Un’esperienza di danza-terapia e strutturazione psico-corporea in psichiatria

danzaterapiadi Lise Molina, psicomotricista, Danza-terapeuta

Traduzione italiana

Giulia Basili

Riassunto

Il lavoro con gli adulti in psicoterapia ci invita a trasformare gli strumenti della danza-terapia e della strutturazione psico-corporea, a curare l’incontro terapeutico e l’ambito della terapia. È un’alchimia che può, da una richiesta iniziale talvolta bloccata, dare luogo ad una vera appropriazione di questo spazio-tempo da parte del paziente. Esempio.

Nei primi momenti della terapia, l’incontro è un momento decisivo: come creare la relazione terapeutica? In seguito, quando si imposta il lavoro psico-corporeo, in funzione delle resistenze, dalle ripetizioni ai blocchi, in che modo permettere una “ripetizione creativa” e una conformazione delle problematiche dei pazienti? Partendo dalla mia esperienza di psicomotricista e di danza-terapeuta in psichiatria, vorrei descrivere il modo in cui potrebbero svilupparsi gli strumenti della danza e della strutturazione del corpo.

L’idea a priori di rendere temporale la sessione del paziente (quando “si fa il punto della situazione insieme”) permette di lottare contro le resistenze e aiuta a ritmare le sedute. Anche la ripetizione, il prendere confidenza con l’uso di uno stesso mediatore, da una seduta all’altra, permettono di offrire una continuità di pensiero e di creare qualcosa di nuovo. In che modo fare evolvere il rituale per non assopirsi nell’abitudine? Se si tratta di offrire dei punti di riferimento attraverso la ripetizione, come utilizzare questi strumenti per ammorbidire poco a poco, aprire a nuove risonanze psichiche o ad un’interiorità il cui accesso è forse limitato? Quando l’abitudine è la spontaneità nella regolarità dei periodi, il momento di vera libertà in cui non pensiamo a quel che facciamo…

 

Gli strumenti

Incontro i pazienti del settore psichiatrico al Centro Medico-Psicologico (CMP) per delle sessioni individuali o di gruppo. Il settore dipende da un ospedale generale. Il CMP è situato in città e offre la possibilità di consultazioni presso personale medico e paramedico. Durante il nostro primo incontro viene menzionata la nozione di impegno reciproco e l’idea che “cercheremo in due”: non ho la bacchetta magica, ma possiedo degli strumenti che si adattano a ciascuno secondo ciò che viene portato in seduta. La nozione di segreto professionale pone il nostro lavoro in una cornice di intimità. Le sedute durano un’ora. Le sessioni possono svolgersi in cicli relativamente corti (3 mesi e mezzo – 15 sedute), che permettono alla fine di una sessione di tornare sul cammino percorso e sulle tracce lasciate e rinnovare o meno il nostro contatto di cura. Possono anche svolgersi in un arco di tempo più lungo (un anno o più).

Gli intagliatori di pietre fabbricavano da soli i propri strumenti…” ricorda J. Oury. La stessa cosa vale per gli strumenti pratici e concettuali della terapia di cui vi illustro un rapido panorama. Per quel che riguarda la strutturazione psico-corporea, ci situeremo:

dal punto di vista della “materia”, nel lavoro sui sistemi del corpo (ossa, muscoli, pelle…). Essi possono essere trattati nei modi seguenti:

  1. percussioni o tatto osseo per il sistema “osso”
  2. stiramenti o accordature in una dinamica di catene muscolari per il sistema “muscolo”, luogo di controllo e di abbandono, in una lettura trasmessa da B. Lesage e sviluppata da G. Struyf.
  3. massaggio, tessuti, tocco leggero, per il lavoro sul sistema “pelle” (involucro pelle, contenente…)

– dal punto di vista del movimento secondo la linea delle sottili sequenze evolutive come quelle sviluppate da I. Bartenieff e trasmesse da A. Loureiro: schemi di organizzazione del corpo in movimento (respirazione, correlazione centro-estremità, testa-coccige, alto-basso, tra le due metà del corpo e laterale crociata). I lavori di M. Feldenkrais ispirano nello stesso senso il lavoro del movimento (asse corporeo, relazione destra-sinistra, libertà delle articolazioni, differenziazione e integrazione delle parti del corpo…).

– dal punto di vista “energetico”, con l’utilizzo del Do in, pratica ancestrale cinese di auto massaggio e di acupressione o di stiramento dei meridiani, che mira ad armonizzare la circolazione dell’energia per un migliore equilibrio psico-corporeo.

Sviluppiamo così degli esercizi di salute, adattati secondo la stagione e le difficoltà psichiche o fisiche incontrate dal paziente. Questo bagaglio mi è stato trasmesso da I. Laading.

Utilizzeremo anche un lavoro di strutturazione temporale-spaziale:

-dal punto di vista degli assi, piani e kinesfere, in una serie di esplorazioni corporee appoggiandosi sul lavoro sullo spazio di R. von Laban (A.Loureiro).

-dal punto di vista della danza-terapia, negli adattamenti della “meditazione delle direzioni” creata da L. Sheleen. Questa potrebbe essere descritta come una ripetizione di movimenti che si organizzano intorno ad andate e ritorni verso un punto centrale e che si orientano nelle diverse direzioni dello spazio.

Alcuni di questi movimenti possono essere facilmente riprodotti da soli, ciò che permette già di evidenziare che si può essere attivi di fronte alle difficoltà incontrate e responsabili della propria vita. Da qui giochiamo a modellarli lungo il tempo e inventiamo dei dispositivi corporei che rispondono alle problematiche individuali. Succede che il cuore della seduta, preparato in precedenza, venga completamente rimaneggiato sul momento. Il mio desiderio sarebbe quello di accompagnare i pazienti in una ricerca personale: entrare in contatto con una certa interiorità, penetrare nel labirinto… Annodare, tessere. L’idea a priori qui adottata è descrittiva e clinica: svolgere progressivamente il filo delle sedute, mediante ipotesi, riflessioni, novità e passo dopo passo camminare insieme. Ecco l’inizio del ciclo (15 sedute) in individuale con Blanche.

 

Il percorso con Blanche

Blanche, 33 anni, mi è stata indirizzata dalla psichiatra per organizzare un ciclo di sedute al CMP, mentre è ospedalizzata nel reparto di psichiatria. È seguita da quattro mesi a causa di fattori schizotipici. Istitutrice, da dieci mesi è dispensata dal servizio. La sua ricaduta segue all’interruzione del suo trattamento: aveva saputo di essere incinta. L’ospedalizzazione è segnata da episodi di questa gravidanza che si interromperà spontaneamente. Lo sviluppo embrionale non era normale; si era sviluppata soltanto la parte destinata a formare le parti ausiliarie dell’ovulo e Blanche ha un aborto spontaneo precoce in ospedale. La ricevo proprio prima che sia dimessa. Non parliamo di questa gravidanza, ma Blanche dice che “fatica ad orientarsi nel tempo con la pillola”, aggiungendo che le sarà messa una spirale. Queste difficoltà temporali costituiscono la sua prima richiesta di un lavoro psico-corporeo. Partiremo da questa richiesta che ne aprirà altre implicite. Ci accordiamo per un appuntamento al CMP per cominciare un primo ciclo di 15 sedute.

 

Discordanza nella sua presentazione

Blanche piange molto nel corso delle prime sedute. Avverto qualcosa di molto malinconico, tra i lutti della sua vita di donna attiva nell’ “ambiente normale”, della sua professione, della sua gravidanza fallita e forse anche della possibilità di avere un giorno un figlio. Mi rende partecipe della sua sofferenza e sembra interpellarmi sulla sua malattia affinché io gliela confermi. Dirà nel corso delle sedute, che “i suoi amici trovano che non sia abbastanza dinamica”, ma anche “che pensano che non sia malata”. Nei suoi propositi, si percepisce qualcosa come: “qui mi dicono che sono malata, fuori mi dicono che non lo sono”. Sono presenti degli elementi psicotici in Blanche, nel suo sguardo, nel suo atteggiamento, nel suo discorso, quando dice per esempio durante il nostro primo incontro, “che sente il suo corpo, ma non lo ascolta, che non va dal parrucchiere”, come se dovesse proteggersi dalle richieste del suo corpo e dalle stravaganze corporee di cui fa un elenco e che daremo nel dettaglio. Durante la seduta risponde a dei dispositivi complessi e sembra talmente adattata che mi apparirà spesso meno malata di quanto non lo sia per la psichiatra. Viene installato un quadro di contenimento. Ogni seduta si struttura secondo un rituale di inizio, un nucleo di seduta e un rituale finale, momenti che si tracciano poco a poco, secondo quel che accade con la paziente. Il lavoro terapeutico collega i livelli corporei, immaginativi, simbolici e affettivi.

 

Chiusa e senza limiti

Le prime sedute sono segnate dall’apparenza fisica di Blanche dal punto di vista dello “straripante”: è vestita con abiti troppo stretti che sembrano non contenere il suo corpo… e lei piange senza fine; parallelamente descrive se stessa come “ripiegata su di sé”, come se coesistessero assenza di limiti e chiusura. “Se non c’è una struttura interna non c’è il confine” ricorda J. Oury. Cominciamo dunque il lavoro corporeo con percussioni ossee in forma di rituale di inizio di seduta, alfine di installare il “solido nel corpo” mediante la percezione della spina dorsale ossea. La stimolazione della densità ossea dà la sensazione della struttura interna e della totalità corporea. Utilizziamo dei bastoncini di legno per dare dei colpetti su tutte le zone ossee del corpo affioranti: vibrazione, risonanza, risveglio dell’interno del corpo, come se battessimo alla porta di noi stessi, metafora di un corpo-casa. Con queste spiegazioni, Blanche aderisce volentieri a ciò che le propongo e sembra poter sentire.

 

Le “voglie” di vita e di morte

Dopo il nostro rituale di percussioni ossee domando a Blanche dove localizza la tristezza nel suo corpo: “negli zigomi”. Blanche batte delicatamente su quel punto. Poi associa le sue lacrime a delle “voglie di dormire”. L’espressione “voglia di dormire” evoca sia le voglie (impulsi) delle donne incinte, la questione della differenza tra il sonno e la morte è anche un eufemismo della voglia di suicidarsi. Le propongo di disegnare le sue voglie di dormire. Su un foglio di carta disegna con la mano sinistra una nuvola con le parole “interruzione, sonno, tranquillità, appagamento, riposo”. Fuori dalla nuvola e un po’ al di sotto scrive le parole “pericolo, farmaci, lontano”. Noto che trova spontaneamente delle parole mentre le propongo di disegnare, mostrandole delle risorse che diceva di non avere: “già i pensieri non vengono, di conseguenza le parole…” Utilizza la mano destra per scrivere sulla busta “voglia di dormire dal (data del giorno)”. Blanche ha posto la sua tristezza in un “serbatoio di lacrime” (gli zigomi), dandogli un contenitore. Presenta dei contenuti interni: delle parole si aggiungono spontaneamente al disegno, così come un titolo sulla busta. Blanche è destrorsa, ma usa le sue mani, destra o sinistra, secondo ciò che scrive o disegna: il contenuto duro o malato è della mano sinistra, il titolo è scritto con la destra sul contenitore busta. Lato sano, scrittura chiara, lato malato, scrittura contorta…

 

La metà laterale destra e sinistra del corpo

Ripenso a quel che diceva Blanche degli effetti di un incidente con la bicicletta, che coincide con l’inizio della sua malattia: aveva talmente male alla spalla destra che scriveva con la sinistra alla lavagna a scuola. Penso all’esperienza di andare in bicicletta. L’intelaiatura della bicicletta, strutturata secondo il piano sagittale, separa i due piani spaziali e quello destro e sinistro del corpo. La sua pratica richiede una dissociazione destra/sinistra al livello delle gambe (coordinazione di movimento alternato) al fine di acquisire una stabilità. Un ostacolo si è presentato sulla strada. Blanche non riesce più a seguire e fa l’esperienza del vuoto (caduta) prima dello choc.

È come se delle angosce corporee arcaiche fossero state risvegliate dall’incidente e come se la malattia si fosse localizzata nella sua parte laterale sinistra. Si può ipotizzare una “separazione verticale dell’immagine del corpo” (G. Haag, 1985, p.111).

In che modo reinstallare il contatto tra le due lateralità del corpo, tra il lato malato e quello sano e consolidare il “montaggio delle due metà” (G. Haag, 1985, p.108) che è l’asse del corpo? Con questo obiettivo le propongo quel che diventerà il nostro rituale di fine seduta: un lavoro di “centro-estremità” in piedi. Questo lavoro si ispira dai Fondamentali di Bartenieff e mirano all’integrazione e alla differenziazione dei centri/estremità: testa, coccige, mani, piedi, collegati al centro ombelico, all’immagine dell’“uomo universale” di Leonardo da Vinci. La connessione centro-estremità precede, nello sviluppo psicomotore, quella testa-coccige e quella tra le due lateralità. Per lavorare su quest’ultima, rivisitiamo le connessioni precedenti. Questo rituale sarà nominato da Blanche “piccolissimo, molto grande”, parole che connotano l’infanzia. Alla seduta successiva Blanche riporta il fatto che ha ridisegnato a casa una “voglia di dormire colorata: un disegno senza parole”, che ha messo nel suo dossier medico. Ripetizione necessaria per interiorizzare meglio? Contro le angosce mortifere il vissuto corporeo durante la seduta si colloca dalla parte del “vivente nel corpo”.

 

La mia voglia di lavorare con lei, la mia vivacità

Mi dice che non aveva voglia di venire, ma piuttosto di restarsene a letto. Mentre cerco di comprendere il perché, manifesta una scontentezza, che mi fa dire che “delle volte, non si ha voglia di trovare i modi per stare meglio, né per comprendere”. Mi sento abbastanza volontarista riguardo alla malattia. Blanche mi spinge, mi sembra, a prendere delle posizioni molto attive e io incarno il lato vivente che lei non riesce a mantenere da sola. Ma è anche come se il piacere che provo durante le sedute e il mio desiderio di lavorare, sottolineasse il suo vuoto, la sua voglia di nulla…Per il momento è anche il vuoto che devo incarnare affinché possa vivere con lei questo vuoto, in un ambito contenitivo. Per questo mi aiuto con i miei strumenti, riprendendo e sviluppando ciò che è stato portato la seduta precedente e conservando rigorosamente i nostri rituali dall’inizio alla fine della seduta. Riprendiamo con le percussioni ossee, con 1 / “mi fermo-vado” poi 2/ “stop-go”. Nella prima situazione, la consegna è individuale: ciascuno espone per sé l’azione o la sua interruzione. Il tempo di immobilità è un tempo di densificazione (“statua”) “dove si tratta di sentire un certo sconvolgimento tonico del corpo. Nella seconda situazione, la consegna è interindividuale. Si tratta di un gioco sul movimento di due persone: ho il potere di arrestare il movimento dell’altro o di rilanciarlo e viceversa. Questi scambi di ruolo del conduttore sono molto interessanti da sviluppare con i pazienti per giocare il ruolo attivo/passivo. Le due consegne sono mischiate in seguito: parlo per me, o per noi due, per passare dal registro personale a quello interindividuale. Ciascuno ha il suo cammino e la sua solitudine da vivere, un’interruzione insieme, il potere di fermare l’altro, la possibilità di ripartire da soli o di riprendere insieme. Lei gioca con questa proposta e ne esplora al massimo le varianti. Nel cuore della seduta successiva, lavoriamo in piedi in movimento sull’asse del corpo e i collegamenti tra destra e sinistra: sottolineare la linea mediana del corpo, con la punta delle dita localizzare l’asse del corpo, poi muovere solo il lato destro, o solo quello sinistro. Nel linguaggio di Bartenieff, si tratta di lavorare lo schema di movimento omolaterale. La connessione tra i due lati del corpo permette “la stabilizzazione di un lato affinché l’altro possa essere mobile, “questa connessione plasma le funzioni di lateralizzazione del cervello” (A. Loureiro, 2004). Sono gli spazi destro e sinistro che continuiamo ad esplorare in una variazione della “meditazione delle direzioni” di L. Sheleen, quando, con il bastone, indichiamo con la mano destra le direzioni Nord, Est e Sud, poi, dopo il passaggio dell’asse del corpo, con la mano sinistra, le direzioni del Nord, Ovest, Sud. Il nostro rituale di fine seduta si è evoluto progressivamente con l’aggiunta di differenti qualità di movimenti, rapido, lento, sincopato, liscio, diretto, indiretto… Ciò si ispira da quel che Laban ha nominato gli “Sforzi”, determinanti delle qualità di movimento di tempo, spazio, flusso e peso, per acquisire libertà espressiva ed esplorare altri stati psichici. La scelta in questo caso è quella di cercare delle variazioni in una forma di movimento preciso. Queste esplorazioni avrebbero potuto farsi con improvvisazioni, ma l’obiettivo è quello di mantenere la forma del nostro rituale. Blanche accoglie le consegne nel gioco. L’infanzia sembra per lei una parte sana alla quale mi rivolgo in seduta e che le permette forse di “tenere la strada”.

 

La relazione dentro-fuori

Nel proseguimento del lavoro sul “vedere all’interno del corpo”, cerchiamo di localizzare, ognuno per sé, le zone del nostro corpo messe in luce dalle percussioni ossee e scrivendoci una parola, utilizzando il bastone come se fosse una matita. Si tratta in questo caso di lavorare sui rapporti tra il piano corporeo ed emotivo, collegando delle parole a certe regioni del corpo, scelte ed elette in maniera particolare. Scrivere sulla pelle “palinsesto” descritto da D. Anzieu (1997, p.128), significa anche scrivere sull’interfaccia tra il dentro e il fuori. Certe parole sono dure e la inquietano, come “assassinio”, posto sullo sterno e luogo di auto-designazione, “sono venute anche parole dolci e piccole, come monte”. Su un foglio di carta, scrive dall’alto verso il basso: Desiderio, Voglia, Monte, Follia, Assassinio, Vuoto.

Le parole potrebbero suddividersi in due gruppi, un lato vivace e l’altro mortifero. Le propongo di scrivere le sue parole su dei foglietti e di metterle in una busta chiusa, che andrà a raggiungere la prima busta contenente le “voglie di dormire” in un sacchetto a disposizione per ogni seduta sul tavolo. Poi “spolvereremo” il corpo con il resto delle parole. Blanche racconterà in seguito di aver pensato a questa seduta e che “ciò la spaventava”. Spaventa l’idea di confrontarsi con la propria interiorità, forse vuota. Il quadro delle sedute è abbastanza solido per ricevere queste cose? Non ho invitato Blanche a riprendere il materiale accumulato nel sacchetto, come se quel contenuto pericoloso dovesse restare perfettamente racchiuso nelle buste chiuse dentro il sacchetto. Blanche esprime chiaramente il desiderio di “non metterci le mani”. Sento anche la mia paura di accompagnarla all’incontro con le parti dolorose di se stessa. Volere troppo mettere in luce un’interiorità può diventare anche un po’ persecutorio.

 

All’interno: la vita del  vulcano

“È difficile avere a che fare con la malattia, che impedisce di pensare nella testa, chiude la gola e mette come un velo davanti agli occhi…” Dopo il nostro rituale all’inizio della seduta, propongo a Blanche di scegliere un paesaggio per descrivere il suo vissuto. Si tratta di associare delle immagini, delle rappresentazioni al vissuto corporeo. Malgrado una risposta trovata facilmente, “un vulcano”, Blanche dice di soffrire molto a causa della “sua difficoltà di pensareun grande vuoto nella sua testa”, parla della devitalizzazione psichica propria alla malattia e ho la sensazione che lei me ne voglia per il fatto di pensare o perché la faccio lavorare col pensiero… È importante che siano delle sue immagini e non quelle di qualcun altro. Al momento di mettersi in piedi, verbalizza una vertigine: “il vulcano è ancora in effusione”, dice, giocando con le parole. Fusione della lava o effusione emozionale?

La “meditazione delle direzioni” (L. Sheleen), regolare, ritmata e calma ci aiuta a rimettere ordine e forse a consolare quelle (ef)fusioni. La sua struttura iniziale si è progressivamente sviluppata: da Nord/Est/Sud, completiamo il movimento aprendo l’emi-spazio destro andando verso Ovest facendo ¾ di giro a destra. La stessa cosa per Nord/Ovest/Sud/Est. So esattamente da dove parto e dove vado. I nostri movimenti sono ritmati dalla mia voce e ripetiamo un certo numero di volte questa sequenza orientandola verso il Nord, poi il “vero Nord”, verso il Sud, faccia a faccia, dorso a dorso, ecc. quel che introduce ad una dimensione relazionale. Blanche, che si organizza molto bene nel tempo e nello spazio, è precisa. Sembra potersi appoggiare su questi riferimenti interni ed esterni. Alla seduta successiva, dice che talvolta si arrabbia molto: un amico la chiama “Hulk”, “è come un vulcano che esplode, che distrugge tutto e tutti fuggono”. Hulk (ulkâ, “fuoco” in sanscrito, da cui deriva poi Vulcano) è il risultato della trasformazione di un uomo normale, che attraverso uno stress o una rabbia diventa una creatura incontrollabile dalla forza fenomenale. La sua rabbia non ha limiti, ma non uccide. Le domando quale genere di vulcano sia. “Il mio ideale sarebbe un vulcano dell’Alvernia, un vulcano addormentato, dove l’aria è buona, con le pecore, le mucche, i cavalli, i gatti… bisogna forse metterci degli esseri umani?” Il suo vulcano è un vecchio vulcano, un vulcano “cartolina” dalla pulsionalità completamente spenta. Sembra triste, ma non ne parla. È possibile deporre fuori, in un luogo adatto, senza disastri, ciò che si ha di esplosivo dentro di sé? Riparliamo del suo vulcano, di cui la invito a disegnarne la nascita e l’evoluzione prima di diventare vecchio. Blanche non capisce e finalmente disegna un vulcano con due soli da una parte e dall’altra e una breccia intorno alla regione mediana del vulcano, il lato destro tranquillo, quello sinistro in effusione. Compaiono due personaggi, uno sciatore, dal lato tranquillo e un pescatore dall’altro, ma collocato a riparo dall’eruzione. Il suo disegno è strutturato in due parti, come due emi-corpi.

 

Dei personaggi, una persona

Nella continuità del nostro rituale di inizio seduta con il bastone, le propongo un gioco di stop/go, in cui le consegne vengono da lei o da me, cercando ad ogni arresto quale personaggio incarniamo nelle nostre posture. Queste sono influenzate dalla presenza del bastone. Blanche incarna successivamente “Pierrot con la candela”, poi: “sono qualcuno che pagaia”, “sto passando il testimone”,“cerco una sorgente con una bacchetta da mago”. Rivisitiamo ciascuna delle nostre posture e notiamo e annotiamo i nostri personaggi su dei foglietti. Arriviamo alla fine del nostro primo ciclo. Del materiale si è accumulato nel sacchetto di Blanche: la busta delle “voglie di dormire”, quella delle “parole del corpo”, il disegno del vulcano. Sembra importante, per quest’ultima seduta del ciclo di riaprire le buste chiuse e di farne qualcosa, di trasformarne il contenuto. Riaprendo le sue buste mi domanda dove sia il mio disegno del vulcano e mi rimanda così alle mie produzioni. Le propongo di riprendere le sue parole e di trovargli una collocazione sul suo disegno. Dal momento che restano certe parole, li mischia con i fogli dei personaggi e tira a sorte. Osserviamo le immagini che nascono da queste associazioni. “voglia di pagaiare”, Pierrot con la candela sale”,delitto farmaco”, “lo staffettista”, il rabdomante è in o un pericolo”. Ne discutiamo. Blanche decide di aggiungerli al suo disegno: “così si raduna tutto”. Radunare significa trasformare? Un atto simbolico basta al cambiamento? Blanche vorrebbe bruciare i foglietti con le parole, decide che non è possibile e li strappa scrupolosamente. Conserva comunque le buste e le mezze pagine bianche “per servirsene”. Mette dunque nel suo sacchetto il disegno del vulcano completato, le mezze pagine bianche (queste “vuote metà” perché le si riempia?) e le buste vuote, come se continuasse a far vivere i contenitori ma non i contenuti. Concludiamo così il primo ciclo di lavoro e continueremo ad esplorare insieme le metà vuote e le buste vuote durante un secondo ciclo.

Spero di aver dato un quadro di un incontro e dello sviluppo possibile di un lavoro psico-corporeo. Non credo che in quindici sedute Blanche abbia potuto entrare in un processo di trasformazione, ma sembra che abbia potuto giocare, nello spazio-tempo della cura, le sue questioni riguardo la sua identità di giovane donna malata, che non lavora più, trasformandosi fisicamente a causa degli effetti secondari dei farmaci e della malattia…

Durante la cura, un incontro vale come apertura, una ricerca a due alla maniera di una “variazione sul tema”, con cautela, poiché l’incontro con se stessi può essere dolore, paura, enigma…vedi l’incontro con la Sfinge.

 

Lise MOLINA, Psicomotricista, Danza-Terapeuta

 

Bibliografia

  1. Anzieu, Le Moi-peau, Dunod, Paris, 1997
  2. Haag, La mère et le bébé dans les deux moitiés du corps, in Neuropsychiatrie de l’enfant, 33, Paris, 1985, pp. 107-114.
  3. Hackney, Connexité et expressivité par les bartenieff fundamentals, Trad Angela Loureiro – Valérie Balden, in Nouvelles de danse, numéro spécial “L’intelligence du corps”, n° 28, 1996, pp.72-85
  4. Laading, Les cinq saisons de l’énergie, Edition Désiris, Méolans-Revel, 2006
  5. Lesage, La danse dans le processus thérapeutique, Erès, Ramonville Saint-Agne, 2005
  6. B. Rishi, Do in, l’art du massage, Edition du Centre Européen du Yoga, Paris, 1975

Conferenza

  1. Oury, «Le hors temps », Espace analytique, 2009-2010, Paris

 

Redazione NuoveArtiTerapie
[email protected]