Voce come cura e cura della voce

Giulia Basili

“La voce è la musica del contatto che abbiamo

con noi stessi e con quelle profondità insondabili

che celiamo in noi”.

(J. Bonhomme, La Voix énergie)

La voce ci parla inevitabilmente della persona che abbiamo davanti, di quale sia il suo stato d’animo, l’essere o meno in un ruolo, le sue intenzioni, difficoltà, resistenze e il suo stato emotivo e affettivo di quel momento preciso. Ogni cosa traspare dalla voce, persino i silenzi e le pause indicano mutamenti emotivi e fisici. La storia di una persona è impressa nella sua voce, come in un nastro sonoro. Ricordi, vissuti drammatici e difficili, tensioni, rabbia repressa, traumi infantili, richiesta d’amore, sono inscritti nella persona, nel suo corpo e nella sua voce, in quei tanti toni e modulazioni sonore che danno colore allo sfondo. La voce, per sua natura, è un movimento dinamico dentro-fuori, è relazione, è un “risuonare con” e trova la sua ragione d’essere proprio nel manifestare l’identità e quindi l’unicità della persona e della sua storia.

Se pensiamo alla pratica teatrale, nel momento in cui l’attore affronta un monologo, sebbene sia, solo, sul palcoscenico, egli è ugualmente in relazione animico-vocale con il pubblico. In quel momento la sua voce, per quanto sapientemente lavorata, lascerà comunque trasparire la sua verità, il suo modo di esserci e di comunicare, per lasciare traccia del proprio esistere, della propria essenza, attraverso un testo teatrale.

Un pubblico attento così come un operatore attento è quello che ha affinato bene il suo udito interno, che lo ha reso penetrante e sensibile ai sottili mutamenti sonori, alle intonazioni cariche di significato; non è un caso che dei sensi di cui dispone l’uomo, proprio l’udito è l’unico ad essere in grado di cogliere la realtà interna delle cose, dal momento che il suono, la vibrazione, ci permette di entrare in contatto con l’anima (nucleo) dell’oggetto che risuona (strumento, oggetto, persona), poiché i suoni registrano la struttura interna di ciò che li produce (Merleau-Ponty, 1962).

La voce, dunque, sfondo sonoro su cui poi scorrerà, in figura, il fiume delle parole, rivela lo scenario su cui poggiano le emozioni della persona, è un interno, un tono intimo che si esprime, vibrando nel qui ed ora della temporalità; la natura della vibrazione consente anche di delinearne i contorni fisico-corporei: la qualità della voce, non dipende solo dalla tipologia della persona da cui proviene, ma anche dalla sua costituzione fisica, ossia gli organi di fonazione, la postura, il sistema osseo, la capacità uditiva e respiratoria. La cosiddetta “grana della voce” (Barthes) è intessuta da molteplici fattori, sia fisici che psichici.

Più la persona è in contatto con le sue emozioni, più queste si renderanno immediatamente udibili attraverso il modulare della sua voce e configureranno il flusso aereo dandogli consistenza e forma. È la qualità della vibrazione di quella voce, che mette in relazione, chi ascolta, con il suo mondo interno. “Entrare” in una voce e quindi essere in grado di coglierne il nucleo emotivo consente poi di scoprire il segreto della parola e la sua vibrazione unica e peculiare. Infatti

Chi parla con coscienza fa vibrare la parola e rende udibile il suo senso pre-linguistico. La parola si carica allora di tutto il suo sapore e diventa toccante, diventa verbo e diventa colei che si rivolge non più all’intelletto, ma al cuore”1Prendere consapevolezza di questi fattori e di quanto essi siano significativi per un approccio arte-terapeutico della voce, permetterà di facilitare nella persona quell’apertura di spazi interiori chiusi da tempo e, grazie alla voce, di riempire quei “buchi” emotivi resi afasici da blocchi e resistenze.

K.G. Dürkheim, un importante terapeuta tedesco, che ha passato la vita a cercare di conciliare la psicologia orientale con quella occidentale, così parla della voce: “Per chi è alla ricerca di se stesso, ci sono poche cose salutari quanto la propria voce. È uno specchio che non inganna. Fare della propria voce uno specchio e un supporto, che serva a degli esercizi meditativi, significa imparare ad ascoltarla e a comprenderla come specchio ed espressione della propria realtà interiore. La voce non mente. Tradisce bene tanto la falsità quanto l’autenticità della persona. Rivela in particolare tutte le forme con cui l’uomo può essere prigioniero dell’ego, ciò che si nasconde dietro alla facciata, in altre parole la parte oscura, l’ombra della persona. Nella qualità e nel tono della voce si esprimono le forze oscure: l’aggressività repressa, errori non ammessi, preoccupazioni segrete, desideri nascosti, istinti insoddisfatti ecc. tutto questo si riflette nella qualità, nel ritmo, nel tono della voce, nell’oppressione o al contrario nella libertà che vi è contenuta. Prendendo coscienza della nostra voce, esercitandola e correggendola, possiamo lavorare alle condizioni che ci permettono di scoprire la nostra verità, ossia di avvicinarci al nostro essere sostanziale”.2

La nostra voce esprime chi siamo e cosa proviamo in questo preciso momento, ma contiene anche la nostra storia e il mosaico di cui siamo composti. Essa esprime, più del linguaggio corporeo, la nostra identità, l’intera gamma di sfumature della nostra anima. Trovare con consapevolezza la propria voce significa conoscere e trovare se stessi. Questo strumento è a mio avviso un potente mezzo di cura di sé e di liberazione da stati emotivi imprigionanti e opprimenti. Un lavoro sulla propria voce può ricondurre alla percezione del piacere e della stima di sé e se inserito all’interno di una relazione d’aiuto a mediazione artistica può sfociare in una conquista di capacità creative e artistiche che danno senso e supporto ad un percorso di riflessione e di ricerca personali.

La voce, ossia  la peculiare modalità di risuonare all’esterno, di riempire di suono lo spazio in cui si vive, rappresenta, in quest’ottica, la possibilità di osservarsi e guardarsi dentro e fuori, poiché è proprio in questa dinamica che essa si colloca, ed è in questo rapporto che possiamo ricomporre una memoria acustico-emotiva che metta in luce blocchi, tensioni e nodi ormai consolidati.

Per quello che riguarda la mia ricerca personale e professionale, sono sempre più convinta, e mi adopererò per orientare le mie energie su questo, che l’azione terapeutica agisce in maniera più rafforzata e funzionale se supportata da un’altrettanta azione artistico-creativa, che agisca su quelle parti di sé non ancora “umanizzate”, ma che richiedono di essere ascoltate e accolte. Lo strumento voce diventa quindi fonte di cura e di creatività, mostrando la sua efficacia nell’aiutare a far luce dentro di sé e nel poter utilizzare in modo catartico e liberatorio il materiale emerso. J. Bonhomme, terapeuta della voce, chiarisce bene questo processo: “Identificare e verbalizzare un problema non è sempre sufficiente per produrre uno sblocco. Ogni difficoltà esistenziale è fatta di emozioni associate che bisogna ricontattare nel qui ed ora. La voce è un potente mezzo per contattare l’emozione; agire un’emozione sforzandosi di farla passare dal canale vocale (ascoltandosi mentre si parla) permette di contattare ciò che è celato in sé: l’emozione originaria. Accedere all’emozione (commuoversi) significa sbloccare lentamente, ma con sicurezza, il cammino che conduce a essere se stessi3. Sembra quindi auspicabile tracciare un cammino su cui far convergere il flusso sonoro della memoria emotiva, compresi i silenzi e le afasie, e quello della creatività, che dona senso al dolore, alle sconfitte e alle ferite profonde.

Un luogo protetto come quello di un laboratorio a mediazione artistica può consentire di focalizzare l’attenzione e l’ascolto su come una voce possa esprimere il suo raccontarsi, giocare, soffrire, vibrare a ritmo dei suoni e congiungersi poi con la parola. L’inizio di un qualsiasi percorso vocale e artistico (teatrale) è quello di una lenta e graduale presa di coscienza del proprio corpo e di ciò che da quest’ultimo emerge e si rende percepibile e riconoscibile. In particolare, ci si ferma sul respiro e sulle modalità in cui i nostri polmoni (e quindi la dimensione dello scambio) entrano in relazione con l’aria esterna (il mondo). Già da un semplice esercizio ci si può rendere conto della qualità del rapporto con l’ambiente. Il respiro infatti ci indica in ogni momento in che stato siamo (rilassato, ansioso, affannato, in apnea…) e come ci poniamo nelle varie situazioni dell’esistenza e se proponiamo sempre lo stesso “copione”, ovvero la stessa modalità di affrontare, anche dal punto di vista del respiro, i compiti e le attività che ci imponiamo.

Durante un laboratorio esperienziale avevo introdotto le modalità di respiro (diaframmatico, toracico e clavicolare) e chiesto ad ogni partecipante di prendere consapevolezza di come stesse respirando e quale, tra le tre modalità, fosse quella abituale e a cosa corrispondesse a livello emotivo. Una partecipante mi disse di aver riconosciuto la sua modalità abituale di respirare (respiro corto, clavicolare) e che provando a sperimentare anche quella diaframmatica e quella toracica ne aveva individuato l’effetto rilassante e distensivo, ma che la sua modalità di respiro sincopato dovuto a stress e tensioni era tale, che con difficoltà avrebbe potuto modificarla.

Il respiro e, di conseguenza, la voce riflettono lo stato di fondo in cui ci troviamo e gli automatismi e i comportamenti distorti in cui ci identifichiamo. Questi stati impediscono il più delle volte alla voce di liberarsi e alla persona di liberare la propria energia, portando a contrazioni e irrigidimenti muscolari, diversi per ciascuno. Ricordo una partecipante, che in seguito ad un lavoro sui suoni, aveva provato un’emozione così forte e spiazzante da rimanerne ammutolita, senza più né voce né parole. L’aiuto in quel caso fu quello di invitare la persona a respirare e ad intonare con le forze di quel momento un piccolo suono, lasciandolo crescere, insieme al gruppo, fino a farlo diventare grido e a liberare così il blocco emotivo, o comunque a scaricare l’energia compressa. Aiutare a respirare è come

un massaggio interno, sia corporeo che psichico; nel distendersi dei muscoli e delle zone facilmente contratte, la persona scopre di percepire in modo diverso gli eventi esterni e le proprie emozioni, concedendosi il tempo per metterle a fuoco, proprio perché la tensione lascia la presa e permette lo sblocco vocale. Talvolta il vuoto lasciato da quella tensione fa emergere eventi più profondi spesso traumatici e dolorosi. In questi momenti la presenza del gruppo che sostiene e la possibilità di essere aiutati ad esprimere e  tradurre poi in modo creativo il dolore provato, permettono di non lasciare la persona da sola con il suo disagio.

A questo proposito riporto un caso significativo raccontato da un terapeuta della voce: “Una volta ho lavorato con un cliente che raccontava di essere rimasto tra gli unici sopravvissuti di un disastro aereo e la cui voce aveva subito da allora una forte riduzione di tono, rimanendo indebolita. Malgrado avesse pochi ricordi visivi del traumatico evento, riuscì a richiamare alla mente molte impressioni acustiche. Dalla sua descrizione dell’incidente creò una serie di liriche, che ad ogni inizio verso cominciavano con la frase “Ho sentito”: ho sentito il rombo dei motori; ho sentito una donna che dietro di me pregava; ho sentito il pilota che parlava; ho sentito le sirene fischiare”. Usando le voci di ciascun partecipante del gruppo terapeutico, le poesie del cliente vennero musicate, permettendo così di distanziarsi da un’analisi verbale del trauma e trasformandolo in un’espressione creativa”.3

Il lavoro sulla voce si avvicenda sempre tra una dimensione di indagine personale sulle proprie “ferite” e una dimensione più “tecnica” di allenamento fisico e di messa in atto di esercizi adeguati. Il congiungersi dell’elemento psicologico e terapeutico con quello pratico e artistico è essenziale per una reale esperienza e conoscenza della propria voce. Spesso arrivano persone con caratteristiche o difficoltà particolari della voce, come la voce roca, quella con poca intensità e forza, la voce nasale, le tensioni alla gola (punto strategico di raccordo tra la sfera mentale, razionale e quella emotiva e volitiva), la voce stridente, o quella eccessivamente cavernosa, che richiedono una particolare cura e attenzione che solo il binomio ‘arte-terapia’ può a mio avviso portare dei frutti […].

Redazione NuoveArtiTerapie
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