nella relazione d’aiuto offre la cura e chi la riceve.

L’esperienza del dolore dell’altro è una ferita anche per me, perché mi annuncia quell’evento come una possibilità anche mia. Perché, se io guardo chi soffre, già interiorizzo e faccio mia la sua ferita e in questo senso “mi ammalo” con lui.

Faccio parte anche io dei curatori come musicoterapeuta e counselor. Da anni lavoro con anziani, malati di demenza e familiari caregivers di malati d’Alzheimer.

Il lavoro della relazione d’aiuto può cambiare la vita di chi lo fa perché l’incontro con l’altro (anziano o malato di demenza) ti cambia dentro. Non puoi non entrare in contatto con la sofferenza umana; non puoi non fare i conti con l’invecchiamento, con la malattia e con la morte.

Poco tempo fa, quasi alla conclusione del seminario che tenevo al corso di musicoterapia di Bolzano, una studentessa mi ha chiesto come vivessi la sofferenza e la morte stessa degli anziani con cui lavoravo. Quando mi ha posto questa domanda mi sono sentito un po’ in difficoltà perché ho compreso subito che avrei mostrato la mia parte vulnerabile e fragile, e avrei raccontato della mia malattia.

Perché anche io mi sono ammalato e di una malattia seria: il tumore. E da allora le cose sono diventate diverse e non sono state più come prima.

Prima di allora facevo musicoterapia con leggerezza, “togliendo peso” ai problemi degli altri. Affrontavo anche le morti che mi accadevano intorno utilizzando la musica per dare un senso alla sofferenza e al dolore, così che la morte non ci separasse dagli affetti. Ogni morte era un’occasione per riflettere insieme al gruppo degli anziani superstiti, per contenerne le ansie, per sostenerli e ricercare assieme un senso all’evento, anche in una prospettiva che andasse oltre la sfera terrena.

Ma quando sono stato toccato sulla mia pelle, quando la paura della possibilità della mia morte si è affacciata prepotentemente all’orizzonte della mia vita, allora qualcosa è cambiato in me. Non tanto esteriormente, perché ho continuato a fare musicoterapia con leggerezza, come prima. Quanto interiormente, perché ora guardavo gli anziani con occhi diversi da prima e ne misuravo le zone di territorio che la morte quotidianamente erodeva alla loro vita.

Qualcosa era cambiato in me. L’aver frequentato per quindici anni le persone anziane mi aveva preparato ad eventi traumatici. L’avevo messo in conto che anche a me sarebbe potuto accadere, come già ad altri. Che sarebbe potuta arrivare qualche ferita profonda. Avevo pensato anche al tumore. Ma un conto è “pensare” di poterlo avere e un conto è averlo sul serio, portarlo realmente dentro di sé quell’“Altro”, certificato e clinicamente documentato e non solo ipoteticamente immaginato.

Così il mio fare musicoterapia era sì uguale a prima, ma allo stesso tempo era qualcosa di diverso, proprio perché venivo anch’io da un’esperienza di sofferenza.

Per la prima volta mi sono sentito a disagio con anziani allettati. E quando mi sono trovato davanti Fosca, la signora tracheotomizzata, immobile nel suo letto di sofferenza non scelta, ho provato un conato di vomito, non tanto per il catarro espettorato dalla fistola aperta sulla trachea, quanto per la situazione in sé che mi proiettava fastidiosamente il film di una morte già presente, pur essendoci ancora vita. La morte di Fosca. La morte, probabile, possibile, futura, mia.

L’esperienza della malattia l’ho raccontata nelle pagine di un libro “E venne il cancro” che è stato per me una sorta di autoterapia perché mi ha aiutato ad affrontare la situazione, a placare l’ansia, la preoccupazione e la paura di morire. Questo che segue è il capitolo sull’esperienza di musicoterapia con Fosca vissuta quando la risoluzione clinica del cancro era appena avvenuta.

 

Fosca e la figlia Cristina

Durante l’estate mi capita di dover sostituire un’amica che partorisce un bimbo nel lavoro di musicoterapia in una struttura per anziani. Per la prima volta dopo tanti anni, mi trovo a lavorare con anziani allettati. L’esperienza di per sé non è traumatica, ma faccio i conti con qualcosa di nuovo, mai prima sperimentato.

Cambia la percezione del dolore e della sofferenza con anziani allettati, soprattutto con Fosca, un’anziana donna tracheotomizzata. Mi sento soffocare quando entro nell’angusta stanza dove è stata confinata. La finestra in alto sembra togliere il respiro anche alle persone che si trovano a passare in quella stanza.

In alcuni momenti vivo un disagio fisico, specialmente quando la donna espettora il catarro attraverso una fistola aperta sul collo. Faccio fatica a lavorare con la musica e a contattare la sofferenza.

In alcuni momenti vorrei fuggire! Alcune volte l’ho trovata addormentata; ho messo alcuni brani musicali, ma non mi sono curato di svegliarla, ben contento di non dovermi misurare con la difficoltà della comunicazione e con il peso della sofferenza.

Con Fosca vivo un senso di pesantezza e ho difficoltà a portare leggerezza nel lavoro musicoterapico. Non riesco a stabilire un contatto con la donna. Semplicemente non voglio. Non voglio contattare il suo dolore. Richiama il mio. In questo momento mi pesa fare musicoterapia con questo tipo di anziani. Avrei dovuto passare un’estate libera da impegni di questo genere. Ma non ho saputo dire di no.

Quasi alla fine di questa esperienza durata l’arco di venti incontri per cinque mesi, mi rendo conto di avere sperimentato un senso di fallimento come musicoterapeuta, di aver mancato professionalmente: non ho voluto accettare la sfida, difficile questa, sì, di cercare di raggiungere Fosca nella solitudine in cui l’ha confinata la sua malattia. La donna, infatti, è sola nella sua difficoltà di comunicare, e avrebbe bisogno che qualcuno la raggiungesse e le dicesse: “Sto qui con te, non ti abbandonerò!”.

 

Cosa mi sta dicendo?

La figlia di Fosca si chiama Cristina. Mi ha incontrato per caso accanto al letto di sua madre e mi ha chiesto di poter essere presente quando facevo musicoterapia. Me l’ha chiesto in un modo insistente e ho sentito che desiderava proprio esserci. Al contrario, io non avrei voluto alcuna persona assieme a me. Però, superando la paura di essere giudicato non all’altezza e vincendo il mio senso di malessere nella stanza di Fosca, le ho concesso di venire. Cristina mi ha aiutato a recuperare il rapporto con la madre tracheotomizzata. Con lei presente, le ho spiegato alcune cose. Perché anche il familiare può fare qualcosa.

E finalmente venne l’ultimo incontro. Lavoro con Fosca assieme a sua figlia Cristina. Prendo la scusa che sono un po’ raffreddato per lasciarle spazio. La guido a fare un massaggio sonoro alla mamma. Su una musica di sottofondo di Bach le faccio accarezzare la fronte e il viso. Non con il dorso, ma con la palma della mano: così c’è un contatto più diretto, più intimo. Siccome Fosca è quasi sempre orientata col volto verso sinistra, verso il muro, consiglio Cristina di accarezzarle la parte sinistra della faccia. Spontaneamente, senza essere forzata, Fosca raddrizza il viso e da sinistra lo porta verso il centro. Mentre la figlia le carezza il volto, io massaggio il braccio destro e contemporaneamente le stringo la mano destra. Fosca a sua volta mi dà una stretta forte; se anche volessi togliere il contatto, farei difficoltà. Me la sta stringendo intenzionalmente? Credo di sì. E cosa significa questa pressione? Cosa mi sta dicendo? Cosa mi sta chiedendo?

Nel frattempo la donna non apre gli occhi, e non dà segni di stabilire una comunicazione. Ma la stretta di mano è già comunicazione e l’orientamento del volto e della testa verso il centro sono un altro segnale relazionale. Vorrei che ci rispondesse, che ci desse segnali evidenti rispetto al nostro agire. Ma cosa le sta passando nella testa? Quali emozioni sta vivendo? Sta negando o sta comprimendo? Ha voglia di vivere? O c’è in lei desiderio di morire?

 

L’importante è esserci

Per questa sera basta. Ma è già stato sufficiente. Sono grato a Cristina: il suo desiderio di volere essere presente quando c’ero io, negli ultimi incontri mi ha aiutato a uscire dal senso di impotenza, dal desiderio di “fuggire”, dal dire a me stesso: “Non c’è niente da fare!”. E soprattutto mi ha aiutato a guardare in faccia, di nuovo, la paura della malattia e della sofferenza. La mia soprattutto.

Ripresi tutti i miei strumenti di lavoro e messili nella sacca, mi sto avviando verso la porta della camera, dopo aver salutato Cristina. Ma non ho salutato Fosca. Quasi pensando che tanto era inutile?

Torno sui miei passi verso il letto. Le prendo la mano e l’accarezzo: “Fosca, la saluto; oggi era l’ultima volta. Tornerà Michela a fare musicoterapia con lei. Sappia che non la dimenticherò mai”. Mi si strozza la voce in gola… Mi affretto a uscire. Incrocio lo sguardo di Cristina: anche lei è commossa.

È ora di andare. Saluto anche Patrizia, l’animatrice che per tutto il tempo del lavoro di musicoterapia mi ha accompagnato nelle stanze degli anziani e mi ha dato un grande aiuto. Vorrei abbracciarla, per dirle grazie, ma riesco solo a censurare le mie emozioni: riesco solo a darle la mano. Con formalità.

Pochi giorni dopo ho rivisto Michela e abbiamo parlato di Fosca. Cosa fare in questi casi in cui non si sa qual’è l’impatto della nostra azione? Cosa fare quando sembra che la donna non ha voglia di vivere? Credo che l’importante sia “esserci”, starci insieme e aspettare. Respirare insieme a lei. E ascoltare. Restare aperti e attenti ai suoi bisogni. E dire a lei con il nostro starle accanto: “Sto con te. Non ti abbandono”.

 

Se la presenza della figlia di Fosca non mi avesse inchiodato nella stanza, da lì sarei scappato per mettermi in salvo. Ai bordi di quel letto, in quell’angusta stanzetta ho dovuto resistere, cercando un incontro con Fosca, tentando di raggiungerla in quel luogo della sua solitudine dove il suo urlare impossibile a udirsi veniva ingoiato dalle pareti inudibili della sua prigione corporea. Non so se sono riuscito a comunicare con lei. Di certo questo tentativo di relazione, in un certo senso è stato per me terapeutico. A distanza di tempo mi rendo conto, io “curatore ferito”, di non essere fuggito dalla sofferenza dell’altro. E neanche dalla mia. L’ho guardata in faccia, almeno per un po’, questa sofferenza. Ho fatto i conti con il dolore. Un po’ l’ho attraversato quel dolore.

 

Cosa mi porto dietro come eredità di questa esperienza di musicoterapia nel tempo della malattia? Innanzitutto la conferma fortissima, perché intenso è stato il mio vissuto, che la malattia è qualcosa che ci riguarda in prima persona, perché siamo accomunati da una stessa condizione mortale e prima o poi tocca ad ognuno di noi. Si vive, infatti, con l’illusione di essere eterni e anche sapendo di essere mortali, l’eventualità di ammalarci o di morire sembra astratta e lontana.

Per la prima volta mi sono sentito non curatore sano, ma curatore ferito, non solo perché consapevole della sofferenza dell’altro, ma anche perché portatore di una mia ferita. Ho percepito la sofferenza del paziente e anche la mia in contemporanea: la sua faceva risuonare la mia e rimandava alla nostra comune sorte di individui mortali.

Mi sono ritrovato in una situazione disagevole perché dentro di me mi sentivo allo stesso tempo “curatore” e “paziente”.

Ho riconosciuto dentro di me alcuni aspetti di cui la paziente era portatrice in quel momento, e mi sono sentito come un suo “compagno di viaggio”. Mi sono permesso di essere una persona “reale”, quindi anche vulnerabile, presente nella relazione d’aiuto in modo totale, consapevole dei miei sentimenti sia positivi che negativi verso la paziente Fosca.

L’esperienza intensa ha permesso a me “curatore” di riflettere sul mio mondo interiore e sui miei vissuti con colei che soffriva. Credo che il confronto con le parti negative (l’Ombra) come limite sia un passaggio inevitabile nella relazione d’aiuto. Occorre una pulizia interiore proprio per far posto all’altro.

Così come è importante portare l’attenzione sullo scoprire ciò che è prezioso dentro di noi e attingere alle nostre risorse interne. E come è indispensabile focalizzarci sul coraggio e sulla forza di accogliere le difficoltà, le emozioni e la sofferenza personale per apprezzare quelle degli altri e portarle con la musica verso un processo di cambiamento e trasformazione.

Di questa esperienza ancora fresca (risale al 2005) inoltre, mi resta la sensazione e la consapevolezza di come il lavoro di musicoterapia mi avvicini sempre più alla vera essenza della vita che è l’amore per l’altro-da-sé e allo stesso tempo è l’amore-per-sé. Faticosi entrambi. Che è il contattare l’essenza più vera della mia “mission”: quella di alleviare la sofferenza dell’altro con i mezzi artistici come la musica e la poesia. E quella, come altro aspetto della medaglia, di alleviare la mia sofferenza: aiutare a guarire il cuore dell’altro e al tempo stesso guarire il proprio cuore.

Condividere la sofferenza e la gioia è l’essenza della vita. Perché veramente siamo come vasi comunicanti e quello che succede a te mi riguarda, mi tocca e mi trasforma, perché il nostro incontro non ci lascia uguali a prima.

 

Francesco Delicati

Musicoterapeuta e Art-counselor

 

 

INTERVISTA

di Silvia Ragni psicoterapeuta, musicoteraputa

Francesco Delicati è autore del libro ‘Il guaritore ferito’. A lui chiediamo di raccontarci il senso che la narrazione ha avuto per lui nell’esperienza umana e professionale.

 

  1. ‘Scrivere su te stesso è un modo per osservare in profondità, per riconoscere le radici della tua sofferenza e trovare i mezzi per trasformarla’. Queste parole di Thic Nhat Hahn, poste all’inizio del tuo libro, mi hanno particolarmente colpito. Sei un professionista della relazione d’aiuto come arteterapeuta e ti sei trovato a fronteggiare in prima persona una malattia. Hai scelto di raccontare questa esperienza in un libro.

In che modo la narrazione (e quindi una mediazione artistica) della tua diretta esperienza di persona che si ammala è stata significativa ai fini della tua storia?

 

La narrazione dell’esperienza di malattia è nata durante la fase della convalescenza, quando a casa mi sono ritrovato da solo a fare i conti con l’ansia e la preoccupazione per una guarigione troppo lenta rispetto alle aspettative che mi ero fatto. E così mi sono messo a scrivere tutte le sensazioni e le impressioni che mi trasmetteva il mio vissuto di persona malata.

Ma già quando mi trovavo in clinica ho intuito che stavo vivendo un momento importante della mia vita, una fase poliedrica, piena di sfaccettature, dove i gesti, le situazioni e le azioni avevano in me una risonanza come amplificata. Questo momento, che mi apriva un mondo, interno ed esterno, fin allora mai toccato in modo diretto e con grande intensità, richiedeva vigilanza interiore ed estrema consapevolezza. Ho sentito che doveva tradursi in qualcosa di tangibile, e lo scrivere mi è sembrata la forma di linguaggio espressivo migliore per quel momento.

Vincendo anche una riluttanza a farlo, proprio perché, memore dei miei anni di liceo e di università, non pensavo che lo scrivere fosse alla mia portata. In italiano non ero mai stato eccellente. Avevo scritto sì dei bei testi, come la tesi di laurea o quella di diploma in musicoterapia, o un libro sugli anziani e il canto di carattere narrativo, o anche vari articoli sulle mie esperienze professionali. Ma questo era qualcosa di diverso, perché dovevo scrivere di me, diventare protagonista della situazione ed aprire una finestra su quello che stavo sentendo.

Così, dapprima in fogli sparsi e poi in un vecchio quaderno, con una matita, quasi “in punta di piedi”, ho cominciato a buttare giù i pensieri che si affollavano nella mia mente, quelli che premevano per farsi ascoltare, le frasi di alcuni amici che mi toccavano, il diario di quel che mi succedeva nelle lunghe giornate.

 

  1. Cosa è stato per te scrivere?

 

Tante cose… Innanzitutto è stato farmi compagnia in un momento in cui ero solo, mi ero isolato dagli altri e sicuramente mi ero anche troppo chiuso in me. La malattia, forse, ha accentuato l’aspetto di solitudine che fa parte di me…

Scrivere è stato portare alla consapevolezza quello che mi stava accadendo, e una volta trascritto sulla carta, metterlo davanti a sé e poterlo così delineare, delimitare, comprendere, accogliere e trasformare.

E il vedere davanti a me, finalmente esternato, questo contenuto impastato di ansia, di preoccupazione, e di paura, pesante da tenere dentro (come i “rospi” indigeribili) l’ha reso un po’ più leggero, più dominabile, più comprensibile.

Scrivere è stato il tentativo di dare un ordine e un significato ai fatti, anche un po’ incontrollabili, che mi stavano accadendo e alle emozioni che stavo vivendo.

Forse è stato anche assegnare un valore, oserei dire “eroico” a quello che mi stava accadendo; perché c’è una qualità di eroismo nel quotidiano, nella tenuta e anche nella resa e nell’abbattimento a causa della malattia. Credo che il malato assolva di fatto anche una funzione importante: quella di ricordare a se stesso e agli altri, ai sani, che la vita è precaria e che può esserci tolta da un istante all’altro. Perché la malattia, che ti piaccia o meno, ti riporta con i piedi per terra, nell’umiltà, nel renderti conto che non sei eterno e che prima o poi devi finire.

Scrivere, inoltre, è stato per me anche un atto di politica quotidiana, nella misura in cui ha messo in luce la violenza di relazioni squilibrate e centrate sul potere, medico soprattutto, nella relazione d’aiuto che si vive a livello sanitario-clinico, che è la più impegnativa, perché è in gioco la vita stessa dell’individuo.

Scrivere, è stato anche il voler raccontare agli altri la mia esperienza da una zona di confine (tra salute e malattia, tra paura e speranza) sapendo che questa avrebbe risuonato con quella di altri. Scrivere è stato poter dare parole a una sofferenza che altrimenti sarebbe restata muta, nella certezza che questa riflessione personale avrebbe potuto essere fruita dai lettori.

Scrivere è stato quasi un distillare l’esperienza per sforzarmi di ricavarne un senso, anche se a malapena…

Scrivere è stato un riflettere a voce alta su come è cambiata l’immagine di sé dopo il “taglio” dell’operazione (metafora di confine tra un sopra e un sotto, tra prima e un dopo) e di come ci si può ridefinire, anche se con fatica. In questo senso scrivere è stato accorgermi di come è cambiato qualcosa anche nella percezione del mondo, come è cambiata la consapevolezza dell’istante e del presente. Ed è stato anche accorgermi di come si è allargato lo spazio interiore, e di come mi ha permesso di riassorbire e di accogliere l’aspetto drammatico della malattia.

Scrivere, infine, è stato con mia sorpresa, un grande, enorme piacere! Che ho coltivato anche quando è passata la fase dell’emergenza e sono entrato in quella della ricerca del senso e del significato.

 

  1. In che modo la narrazione è stata significativa in particolare come professionista della relazione d’aiuto?

Sentirmi dall’altra parte della relazione d’aiuto, come paziente, e vivere sulla mia pelle determinate modalità relazionali improntate volta a volta a rispetto o prevaricazione, ad ascolto o a distrazione e trascuratezza, mi ha portato a riflettere in modo nuovo sul mio stare nella relazione con le persone di cui mi prendo cura (anziani, malati d’Alzheimer, familiari e operatori caregivers) e all’importanza di “pulirsi” interiormente per accogliere e fare posto all’altro.

Quando mi sono trovato a fare musicoterapia e counseling a ridosso della guarigione clinica, ho vissuto una situazione particolare: quella di rivestire il ruolo di “curatore” ma di avere una grossa parte di me che comunque ancora si sentiva “paziente”. In quella situazione, di “curatore ferito e malato” allo stesso tempo, ho dovuto da una parte tenere a bada il mio sentirmi malato per non squilibrare la relazione che stavo vivendo; dall’altra mi sono accorto di vivere un ascolto empatico della sofferenza altrui molto più coinvolto rispetto a quello che pratico professionalmente: una competenza empatica verso gli altri che è una vera e profonda qualità dell’essere, che mi ha richiesto un’attenzione come presenza, come vigilanza e come consapevolezza per non squilibrare il rapporto.

Poter scrivere di tutto ciò mentre vivevo queste situazioni, mi ha aiutato sicuramente a fare chiarezza e pulizia. Mi sembra che la malattia stessa sia stata anche un momento significativo di formazione sul campo!

E colgo con stupore anche un altro fatto; e cioè che se il compito spirituale della vecchiaia è riflettere sul mistero della vita e della morte, la malattia ha costretto me che sono un professionista che si è specializzato (meglio sarebbe dire che è stato trascinato dalla vita) nel lavoro con le arti con persone anziane, a cominciare a farlo quando non sono ancora entrato negli anni dell’anzianità.

Spero di non incupirmi ma, al contrario, di cominciare a diventare un po’ più saggio, magari con più gioia e leggerezza.

 

Redazione NuoveArtiTerapie
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