Senza Dio

 

 

 

 

 

 

 

 

photo credit: niko si  via photopin cc

di Mariella Sassone

Arte e popolo: considerazioni a piede libero. Così l’avrei intitolato, e sarebbe cominciato così. ”Popolo, parola che se privata della sua accezione politica mi sembra antica. Chi era il popolo se non tutti quelli che restavano escludendo prelati, nobili e governanti? Erano i poveri, o poveracci, o la povera gente, quella con vestiti di stracci, quella senza istruzione e senza Dio, perchè Dio, si sa, si legge, si studia, si impara, altrimenti non c’è. Il popolo poteva anche insorgere, o rivoltarsi ma non sempre lo faceva, e se lo faceva rischiava il massacro. Col passare del tempo il popolo è diventato massa, e le masse potevano anche manifestare pacificamente. E se non avevano voglia, o motivo, di insorgere o manifestare, le masse diventavano gente, e la gente è importante se consuma, se vota, se è influenzabile, condizionabile, manipolabile, allora magari diventa anche brava gente. Altrimenti è gente comune, magari disadattata o disadatta, e della gente comune nessuno si interessa, di solito.”Fin qui tutto bene, ci poteva anche stare questo sfarfallare fra parole che da sole riempiono biblioteche. Poi, per affiancare l’arte al popolo, recupero immagini suggestive, prime fra tutte quelle del Caravaggio, ci appoggio emozioni e pensieri cercando il conforto di voci autorevoli.
“Credo che sia stato il Caravaggio a dare al popolo l’onore della cronaca, a renderlo visibile a se stesso e a chi lo comandava. Con lui l’arte non è più un paradiso meccanico che balugina davanti alla gente timorata di un dio solo promesso, ma diventa il luogo dove la realtà si manifesta con tutta la sua drammaticità, si può dire infatti che con lui nasca il realismo(1). Caravaggio testimonia il dramma dell’uomo che subisce la storia maggiore, agita da prelati, nobili e governanti, ma quell’uomo è illuminato dal principio divino(2). Sono infatti sprazzi di luce che delineano la figure, che rappresentano ad un tempo l’uomo ed il mistero, che propongono la povertà non come condanna ma come “stato sociale”: sono loro finalmente, gli uomini e le donne del popolo, i personaggi sacri della storia. E questo è stato ed è il ruolo dell’arte, restituire l’essenza, e nel caso di Caravaggio l’essenza cristica dell’esperienza umana, la speranza nell’uomo ma non al di fuori della sua stessa vita”
Si, per me è così. Mi sembra che funzioni. Sono soddisfatta. Poi con un salto da funambolo penso a Chaplin ed al suo cinema., una rivolta umanistica contro l’imperialismo americano ed il suo irragionevole ottimismo. Ha attraversato la più grossa crisi del secolo scorso, quella del ‘29, per non contare le guerre, e ne ha fatto oggetto della sua arte. Scene in bianco e nero ed in movimento sostituiscono immagini statiche e colorate, e nel tentativo dare un senso a questo improbabile binomio, mi imbatto in un libro che raccoglie le interviste a Chaplin con la prefazione di Dario Fo(3). Copio: Credo che in ben poche opere di cinema e di teatro apparsi negli ultimi settant’anni si possa sentire tanto chiaro l’odio espresso per la logica della macchina che mortifica, umilia, aliena e uccide l’uomo e la sua umanità, così come in Tempi moderni. E ancora: Nel La Febbre dell’oro c’è ancora più rabbia. C’è l’insulto per la grande trappola del capitale: “Sperate, siate buoni, tutti potrete un giorno avere fortuna. La fortuna è la grande madre di questa società che ci fa tutti uguali”. Questo caravanserraglio che va verso la ”speranza”, verso la ricchezza, verso il sogno. La storia individuale è invece la storia di centinaia di angosce, di difficoltà, di violenze subite, per cui la storia americana esce da questo film molto più spietata che da decine di altre pellicole cosiddette “storiche”.
Insomma il binomio non è poi così improbabile, i rapporti fra padrone e sotto sono sempre quelli solo che la Fortuna prende il posto di Cristi e Madonne. Ci sta, mi dico, solo che lo stomaco comincia a strizzarsi, mi sembra che l’accusa sia maggiore della difesa, che l’occhio sia sulla trappola e non sul topo. Non c’è spazio per la trasfigurazione, e la speranza è solo sulla carta. Potrei pensare che la via di salvezza sia la disillusione e l’odio il movente dell’artista. La conclusione mi sembra troppo semplicistica, ma ricordo che anche Pasolini aveva detto qualcosa del genere. Lo cerco, lo trovo:
Da cosa è stata caratterizzata tutta questa mia produzione, in maniera assolutamente schematica e semplicistica? È stata caratterizzata prima di tutto da un mio istintivo e profondo odio contro lo stato in cui vivo. Dico proprio “stato”: E intendo dire “stato di cose”e “Stato” nel senso proprio politico della parola. Lo stato capitalistico piccolo-borghese che io ho cominciato a odiare fin dall’infanzia. Naturalmente con l’odio non si può nulla… Infatti non son riuscito a scrivere mai una sola parola che descrivesse, si occupasse o denunciasse il tipo umano piccolo-borghese italiano. Il senso di repulsione è così forte che non riesco a scriverne. Quindi ho scritto nei miei romanzi soltanto di personaggi appartenenti al popolo. Io vivo cioè senza rapporti con la piccola borghesia italiana. Ho rapporti o con il popolo o con gli intellettuali. La piccola borghesia sì però è riuscita ad avere rapporti con me. E li ha avuti attraverso i mezzi che ha in mano ossia la magistratura e la polizia. E ha intentato una serie di processi alla mia opera.”(4).
Odio dichiarato, preciso, mirato. Onesto direi. Ma torno a Chaplin, il libro che ho in mano riporta tutte le sue interviste, troverò qualcosa che mi restituirà l’incanto, la poesia ed il sorriso. Comincio a sfogliarlo e leggo: Quanto al genere umano, preferisco immaginarlo come la malavita degli dei. Quando gli dei vogliono farsi un giro nei bassifondi, vengono a visitare la terra. Capisce, non nutro esattamente il massimo rispetto per il genere umano. Le mie buffonate sullo schermo le appariranno senza dubbio ridicole. Ebbene, le buffonate degli uomini – perfino nelle loro occupazioni più serie, e in quelle che scelgono di chiamare le più sublimi – appaiono altrettanto ridicole agli dei o agli esseri che abitano le dimensioni superiori. E poche righe oltre: Anche se non sono un pessimista o un misantropo, ci sono giorni in cui il contatto con qualsiasi essere umano mi fa sentire male fisicamente. In quei momenti e in quei periodi sono oppresso d aciò che i romantici definivano “stanchezza del mondo”; mi sento un completo estraneo nei confronti della vita.
Non me l’immaginavo. E’ solo delusione, neanche disillusione.. Mi sento tradita, anche un po’ ridicola. Coma una ragazzina che scopre che non esiste Babbo Natale, anche se sorrisi ed emozioni quelli erano veri. Che m’importa di cosa era fatta quella “macchina “ che proiettava immagini, e da dove veniva. So che sto difendendo l’incanto. In fondo il suo ruolo d’artista Chaplin l’ha svolto, ricreare la vita dalla vita(5), questo fa l’artista, nessuno gli chiede di amarla. Forse neanche Caravaggio l’ha amata. Ho voglia di spegnere occhi e cuore. Perché andare sempre a leggere oltre e fra le righe, analizzare per non dire “giudicare”, ebbene sì, intenzione, processo e risultato. La risposta è dentro di me, peccato che è sbagliata, avrebbe detto Quelo. Basta così.

(1) In tal senso Maurizio Calvesi, La realtà del Caravaggio, Einaudi ‘90
(2) In tal senso Argan, Caravaggio o la ricerca della salvazione (1971)
(3) Charlie Chaplin, Opinioni di un vagabondo, Mezzo secolo di interviste, Minimum Fax 2007
(4) http://www.vittorininet.it/supporto/multimedia/pasolini/intellettualismo.html
(5) Joyce, Ritratto dell’artista da giovane, citazione tratta da James Joyce, Scrivere pericolosamente. Riflessioni su vita, arte e letteratura a cura di Federico Sabatini, Minimum fax (sta sempre sul comodino!)

Redazione NuoveArtiTerapie
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